«Come sarebbe a dire che non hai intenzione di occuparti del figlio di mio figlio?» – la suocera non si trattenne – Primo, non storco affatto il naso davanti a Igor. Ti ricordo che in questa casa, proprio io, dopo il lavoro, come una brava moglie e madre, faccio il secondo turno tra cucina, bucato e pulizie. Posso aiutare e consigliare, ma non ho intenzione di assumermi completamente le responsabilità genitoriali. – Cosa vuol dire “non hai intenzione”? Vuol dire che sei proprio così, ipocrita? – Diciamo la verità, Rita. Chi mai vorrebbe lavorare gratis? – Come sempre, all’incontro degli ex compagni di classe, Svetlana non perse occasione di giudicare e criticare tutto e tutti. Ma quei tempi in cui Rita non aveva risposta erano finiti. Ora sapeva rimettere la gente al proprio posto, e non perse l’occasione di farlo con Svetlana la linguacciuta… – Se tu devi sempre pensare a dove trovare i soldi, non vuol dire che tutti abbiano gli stessi problemi, – scrollò le spalle Rita con disinvoltura. – Mio padre mi ha lasciato due appartamenti a Milano. Uno era il suo, dove vivevamo prima del divorzio dei miei, l’altro era dei nonni, passato prima a lui e poi a me. Gli affitti lì – capite anche voi – non sono certo quelli di provincia: mi basta per vivere bene e concedermi piaceri, quindi posso anche permettermi di scegliere il lavoro in base a ciò che mi piace e non solo perché paga. Tu non hai forse cambiato lavoro da medico a commessa proprio per questa ragione? A dire il vero era un segreto, e Rita aveva promesso di non parlarne. Ma chi sparge veleno deve aspettarsi di riceverlo indietro. Svetlana, se voleva mantenere il segreto, avrebbe dovuto pesare le parole, specie in pubblico… – Commessa, davvero? – Mi avevi promesso di non dirlo! – gridò offesa Svetlana, poi raccolse la borsa e corse fuori dal ristorante, cercando di trattenere le lacrime. – Le sta bene, – commentò Andrea dopo qualche secondo di silenzio. – Già. Davvero insopportabile. Chi l’aveva invitata? – chiese Tania. – Ho invitato tutti io, – si scusò Anna, la vecchia capoclasse ormai organizzatrice di cene. – Ricordo che a scuola Svetlana non era tra le più simpatiche, ma uno pensa sempre che le persone cambiano. Beh, non sempre. Il gruppo rise. Poi cominciarono a chiedere a Rita del suo lavoro. La curiosità era comprensibile, senza offendere la scelta o le capacità di Rita. Pochi conoscono il suo ambito (e nessuno lo augurerebbe a un amico), così il mestiere è ricoperto di miti e pregiudizi. Rita li smentì tutti chiacchierando con i vecchi amici. – Ma che senso ha curarli se non c’è speranza? – chiese un ex compagno. – E chi ha detto che non c’è? Guarda, ho un bimbo di cinque anni: durante il parto le cose sono andate male, ipossia, e adesso ha un ritardo nello sviluppo. Però il pronostico è ottimo: ha iniziato a parlare a tre anni e adesso i genitori lo portano regolarmente da logopedista e neurologo. Ha tutte le possibilità di andare in una classe normale e vivere senza problemi. Senza aiuti, sarebbe andata molto peggio. – Insomma, non avendo bisogno di correre dietro ai soldi, ti dedichi a qualcosa di socialmente utile, – concluse Valerio. Il discorso si spostò poi sulle vite altrui. A un certo punto, Rita sentì su di sé uno sguardo insistente. Pensò fosse solo paranoia, ma quando si girò vide che non c’era nessuno a guardarla. Si rassicurò e continuò a godersi la serata. Passò una settimana dall’incontro. Una mattina, pronta a uscire dal parcheggio di casa per andare al lavoro, Rita scoprì la macchina bloccata. Chiamato il numero lasciato, un ragazzo gentile si scusò mille volte: era arrivato per lavoro, non c’era posto e doveva parcheggiare così. Si chiamava Massimo. – Rita, – si presentò lei. C’era in Massimo qualcosa di immediatamente simpatico: