Sconosciuti in casa: Katia trova due parenti mai visti sul suo divano dopo le vacanze – La madre di Massimo ha dato le chiavi “per aiutare la famiglia”, ma nessuno li aveva avvisati

Fui io la prima ad aprire la porta e rimasi immobile sulla soglia. Dallappartamento si sentiva il televisore acceso, voci di conversazione in cucina e un odore estraneo che non riconoscevo. Dietro di me, Lorenzo quasi fece cadere la valigia per la sorpresa.

Sta attenta, sussurrai allungando una mano, cè qualcuno dentro.

Sul nostro amato divano color avorio, erano spaparanzati due sconosciuti. Un uomo in tuta da casa schiacciava i tasti del telecomando, accanto a lui una donna robusta intenta a lavorare a maglia. Sul tavolino da salotto cerano tazze, qualche piatto con briciole e scatole di medicine.

Scusate, ma voi chi siete? la mia voce tremava.

I due si voltarono senza il minimo disagio.

Ah, siete tornati, disse la donna, senza nemmeno fermare la maglia. Siamo parenti di Lidia. Ci ha dato lei le chiavi, ci ha detto che i proprietari non cerano.

Lorenzo impallidì.

Quale Lidia?

Vostra madre, finalmente luomo si alzò, siamo di Arezzo, siamo venuti con Giulio per delle visite mediche. Lidia ci ospita qui, ci aveva detto che non avreste avuto nulla in contrario.

Mi spostai piano in cucina. Lì, davanti ai fornelli, cera un ragazzo di circa quindici anni che friggeva delle salsicce. Il frigo era pieno di cibo sconosciuto. La tavola, coperta di piatti sporchi.

E tu chi sei? sussurrai.

Giulio, si voltò il ragazzo. Cè qualcosa che non va? La nonna Lidia ha detto che potevamo mangiare.

Tornai in ingresso, dove Lorenzo già stava tirando fuori il cellulare.

Mamma, ma cosa hai combinato? la sua voce era calma ma tagliente.

Dallaltro capo si sentiva la voce allegra di mia suocera:

Lorenzino, siete tornati? Comè andata la vacanza? Senti, ho dato le chiavi a Silvia, sono venuti a Milano con Vittorio e dovevano portare Giulio dai dottori. Ho pensato: tanto voi non ci siete, perché lasciare la casa vuota? Restano solo una settimana.

Mamma, ma ci hai chiesto il permesso?

E perché? Non eravate lì, la casa era libera. Basta che avvisate che ci penso io che lascino tutto in ordine.

Presi io il telefono dalle mani di Lorenzo:

Signora Lidia, davvero avete fatto entrare degli sconosciuti a casa nostra?

Ma quali sconosciuti! È mia cugina Silvia! Da piccole dividevamo il letto.

Ma che mi interessa? Questa è casa nostra!

Giulia, calmati. Siamo parenti. Sono tranquilli, non rompono niente. E poi il ragazzo sta male, dovevo aiutarli. O siete proprio tirchi?

Lorenzo si riprese il telefono:

Mamma, tra unora passi a prenderli. Tutti.

Lorenzino, ma devono stare fino a giovedì! Giulio deve fare esami e visite. Hanno risparmiato prenotando da me, e io li ho aiutati.

Mamma, unora. Altrimenti chiamo i carabinieri.

Spense il telefono. Mi accasciai sul pouf dellingresso, nascondendo il viso tra le mani. Le valigie ancora chiuse. Dal soggiorno il rumore del televisore, in cucina il profumo delle salsicce appena rosolate. Solo due ore fa eravamo sullaereo, con la voglia matta di tornare a casa nostra. E ora sembrava di essere ospiti indesiderati.

Ci prepariamo subito, la donna del soggiorno comparve nel corridoio, imbarazzata. Lidia pensava che non vi sarebbe dispiaciuto. Non avevamo il vostro telefono. Lidia ha proposto, noi abbiamo accettato. Era solo per una settimana, per le visite di Giulio.

Lorenzo, in silenzio, guardava fuori dalla finestra. La schiena tesa, quellatteggiamento lo prendeva sempre quando era arrabbiato con sua madre e non trovava parole per esprimersi.

Dovè il nostro gatto? sobbalzai allimprovviso.

Quale gatto?

Mimmo. Rosso. Abbiamo lasciato le chiavi per lui!

Non lo so, alzò le spalle Silvia. Noi non labbiamo visto.

Mi precipitai a cercarlo. Mimmo era nascosto sotto il letto in camera, schiacciato contro il muro, pelo arruffato e occhi spalancati. Tentai di prenderlo ma soffiava, terrorizzato.

Mimmo, piccolo mio, mi sdraiai a terra, sono io. Ora va tutto bene.

Il gatto mi guardava sospettoso. La stanza sapeva di estraneo. Sul mio comodino barattoli sconosciuti, il letto fatto male. Sul pavimento ciabatte non nostre.

Lorenzo si accosciò accanto a me.

Scusami.

Perché? Tu non sapevi nulla.

Per mia madre. Perché è fatta così.

Lei crede davere sempre ragione.

Fa sempre così, esplose lui, ricordi quando veniva senza avvisare? Pensavo di averle spiegato che non va bene. Sbagliavo.

Voci dalla porta. Era arrivata mia suocera. Mi alzai, sistemai i capelli ed uscii.

Lidia era lì, in corridoio, sconvolta:

Lorenzo, sei impazzito?

Mamma, siediti lui indicò la cucina.

Sedersi? Silvia, Vittorio, su, che ci mandano via. Andiamo da me.

