Nessuno potrà portarlo via.

«Nessuno lo prenderà».
Non cerano stanze separate. Tutto era in un unico grande e rumoroso ambiente. A sinistra, lungo il muro di mattoni, cerano le gabbie per i gatti; a destra, al contrario, quelle per i cani. Tra le gabbie sfrecciavano i volontari del rifugio: qualcuno portava sacchi di cibo, altri panni puliti, altri ancora un secchio dacqua per rinfrescare le ciotole.

Anche i visitatori erano numerosi. Una famiglia timida e riservata mamma Marta, papà Luca e il loro figlio magro Giacomo camminava lentamente da una gabbia allaltra, osservando con attenzione gli abitanti. Una giovane coppia bisbigliava tra le gabbie dei gatti. Un vecchietto con il bastone passeggiava con calma accanto alle gabbie dei cani. E io, appena entrato, rimasi sconcertato dallodore, dal clamore e dal numero di animali.

Nella prima gabbia cera Bontà, una cucciola randagia dal coda frenetica, che giocherellava disperatamente con unanatra di gomma, ignara dei visitatori. Poco più avanti, nella gabbia di accanto, stava Dante, un cane nero come unala di corvo, dagli occhi segnati dalla vita. Accanto a lui, inginocchiata, cera una ragazza in giubbotto piumato, di nome Loredana, che parlava a bassa voce con il cane, come per stringere unamicizia.

A sinistra cera la vera esposizione felina: di tutte le razze, colori e dimensioni. Su un cuscino rosa dormiva Sonia, una gatta bianca e flessuosa, che apriva di tanto in tanto locchio giallo per scrutare chi si avvicinava. Appeso alle sbarre cera Gino, un gattino neroramato con la testa sproporzionata, simile a un personaggio dei cartoni. Gino miagolava piano, si accoccolava sulla schiena, si alzava e passeggiava con nonchalance nella sua gabbia, dove cerano ciotole dacqua e cibo. Quando mi avvicinai, però, cambiò subito rotta e corse verso di me.

Sei un gran cocco, borbottai, infilando il dito tra le sbarre e grattandogli lorecchio. Il piccolo testone, con gli occhi chiusi, mormorò di piacere e, giocoso, mordicchiò il mio dito.

Mamma, guarda che buffo, disse timidamente Giacomo, correndo verso la gabbia di Gino. I genitori, avvicinandosi, si scambiarono uno sguardo complice e scossero la testa allunisono.

È davvero minuscolo, Giacomo, mormorò Marta. Giacomo, facendo una smorfia incomprensibile, annuì, lanciò unocchiata critica a Gino e proseguì. Capii subito che i genitori avrebbero preferito un cane, perciò cercavano di distoglierlo dalle gabbie dei gatti. Gino, invece, non si curava di chi lo accarezzava: ruggiva forte, si strofinava contro il mio dito col lato destro, poi col sinistro, e persino si leccava i denti, suscitando un sorriso.

Che ne dici di questo? mi voltai e notai Giacomo fermo davanti allultima gabbia, nellangolo più buio del rifugio. È grande e bello.

Oh, no! scosse la testa Marta. Andiamo a vedere i cani. E questo è troppo anziano.

Anziano, piccolo borbottò Giacomo, poi, sospirando, si diresse verso le gabbie dei cani. Il suo lamento si trasformò subito in risata quando raggiunse il cucciolo più amato del rifugio, un orsetto peloso chiamato Masino. Masino zoppicava nella sua gabbia, leccava ogni dito con cui gli si provava a grattare la testa. Anche il vecchietto con il bastone sorrideva al piccolo orso, che giocava con un peluche nella sua cuccia.

Ma mi interessava chi fosse nella gabbia più lontana e più buia, quella che aveva spaventato Marta. Lasciai Gino e mi avvicinai allangolo, sospirando pesantemente.

Allinterno, su una coperta grigia, giaceva un gatto vecchio. Un gatto comune, di quelli che si trovano in ogni cortile, ma con laria di un nobile il cui tempo sta per finire. Il felino non saltava, non miagolava e non attirava lattenzione; giaceva semplicemente, fissando il vuoto con gli occhi avvolti da una pellicola grigia, ronronando appena. Quando mi avvicinai, si zittì, tirò su il naso e, quasi umanamente, sospirò. Poi appoggiò la testa sulle zampe magre e chiuse gli occhi.

È Aramis, il nostro vecchio, balbiai, sentendo una voce maschile alle spalle, e mi girai verso il suo proprietario: un volontario dal viso lentigginoso, il cui cartellino recitava il nome Marco.

Che cosa gli è successo? chiesi piano, cercando di non disturbare il sonno del gatto.

Niente, è solo il nostro vecchietto, rispose Marco, aprendo la gabbia e ricaricando la ciotola di cibo. Aramis, tirando di nuovo il naso, si alzò lentamente dalla coperta, barcollando verso la ciotola, sbattendo la faccia contro le sbarre un paio di volte. Marco, imbarazzato, aggiunse subito: È cieco. Non vede più nulla.

Come ha fatto a sopravvivere in strada? mi incuriosii, rivolgendomi al ragazzo.

Non era un randagio, scoppiò a ridere Marco, poi, con un cenno di scusa, continuò: I suoi proprietari lo hanno portato qui perché non avevano più tempo per lui. Noi lo abbiamo curato, ma a chi serve un gatto anziano? Anche la direttrice, Natasha, al suo arrivo ha detto: Nessuno lo prenderà.