il modo di vestirsi, di porsi, perfino il profumo. Rita accettò senza esitazioni un caffè con lui. Poi altri incontri, fino a che, dopo tre mesi, non riusciva più a immaginare la sua vita senza Max. Anche la mamma di lui e suo figlio, Igor – avuto dal primo matrimonio e con delle particolarità –, accolsero Rita come una di famiglia. Grazie alle sue competenze, Rita stabilì subito un buon rapporto con il bambino e diede a Massimo utili consigli su come comunicare meglio con Igor e favorirne l’inserimento. Dopo un anno andarono a vivere insieme: Rita portò le sue cose nell’appartamento di Massimo e Igor. Il suo bilocale lo affittò tramite la stessa agenzia che gestiva gli appartamenti milanesi. E lì cominciarono le prime avvisaglie. Prima piccole cose: «Puoi aiutare Igor a prepararsi?», «Tienilo mezz’ora che vado a fare la spesa». Tutto normale, visto il bel rapporto con il bambino e la disponibilità del momento. Ma pian piano le richieste aumentarono, diventando sempre più gravose. Rita chiamò Massimo per chiarire: Igor è soprattutto tuo figlio, la responsabilità è soprattutto tua. Rita è disposta ad aiutare, ma non intende caricarsi da sola tutti i compiti – anche perché al lavoro segue già altri bambini con bisogni particolari. Massimo sembrava aver capito. Ma poco prima del matrimonio, iniziarono le discussioni sulla riabilitazione di Igor tra Massimo e sua madre, rivolte a Rita, dandolo come scontato fosse lei ad occuparsene nel tempo libero. – Fermatevi un attimo, signori, – li bloccò Rita. – Io e te, Max, abbiamo un accordo: il figlio è tuo, tocca a te occupartene. Non ti chiedo di fare le pulizie da mia madre o riparare casa sua, me la cavo da sola. – Non è la stessa cosa, – borbottò la futura suocera. – La mamma è adulta e vive da sola. Un bambino è un bambino. Cosa credi, dopo il matrimonio continuerai a prendere le distanze da Igor e noi faremo finta che vada bene? – Primo, non prendo le distanze da Igor. Ti ricordo che qui, appena torno dal lavoro, faccio il secondo turno in cucina, bucato e pulizie. Ma non voglio e non posso occuparmi ANCHE della riabilitazione di Igor: è il figlio di Max, spetta a lui prima di tutto. Aiutare sì, sostituirmi no. – Come sarebbe a dire “non vuoi occupartene”? Allora sei proprio ipocrita! Raccontare agli amici il tuo lavoro lo fai bene, ma quando davvero c’è da aiutare un bambino, ti tiri indietro? – Di che state parlando? – chiese Rita. Poi collegò: la madre di Max lavora come lavapiatti in quel ristorante dove c’era la cena dei compagni. Tutto tornava. – Quindi avete organizzato tutto per scaricare su di me la vostra responsabilità? – Cosa pensavi, che fossi davvero entusiasta di stare con una come te? – sbottò Max. – Senza Igor e il tuo lavoro, non ti avrei mai guardata… – Non mi avresti guardata? Allora non guardarmi più, – disse Rita, togliendosi l’anello e lanciandoglielo. – Te ne pentirai! – minacciarono Massimo e la madre. – Un vero uomo non vuole una donnicciola insignificante senza soldi e con un lavoro inutile. – Ho due appartamenti a Milano, i soldi non mi mancano, – tagliò corto Rita. E, godendosi l’espressione cambiata dei volti di Max e della suocera, andò a preparare le valigie. Subito dopo, arrivò il tentativo di riconciliazione: promesse di occuparsi del figlio, scuse, giuramenti d’amore e impegni a non ripetere l’errore. Ma Rita non era certo stupida da crederci. Ridacchiò come a dire che era lui ad aver perso il “topolino”, e non sembrava affatto lei quella destinata a rimpiangere. Con i compagni di scuola poi ci scherzarono. Rita intanto aspetta ancora di conoscere qualcuno che la ami per quello che è, non per soldi o competenze. E nel frattempo bastano il suo lavoro, gli amici… e magari un gatto: lui sì che si educa, a differenza di certi uomini.

