L’uomo con il rimorchio: Storie di vita e avventure su strada

Ricordo ancora quella sera di novembre, con la pioggia che porta via anche un po di neve, il vento che ruggisce nel camino come un lupo affamato, e il riscaldatore dellinfermeria che gracchia, ma dà un po di calore. Stavo per chiudere la porta quando un cigolio la ruppe e, sulla soglia, comparve Giovanni Sommi. Un uomo enorme, spalle larghe, ma con la postura piegata dal peso di un vento invisibile. Tra le braccia stringeva una bambina, la sua figlia Ginevra.

La depose sul lettino, poi si ritirò contro il muro, immobile come una statua. Guardando la piccola, il mio cuore si strinse. Il suo viso era pallido, le labbra secche e screpolate, il piccolo corpo tremava mentre sussurrava Mamma mamma. Non aveva ancora nemmeno cinque anni. Quando misurai la temperatura, il termometro segnò appena trentatré gradi.

Giovanni, perché sei rimasto lì fermo? Da quando è così? lo domandai con tono severo, mentre già aprivo la fiala e preparavo la siringa.

Lui rimaneva in silenzio, gli occhi fissi sul pavimento, la barba non rasata vibrava come un filo, le mani serrate a pugno fino a far diventare bianche le nocche. Sembrava non essere più lì, ma immerso in un dolore che lo aveva sopraffatto da tempo. Capii subito che dovevo curare non solo la bambina; lanima di quel uomo era a pezzi, le sue ferite più gravi di qualsiasi febbre.

Diedi liniezione, accarezzai delicatamente la piccola. Pian piano il suo respiro si calmò, il ritmo si uniformò. Mi sedetti al bordo del lettino, accarezzandole il capo ancora caldo, e mormorai a Giovanni:

Restate qui. Dove vi trovate con questo tempo brutto? Vieni sul divano, io veglierò su di voi.

Lui annuì con la testa, ma non si mosse più. Rimase accanto al muro fino allalba, quasi a fare la guardia. Io, tutta la notte, cambiavo le fasciature, le davvo acqua fresca, e pensavo senza sosta

Nel villaggio di San Lorenzo al Mare si raccontava di Giovanni. Un anno prima sua moglie Caterina era annegata nel fiume. Era una ragazza bella, voce chiara come un ruscello. Dopo la sua morte lui sembrava pietrificato, camminava sulla terra senza viverla. Lavorava per tre persone, manteneva la casa in ordine, accudiva la figlia, ma gli occhi erano vuoti, senza vita, e a nessuno parlava, neppure con un sorriso forzato.

Gente del posto mormorava che, quel giorno, una discussione sulla riva avesse spinto Caterina a gettarsi nel fiume, forse per una parola dura di Giovanni. Da allora lui non beveva più, ma il peso della colpa non lo alleviava. La colpa è più forte di qualsiasi grappa, rovina lanima. Il villaggio lo guardava come luomo con il rimorchio di sventura. Il rimorchio non era la bambina, ma il dolore che trascinava ovunque.

Allalba Ginevra si sentì meglio, la febbre scese. Aprì gli occhi, limpidi come i fiori di papavero della madre, guardò me, poi il padre, e le labbra tremarono di nuovo. Giovanni si avvicinò, ma con timore, quasi a non toccarla, perché in lei vedeva rispecchiata la sua Caterina e tutta la sua sofferenza.

Le ospitai per un altro giorno, le preparai un brodetto di pollo, la nutrivo con un cucchiaino, silenziosa, quasi muta. Non parlava altro che sì e no. Il padre, a sua volta, le dava il pane e la zuppa senza parole, le legava i capelli con le dita grosse e ruvide, anchegli silenzioso. Laria della casa sembrava vibrare di una tristezza quasi palpabile.

Così passavano i giorni: la piccola si rimetteva, ma io non perdevo di vista loro. A volte le portavo dei biscotti, a volte un vasetto di marmellata con la scusa di non avere dove metterla. Li osservavo vivere come due estranei nella stessa casa, con un muro di ghiaccio tra di loro.

Allarrivo della primavera, nella scuola del villaggio arrivò una nuova insegnante, Silvana Bianchi, proveniente dalla città. Una donna calma, colta, con un velo di tristezza negli occhi. Portava con sé una storia di perdita, non di una vita agiata, ma di dolore. Iniziò a insegnare ai bambini, e Ginevra fu nella sua classe.

Silvana notò subito la tristezza silenziosa della bambina, la sentì con il cuore. Iniziò a riscaldarla poco a poco: le portava libri illustrati, matite colorate, dopo le lezioni le leggeva una fiaba. Ginevra cominciò ad avvicinarsi a lei.

Un giorno, entrando nella scuola per controllare la pressione del capo, trovai Silvana e Ginevra sole in aula vuota. Silvana leggeva, e la piccola, appoggiata a lei, ascoltava immobile. Sul volto di Silvana cera una pace e una gioia che non vedevo da tempo.

Giovanni allinizio osservava la scena con lo sguardo di un lupo. Quando la vide con la figlia, il suo volto si indurì. Andiamo a casa, brontolò, prendendo la mano della bambina senza nemmeno salutare Silvana. Vedeva nella sua gentilezza solo pietà, e per lui la pietà era peggiore di una sberla.

Un pomeriggio, fuori dal negozio, Silvana e Ginevra uscirono per prendere un gelato. Giovanni li incontrò, li guardò con il broncio e Silvana gli sorrise:

Buongiorno, signor Sommi. Stiamo coccolando la sua bambina.

Giovanni, con lo sguardo ribassato, strappò il cono dalle mani di Ginevra e lo gettò nella pattumiera.

Non è affar vostro. Sistemiamo noi.