Mamma, ti ho detto siediti.

Lidia colse la serietà del figlio e tacque. Ci sedemmo tutti in cucina, mentre Giulio finiva la salsiccia.

Mamma, si mise Lorenzo davanti a lei, come hai mai pensato di far entrare qualcuno a casa nostra senza permesso?

Ma io li aiutavo! Silvia piangeva, Giulio stava male, venivano a Milano e non avevano dove stare. E io ho pensato: la casa è vuota.

Non è la tua casa.

Come non è la mia casa? Ho le chiavi.

Le chiavi solo per il gatto. Non per fare lalbergatrice.

Lorenzo, parli così alla famiglia? Silvia è mia cugina, una vita insieme. Vittorio è bravissimo, lavora duro. Giulio è malato, aveva bisogno. Tu vuoi cacciarli?

Mi versai dellacqua, mani che tremavano.

Signora Lidia, ci doveva almeno avvisare.

Ma perché? Voi non ceravate!

Proprio per questo doveva chiedere, si scalda Lorenzo. Abbiamo i telefoni, i messaggi. Bastava un attimo. Decidevamo insieme.

E se aveste detto di no?

Può darsi. O accettavamo per qualche giorno, con delle regole. Ma almeno lo sapevamo. Si chiama rispetto.

Lidia si alzò:

Sempre così. Do una mano a tutti e vengo rimproverata. Silvia, su, andiamo via.

Mamma, hai un bilocale. Tu stessa dici che in quattro non ci state.

Ci stringiamo. Meglio che con chi non è riconoscente.

Posai il bicchiere sul tavolo:

Signora Lidia, fermi. Sa che è stato un errore, altrimenti ci avrebbe avvisati.

La suocera esitò.

Lo sapeva che non saremmo stati daccordo. Ha aspettato che tornassimo e ormai la situazione era fatta, così pensava che avremmo lasciato stare. È così?

Volevo solo aiutare.

No, voleva soltanto fare a modo suo. Non è lo stesso.

Per la prima volta Lidia sembrò davvero persa.

Silvia piangeva, Giulio stava male. Mi si è spezzato il cuore.

Capisco, disse Lorenzo, ma non potevi decidere per una cosa che non era tua. Immagina che io venga da te in vacanza e dia le tue chiavi a dei miei amici senza avvisarti. Ti piacerebbe?

Mi sarei arrabbiata.

Appunto.

Rimanemmo in silenzio. Dal soggiorno proveniva il rumore dei preparativi. Silvia piangeva piano, Vittorio tirava fuori le valigie, Giulio impalato sulla porta della cucina, lo sguardo a terra.

Scusate, mormorò il ragazzo. Pensavo si potesse. La nonna ha detto così.

Lo guardai. Un ragazzino normale, spaventato, non era colpa sua se i grandi non sanno parlarsi.

Non è colpa tua, gli dissi piano. Vai ad aiutare i tuoi.

Lidia tirò fuori il fazzoletto, asciugandosi gli occhi:

Giuro, pensavo di fare del bene. Non mi è nemmeno venuto in mente di chiedervi. Siete figli miei, ho sempre pensato per voi.

Mamma, non siamo più bambini. Abbiamo trentanni. Abbiamo la nostra vita.

Capito, si alzò la suocera. Le chiavi le volete indietro?

Certo, annuii. Ci spiace, ma ormai la fiducia è compromessa.

Capisco.

La famiglia di Silvia si preparò in fretta. Chiesero scusa a lungo, impacciati. Lidia li portò a casa sua, promettendo che si sarebbero sistemati. Lorenzo chiuse la porta e si appoggiò di spalle, esausto.

Facemmo il giro della casa in silenzio. Bisognava cambiare le lenzuola, sistemare il frigo, rimettere tutto a posto. Tracce ovunque: oggetti lasciati, mobili spostati, piatti da lavare. Mimmo era ancora sotto al letto, senza voglia di uscire.

Pensi che abbia capito? chiesi aprendo la finestra in cucina.

Non so. Spero di sì.

E se invece no?

Stavolta saremo più severi. Non mi lascerò più trattare così.

Lo abbracciai. Eravamo in mezzo al caos creato da altri, ma in casa nostra.

Sai cosè la cosa che mi fa più soffrire? mi staccai da lui. Il gatto. Abbiamo lasciato le chiavi per lui, e ora è terrorizzato, affamato, dopo tutto questo via vai.

Chissà se lhanno mai nutrito?

A giudicare dalla ciotola vuota e acqua sporca, direi di no. Se lo sono proprio dimenticato.

Lorenzo si inginocchiò vicino al letto:

Mimmo, perdonaci, tesoro. Mai più chiavi a mamma.

Il gatto si fece coraggio, uscì piano e si strusciò tra le gambe di Lorenzo. Portai da mangiare, Mimmo si lanciò sulla ciotola come fosse a digiuno da giorni.

Cominciammo a pulire. Via tutto il cibo estraneo dal frigo, biancheria da cambiare, piatti da lavare. Mimmo si acciambellò finalmente sul davanzale e si addormentò sereno. A poco a poco lappartamento tornava nostro.

Quella sera chiamò Lidia. La voce era bassa, triste:

Lorenzo, ci ho ripensato. Avevi ragione. Scusami.

Grazie, mamma.

Giulia ce lha con me?

Lui mi guardò, io annuii:

Sì, ce lho. Però col tempo passerà.

Restammo a lungo in cucina a bere tè, in silenzio. Fuori calava la sera. La casa era tornata tranquilla, nostra. La vacanza era finita allimprovviso, con durezza.

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