E come sarebbe che non ti prenderai cura del figlio di mio figlio? sbottò la suocera, incapace di trattenersi.

Innanzitutto, non ho mai trattato male Matteo. Ricordiamoci che qui, dopo il lavoro, sono io, come una buona moglie e madre, a fare il doppio turno tra fornelli, bucato e pulizie. Posso aiutare e dare consigli, ma non ho intenzione di assumere tutte le responsabilità genitoriali.

In che senso, non hai intenzione? Quindi sei proprio così, ipocrita?

Dai, Lucia, chi accetterebbe un lavoro senza essere pagata? come sempre, allincontro tra ex compagni, Silvia non aveva perso il vizio di criticare chiunque.

Ma erano passati i tempi in cui Lucia restava senza parole. Ora, rispondeva a tono, e non perse occasione per rimettere Silvia al suo posto.

Se tu sei preoccupata su come arrivare a fine mese, non significa che tutti abbiano gli stessi problemi alzò le spalle con noncuranza. Mio padre mi ha lasciato due appartamenti a Milano.

Uno era suo, dove abitavamo prima del divorzio. Laltro, invece, lha ereditato dai nonni e poi passato a me.

Gli affitti lì, lo sai, non sono quelli di un paesetto: mi basta per vivere bene e togliermi qualche sfizio, così da scegliere il lavoro che mi piace e non accettare qualsiasi cosa solo per uno stipendio.

Per caso è per questo che hai lasciato la medicina e lavori in un negozio?

In teoria doveva essere un segreto. Lucia aveva promesso di non dirlo a nessuno.

Ma se Silvia voleva davvero serbare questo segreto, doveva pensare prima di parlare. Soprattutto, non chiamarla deficiente davanti a tutti.

Cosa credeva, che lavrebbero lasciata passar liscia? Se sì, allora la deficiente non era certo Lucia.

Commessa, davvero?

Ma tu avevi promesso! gridò Silvia indignata, mentre raccoglieva la borsa e usciva trafelata dal ristorante, trattenendo a stento le lacrime.

Se lè cercata commentò Andrea dopo qualche secondo di silenzio.

Esatto, ne ho abbastanza di lei. Ma chi lha invitata? chiese Tania.

Sono stata io a organizzare tutto cercò di giustificarsi Anna, la vecchia rappresentante di classe, ora regista delle rimpatriate. Ricordo che a scuola Silvia non era certo simpatica, ma le persone cambiano almeno così si dice. Alcuni.

Ma non sempre, sospirò Lucia.

Tutti risero. Poi cominciarono a rivolgerle domande sul suo lavoro.

La curiosità, questa volta genuina, senza malizia né critica alle sue scelte, era comprensibile.

Pochi conoscevano quellambito (e, a parole di Lucia, non lo augurerebbe neanche al peggior nemico), così la professione era circondata da stereotipi e miti.

Lucia li smontava uno a uno, chiacchierando con i vecchi amici.

Ma che senso ha curarli, se non serve? chiese uno degli ex compagni.

Chi lha detto che non serve? Guarda, seguo un bimbo di cinque anni. Durante il parto ci sono state complicanze, ha avuto ipossia: adesso ha qualche ritardo nello sviluppo cognitivo.

Il quadro, però, è positivo: ha iniziato a parlare quasi a tre anni e adesso i genitori lo portano regolarmente da logopedista e neurologo.

Ma se continueranno così, probabilmente andrà in una classe normale e non avrà grossi problemi più avanti.

Se invece nessuno se ne occupasse la storia sarebbe ben diversa.

Capito. Quindi, senza dover correre dietro agli euro, hai trovato un lavoro utile socialmente concluse Valerio.

Il discorso poi scivolò sulle vite degli altri.

Lucia però ebbe improvvisamente la sensazione di essere osservata. Allinizio si disse che era solo paranoia, ma la sensazione tornò, insistente.

Si voltò con discrezione, accorgendosi che nessuno la stava fissando. Dunque decise di tornare a godersi la compagnia e presto si dimenticò completamente di quellistinto.

Passò una settimana dallincontro.

Una mattina, scendendo in cortile per prendere la macchina e andare al lavoro, Lucia si accorse che la sua auto era bloccata.

Chiamò il numero lasciato sul cruscotto dellaltra vettura e fu sommersa dalle scuse di una voce maschile, che prometteva di scendere subito.

Mi scusi davvero, il ragazzo, solare, quasi le si inchinava davanti. Dovevo sbrigare delle cose, non cera posto, sono stato costretto a parcheggiare così. Io sono Massimo.

Lucia, si presentò. In Massimo cera qualcosa che la metteva subito a suo agio.

Il modo di fare, il vestire curato, persino il profumo: tutto le ispirava simpatia, tanto che accettò volentieri di uscire con lui.