Già, prendono i cuccioli giovani e tranquilli, concordai.

Se non contiamo Dasha, indicò Marco verso la gabbia del cane nero accanto a una ragazza, Dante è capriccioso, per questo lei cerca di farci amicizia.

È così?

Poco a poco. I cani così fedeli raramente si avvicinano, ma Dante è proprio uno di questi, come Aramis, sospirò Marco. Quando Aramis è arrivato, per una settimana non ha mangiato. Aspettava che lo portassero via. Ogni volta che qualcuno entra, annusa laria, scodinzola e, se capisce che non è per lui, ritorna a deprimersi.

Lavete messo nellangolo per non stressarlo? chiesi. Marco annuì e strinse le labbra.

Esatto. È triste vederlo sperare, solo per poi crollare e dormire quasi tutta la sera. Probabilmente qui finirà la sua vita. Chi vuole un gatto cieco e vecchio? E voi? Qualcosa vi ha colpito? si offrì, alzandosi. Ho visto che vi siete fermati davanti a Gino.

Sì, è davvero buffo, sorrisi, ricordando il testone di Gino.

È arrivato da poco. I bambini lo hanno trovato per strada e lo hanno portato qui. Probabilmente è scappato da una gatta, ma per fortuna i cani non lo hanno preso per primo. Lo abbiamo già vaccinato, liberato dalle pulci, e Natasha lo ha anche abituato alla lettiera. Non farà danni, concluse Marco, guardandomi negli occhi. Allora, lo portate a casa?

Sai sì, lo prendo, dissi, guardando Aramis che dormiva. Posso prenderlo insieme a Gino?

Davvero? rimase sorpreso Marco. Dopo un attimo di riflessione scosse la testa. Qui possiamo dare solo un animale per famiglia. Aspetti un attimo, chiedo al direttore.

Va bene, annuii, salutando il volontario. Mi girai verso Aramis, che sembrava aver capito le mie parole. Ciao, amico. Vieni con me? Non sarò il tuo proprietario, ma ti prometto cibo, acqua e un cavallo di legno che ti accarezzerà la coda

Non finii la frase, perché Aramis si alzò, tirò su il naso, si avvicinò alla porta della gabbia che Marco aveva dimenticato di chiudere, e mi avvicinai per accarezzarlo. Il gatto annusò la mia mano, poi si strofinò contro le dita e mi fece un flebile miagolio.

Quindi la risposta è sì? sorrisi, accarezzandolo allorecchio.

Natasha ha detto che è permesso, mi riferì Marco, vedendo la mia espressione. Sembra che abbiate trovato unaccordo.

E perché dovrei non prenderlo? scrollai le spalle. Due vecchi scapoli, un appartamento grande e un cavallo di legno piccolo.

Se non ti dispiace chiedermi una cosa… Perché proprio lui? Sa bene che non vivrà a lungo, domandò Marco a bassa voce. Inspirai profondamente, guardando il felino che sembrava aspettare una risposta.

Perché chi parte verso larcobaleno deve farlo dove lo amano. Non in un rifugio freddo dove ogni visita spezza il cuore, risposi. Il piccolo ronzio dentro Aramis sembrò confermare che avevo ragione.

Compilo i documenti, disse Marco, correndo verso lufficio. Mi lasciò solo con il gatto anziano. Per il resto della serata non pronunciammo più parole; lo accarezzai delicatamente mentre lui mi fissava con quegli occhi coperti da una nebbia grigia.

La sera, sdraiato sul divano, guardavo la televisione mentre sul petto mi riposava Gino, il cucciolo ancora un po impolverato dalle sue avventure in quelle zone dove la mia mano single non poteva arrivare. Sbadigliava, talvolta lanciava i graffioni e si accoccolava sul mio petto.

Accanto alla mia gamba sinistra, su una coperta grigia, era Aramis. Il vecchio gatto, arrotolato a palla, dormiva, ma una zampa era appoggiata sulla mia coscia, come se temesse che potessi sparire, proprio come i suoi precedenti padroni. Ogni minimo movimento lo svegliava: alzava la testa, fiutava laria e si calmava solo quando gli accarezzavo la testa, rassicurandolo della mia presenza.

Quando mi alzavo per andare in cucina a mettere il bollitore, Aramis, sbattendo occasionalmente contro gli angoli, mi seguiva, e dietro di lui, come una coda, lo seguiva Gino. Con il tempo imparò a non urtare più, a percorrere il corridoio fino alle sue ciotole dacqua e cibo.

Al mattino, prima di andare al lavoro, Aramis e Gino mi vedevano uscire. Aramis rimaneva immobile, quasi come se il tempo si fermasse quando mi allontanavo. Poi, una volta che mi vedeva tornare, annusava laria, leccava la mano che gli tendevo e tornava al suo angolino grigio. Di notte i due dormivano con me: Gino, sul cuscino, con il suo posteriore soffice sopra la mia testa, e Aramis, accanto al piede sinistro, con la zampa magra sulla mia coscia. So bene che un giorno Aramis se ne andrà, ma spero che parta dove lo amano, non in quel freddo rifugio dove ogni colpo di porta spezza il cuore di un gatto anziano.

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