La bambina cominciò a piangere, Silvana rimase immobile, il volto segnato da rabbia e dolore. Giovanni si voltò e se ne andò, trascinando la figlia in lacrime. Il mio cuore si strinse al vedere quella scena. Ah, uomo, la tua testa è un labirinto di dolore, ti ferisci da solo e anche la tua bambina.

La sera, Giovanni bussò a casa mia chiedendo del corvalolo, Il cuore mi stringe. Gli servii un bicchiere dacqua e mi sedetti di fronte a lui.

Non è il cuore che ti opprime, Giovanni. È il tuo dolore. Pensi che il silenzio protegga la tua bambina? Lo stai uccidendo lentamente. Lei ha bisogno di parole dolci, di calore. Tu la trascini come un ghiaccio. Lamore non è nella minestra bollente, ma negli occhi, nel toccare. Devi lasciar andare Caterina, lasciarla andare! Devi vivere.

Lui ascoltò, la testa china, in silenzio. Poi alzò gli occhi su di me, e nei suoi occhi cera una sofferenza cosmica, quasi mi mancò il respiro.

Non riesco, signora Valentina. Non riesco

E se ne andò. Io rimasi a guardarlo andare via, pensando a quanto a volte sia più facile perdonare gli altri che se stessi.

Poi arrivò il giorno che cambiò tutto. Era fine maggio, i fiori sbocciavano, laria profumava di susina e terra bagnata. Silvana rimase con Ginevra dopo le lezioni; sedute sul marciapiede della scuola, disegnavano. Ginevra tracciò un disegno: una casa, il sole, accanto una grande figura il papà e accanto a lui unombra nera, una macchia spaventosa. Silvana lo guardò e, come se qualcosa si spezzasse dentro di lei, prese la mano della bambina e la condusse da Giovanni.

Io passavo di lì, volevo sapere se avessero bisogno di qualcosa. Silvana era alla porta del cancello, esitante, indecisa ad entrare. Nel cortile Giovanni stava segando legna, il rumore dei trucioli volava come schegge. Silvana, con un respiro, entrò. Giovanni spense la sega, si girò, il volto più scuro di una tempesta.

Ti avevo chiesto

Scusi sussurrò Silvana. Non vengo da voi per altro. Sono solo qui per Ginevra, ma voglio che sappiate qualcosa.

Iniziò a parlare piano, ma le sue parole risuonavano per tutta la strada. Raccontò della sua vita: del marito che amava più di ogni altra cosa, della sua morte in un incidente, di come per un anno non uscì di casa, tenendo le tende chiuse, fissando il soffitto, desiderando soltanto morire.

Anchio mi colpevo la voce di Silvana tremò. Pensavo che se non lavessi lasciato andare quel giorno, se avessi chiesto di restare sarei stata salva. Affondavo in quel dolore, Giovanni, quasi mi annegassi. Ma poi ho capito che con il mio pianto tradivo la sua memoria. Lui amava la vita, voleva che io vivessi. Ho dovuto forzarmi a stare in piedi, a respirare, per lui, per il nostro amore. Non si può vivere con i morti accanto a chi è ancora qui, bisognoso di noi.

Giovanni rimase immobile, come colpito da un fulmine. La sua maschera di invincibilità iniziò a sgretolarsi. Poi, con le mani sul viso, iniziò a tremare. Non pianse, ma il suo corpo intero vibrazioni.

Sono colpa mia gracchiò tra le dita. Non litigammo… Ridevamo quel giorno. Lei, da bambina, è corsa nel fiume lacqua era gelida. Le ho gridato, lei rideva. Poi scivolò su una pietra, si sbatté la testa Io ho tuffato, lho cercata, ma era già

Nel frattempo, dalla finestra del cortile, la piccola Ginevra, che aveva sentito ogni parola, si avvicinò al papà, gli occhi pieni di una dolcezza infinita. Si fermò, guardò il padre che piangeva, e con la sua voce chiara disse:

Papà, non piangere. La mamma è su una nuvola. Ci guarda. Non è arrabbiata.

Allora Giovanni cadde in ginocchia, abbracciò la figlia, la stringendo forte, e singhiozzò come un bambino. Ginevra gli accarezzò la guancia ruvida, i capelli, e ripeteva: Non piangere, papà, non piangere. Silvana, accanto, piangeva anchessa, ma erano lacrime di purificazione, che lavavano il dolore.

Il tempo passò. Lestate divenne autunno, poi tornò la primavera, e nel nostro piccolo borgo fu una famiglia in più, non per documenti, ma per vero affetto.

Mi trovavo un pomeriggio su una panchina, il sole mi scaldava, le api ronzavano nei ciliegi in fiore. Vidi Giovanni, Silvana e Ginevra camminare mano nella mano. Ginevra cinguettava senza sosta, rideva, il suo riso era come un campanello che riecheggiava per tutta la via.

E Giovanni se lo vedeste! Era un uomo diverso, spalle erette, luce negli occhi, e guardava Silvana, la figlia, con un sorriso tranquillo. Quello è il sorriso di chi ha ritrovato il proprio tesoro.

Si fermarono davanti a me.

Buongiorno, signor Antonio disse Giovanni, e la sua voce era piena di calore.

Ginevra corse, mi porse un mazzo di margherite di campo.

Per lei!

Presi i fiori, gli occhi ancora bagnati di lacrime, e il cuore si riempì di gioia. Giovanni aveva staccato il suo terribile rimorchio, o forse qualcuno laveva aiutato a farlo. Lamore, quello di una madre, di una figlia, lo avevaE così, il villaggio intero celebrò la nuova primavera, sapendo che anche le ferite più profonde possono guarire quando il cuore è condiviso.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

fifteen − 9 =

L’uomo con il rimorchio: Storie di vita e avventure su strada