Poi accettò un secondo appuntamento. E dopo tre mesi non riusciva più a immaginare la vita senza Massimo.

Anche perché sia la madre di lui che il figlio avuto dal primo matrimonio accolsero Lucia come una di famiglia.

Il bambino aveva alcune difficoltà, ma Lucia, grazie alla sua esperienza, seppe subito trovare con Matteo un dialogo sereno.

Suggerì a Massimo nuove strategie per comunicare meglio e aiutare il figlio a integrarsi.

Dopo quasi un anno, andarono a convivere. O meglio: Lucia si trasferì nellappartamento di Massimo e Matteo.

Il suo monolocale, ormai abituata, lo diede in affitto tramite la stessa agenzia che gestiva le case a Milano, e portò tutto quello che aveva dal futuro marito e il figlio.

Fu allora che iniziarono i primi segnali dallarme.

Allinizio, piccole cose puoi aiutare Matteo a vestirsi?, oppure, resti tu col bimbo un attimo che devo andare a fare la spesa?.

Allinizio le pesava poco: con Matteo cera sintonia, e quando arrivavano quelle richieste non aveva altri impegni.

Col tempo, però, le richieste si fecero sempre più insistenti e gravose.

Lucia dovette affrontare Massimo sul ruolo di padre: suo figlio è prima di tutto sua responsabilità.

Lei era disponibile a dare una mano quando poteva, ma non intendeva accollarsi più di una minima parte delle cure: non era suo figlio, e già bastava il lavoro con altri bambini speciali ogni giorno.

Massimo sembrava capire, ma, poco prima del matrimonio, lui e la madre iniziarono a parlare di progetti riabilitativi per il bambino.

Ma più che discuterne, pareva che li elencassero a Lucia, come aspettandosi che fosse lei ad occuparsi di tutto nel tempo libero.

Fermi tutti, per favore, li stoppò Lucia con decisione. Massimo, avevamo un accordo: di Matteo ti occupi tu. Io non ti chiedo di andare a casa di mia madre a pulire, fare manutenzioni o aiutarla nelle sue faccende, giusto? Ci penso io, per quanto posso.

Non puoi fare paragoni, ribatté la suocera. Una madre è adulta, vive per conto suo. Un bambino, invece, ha bisogno.

O pensi che, dopo sposati, continuerai a scansarti da Matteo e noi resteremo zitti?

Primo, non lo ignoro per niente. Vi ricordo che qui, dopo il lavoro, cucino, lavo, stiro come una brava moglie e madre. Ma non intendo sobbarcarmi pure tutta la riabilitazione di Matteo. È figlio di Massimo: deve occuparsene lui, in primis.

Posso aiutare e consigliare ma non mi farò carico di tutte le mansioni genitoriali.

E allora? Vuoi dire che non lo farai? Bella roba, che ipocrita. Ai tuoi amici racconti di quanto ami aiutare i bambini, parli del lavoro come se fosse una missione poi però, con Matteo, cambi faccia?

Ma cosa state dicendo? chiese confusa Lucia.

Ma improvvisamente capì: ricordò che la madre di Massimo faceva la lavapiatti proprio nel ristorante dove sera tenuta la riunione con i compagni.

I conti tornavano.

Quindi mi avete teso una trappola, volevate incastrarmi col bambino?

Ma davvero pensavi che a uno come me potessi interessare una come te, se non fosse per Matteo e per il lavoro che fai? sbottò Massimo. Se non avessi avuto un figlio speciale, mai ti avrei guardata

Ah, davvero? E allora non guardarmi più, Lucia si tolse dal dito lanello e glielo lanciò addosso.

Te ne pentirai, la minacciarono lui e sua madre. Un uomo serio non starebbe mai con una che ha un lavoro senza futuro e senza soldi.

Ho due appartamenti a Milano, i soldi non mi mancano, ribatté lei tagliente.

E, godendosi lo stupore dipinto sui loro volti, se ne andò a preparare le valigie.

Ovviamente, ne seguirono tentativi goffi di riconciliazione, promesse di occuparsi in prima persona del bambino, giuramenti che mai più avrebbe parlato così, e dichiarazioni damore con tanto di scuse.

Lucia non ci cascò. Si fece una risata e, prima di uscire definitivamente, confidò agli amici: Ha perso il topolino, e guardate un po, non sono io quella che ci soffre.

Con i vecchi compagni se ne fece una risata. Lucia sperava ancora che un giorno avrebbe incontrato qualcuno che la avrebbe amata non per soldi o abilità, ma come persona, per chi era davvero.

Nel frattempo le bastavano il suo lavoro, gli amici e magari, chissà, un gatto. Almeno, lui sì che si lascia educare, altro che certi uomini.

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«Come sarebbe a dire che non hai intenzione di occuparti del figlio di mio figlio?» – la suocera non si trattenne – Primo, non storco affatto il naso davanti a Igor. Ti ricordo che in questa casa, proprio io, dopo il lavoro, come una brava moglie e madre, faccio il secondo turno tra cucina, bucato e pulizie. Posso aiutare e consigliare, ma non ho intenzione di assumermi completamente le responsabilità genitoriali. – Cosa vuol dire “non hai intenzione”? Vuol dire che sei proprio così, ipocrita? – Diciamo la verità, Rita. Chi mai vorrebbe lavorare gratis? – Come sempre, all’incontro degli ex compagni di classe, Svetlana non perse occasione di giudicare e criticare tutto e tutti. Ma quei tempi in cui Rita non aveva risposta erano finiti. Ora sapeva rimettere la gente al proprio posto, e non perse l’occasione di farlo con Svetlana la linguacciuta… – Se tu devi sempre pensare a dove trovare i soldi, non vuol dire che tutti abbiano gli stessi problemi, – scrollò le spalle Rita con disinvoltura. – Mio padre mi ha lasciato due appartamenti a Milano. Uno era il suo, dove vivevamo prima del divorzio dei miei, l’altro era dei nonni, passato prima a lui e poi a me. Gli affitti lì – capite anche voi – non sono certo quelli di provincia: mi basta per vivere bene e concedermi piaceri, quindi posso anche permettermi di scegliere il lavoro in base a ciò che mi piace e non solo perché paga. Tu non hai forse cambiato lavoro da medico a commessa proprio per questa ragione? A dire il vero era un segreto, e Rita aveva promesso di non parlarne. Ma chi sparge veleno deve aspettarsi di riceverlo indietro. Svetlana, se voleva mantenere il segreto, avrebbe dovuto pesare le parole, specie in pubblico… – Commessa, davvero? – Mi avevi promesso di non dirlo! – gridò offesa Svetlana, poi raccolse la borsa e corse fuori dal ristorante, cercando di trattenere le lacrime. – Le sta bene, – commentò Andrea dopo qualche secondo di silenzio. – Già. Davvero insopportabile. Chi l’aveva invitata? – chiese Tania. – Ho invitato tutti io, – si scusò Anna, la vecchia capoclasse ormai organizzatrice di cene. – Ricordo che a scuola Svetlana non era tra le più simpatiche, ma uno pensa sempre che le persone cambiano. Beh, non sempre. Il gruppo rise. Poi cominciarono a chiedere a Rita del suo lavoro. La curiosità era comprensibile, senza offendere la scelta o le capacità di Rita. Pochi conoscono il suo ambito (e nessuno lo augurerebbe a un amico), così il mestiere è ricoperto di miti e pregiudizi. Rita li smentì tutti chiacchierando con i vecchi amici. – Ma che senso ha curarli se non c’è speranza? – chiese un ex compagno. – E chi ha detto che non c’è? Guarda, ho un bimbo di cinque anni: durante il parto le cose sono andate male, ipossia, e adesso ha un ritardo nello sviluppo. Però il pronostico è ottimo: ha iniziato a parlare a tre anni e adesso i genitori lo portano regolarmente da logopedista e neurologo. Ha tutte le possibilità di andare in una classe normale e vivere senza problemi. Senza aiuti, sarebbe andata molto peggio. – Insomma, non avendo bisogno di correre dietro ai soldi, ti dedichi a qualcosa di socialmente utile, – concluse Valerio. Il discorso si spostò poi sulle vite altrui. A un certo punto, Rita sentì su di sé uno sguardo insistente. Pensò fosse solo paranoia, ma quando si girò vide che non c’era nessuno a guardarla. Si rassicurò e continuò a godersi la serata. Passò una settimana dall’incontro. Una mattina, pronta a uscire dal parcheggio di casa per andare al lavoro, Rita scoprì la macchina bloccata. Chiamato il numero lasciato, un ragazzo gentile si scusò mille volte: era arrivato per lavoro, non c’era posto e doveva parcheggiare così. Si chiamava Massimo. – Rita, – si presentò lei. C’era in Massimo qualcosa di immediatamente simpatico: il modo di vestirsi, di porsi, perfino il profumo. Rita accettò senza esitazioni un caffè con lui. Poi altri incontri, fino a che, dopo tre mesi, non riusciva più a immaginare la sua vita senza Max. Anche la mamma di lui e suo figlio, Igor – avuto dal primo matrimonio e con delle particolarità –, accolsero Rita come una di famiglia. Grazie alle sue competenze, Rita stabilì subito un buon rapporto con il bambino e diede a Massimo utili consigli su come comunicare meglio con Igor e favorirne l’inserimento. Dopo un anno andarono a vivere insieme: Rita portò le sue cose nell’appartamento di Massimo e Igor. Il suo bilocale lo affittò tramite la stessa agenzia che gestiva gli appartamenti milanesi. E lì cominciarono le prime avvisaglie. Prima piccole cose: «Puoi aiutare Igor a prepararsi?», «Tienilo mezz’ora che vado a fare la spesa». Tutto normale, visto il bel rapporto con il bambino e la disponibilità del momento. Ma pian piano le richieste aumentarono, diventando sempre più gravose. Rita chiamò Massimo per chiarire: Igor è soprattutto tuo figlio, la responsabilità è soprattutto tua. Rita è disposta ad aiutare, ma non intende caricarsi da sola tutti i compiti – anche perché al lavoro segue già altri bambini con bisogni particolari. Massimo sembrava aver capito. Ma poco prima del matrimonio, iniziarono le discussioni sulla riabilitazione di Igor tra Massimo e sua madre, rivolte a Rita, dandolo come scontato fosse lei ad occuparsene nel tempo libero. – Fermatevi un attimo, signori, – li bloccò Rita. – Io e te, Max, abbiamo un accordo: il figlio è tuo, tocca a te occupartene. Non ti chiedo di fare le pulizie da mia madre o riparare casa sua, me la cavo da sola. – Non è la stessa cosa, – borbottò la futura suocera. – La mamma è adulta e vive da sola. Un bambino è un bambino. Cosa credi, dopo il matrimonio continuerai a prendere le distanze da Igor e noi faremo finta che vada bene? – Primo, non prendo le distanze da Igor. Ti ricordo che qui, appena torno dal lavoro, faccio il secondo turno in cucina, bucato e pulizie. Ma non voglio e non posso occuparmi ANCHE della riabilitazione di Igor: è il figlio di Max, spetta a lui prima di tutto. Aiutare sì, sostituirmi no. – Come sarebbe a dire “non vuoi occupartene”? Allora sei proprio ipocrita! Raccontare agli amici il tuo lavoro lo fai bene, ma quando davvero c’è da aiutare un bambino, ti tiri indietro? – Di che state parlando? – chiese Rita. Poi collegò: la madre di Max lavora come lavapiatti in quel ristorante dove c’era la cena dei compagni. Tutto tornava. – Quindi avete organizzato tutto per scaricare su di me la vostra responsabilità? – Cosa pensavi, che fossi davvero entusiasta di stare con una come te? – sbottò Max. – Senza Igor e il tuo lavoro, non ti avrei mai guardata… – Non mi avresti guardata? Allora non guardarmi più, – disse Rita, togliendosi l’anello e lanciandoglielo. – Te ne pentirai! – minacciarono Massimo e la madre. – Un vero uomo non vuole una donnicciola insignificante senza soldi e con un lavoro inutile. – Ho due appartamenti a Milano, i soldi non mi mancano, – tagliò corto Rita. E, godendosi l’espressione cambiata dei volti di Max e della suocera, andò a preparare le valigie. Subito dopo, arrivò il tentativo di riconciliazione: promesse di occuparsi del figlio, scuse, giuramenti d’amore e impegni a non ripetere l’errore. Ma Rita non era certo stupida da crederci. Ridacchiò come a dire che era lui ad aver perso il “topolino”, e non sembrava affatto lei quella destinata a rimpiangere. Con i compagni di scuola poi ci scherzarono. Rita intanto aspetta ancora di conoscere qualcuno che la ami per quello che è, non per soldi o competenze. E nel frattempo bastano il suo lavoro, gli amici… e magari un gatto: lui sì che si educa, a differenza di certi uomini.