Il promesso sposo di un’altra

Ciao cara, ti racconto una storia che mi è rimasta in testa da quando ero alla postazione del centro sanitario del nostro paese, Borghetto di Montagna.

C’era una festa di matrimonio in paese, una di quelle che fa sembrare tutta la frazione ununica grande casa. Marco, il primo ragazzo che tutti conoscevano, meccanico di professione, mani d’oro, si era sposato con Caterina. Caterina è come un papavero in piena fioritura, vivace, voce cristallina, il suo riso è come una campanella. Sempre al centro dell’attenzione, sempre la prima a mettersi in mostra. Sembravano usciti da una cartolina. I genitori di Marco hanno costruito una nuova casa, hanno messo un recinto nuovo e hanno decorato il portone con nastri colorati. La festa è durata tre giorni, c’era musica che si sentiva fino allultimo vicolo, profumo di salsicce alla griglia e di torte di mele appena sfornate. Tutti gridavano Acqua a voi! come segno di gioia.

Io, però, quel giorno non ero alla festa. Ero nella nostra piccola clinica, di fronte a me c’era Annetta. Annetta, la nostra casa silenziosa, è una ragazza così invisibile che a volte sembra non esistere. I suoi occhi sono come laghi di montagna, profondi e tranquilli, ma con una malinconia che ti fa male a guardare. È seduta dritta sul lettino, le mani sottili intrecciate sulle ginocchia fino a far diventare bianche le nocche. Indossa il suo vestito di seta più bello, con piccoli fiori di fecondo, vecchio ma pulito e stirato. Una striscia di nastro azzurro le incornicia i capelli. Anche lei si stava preparando per un matrimonio, ma per il suo Marco.

Marco e Annetta sono cresciuti insieme: prima elementare, stessa scrivania. Marco portava il suo zaino, la difendeva dai bulli, e lei gli portava pasticcini e lo aiutava con i compiti. In paese tutti sapevano: Marco e Annetta sono come il cielo e la terra, il sole e la luna, sempre insieme. Dopo il servizio militare, Marco corse subito da lei e presentarono la domanda di matrimonio, fissando la data: lo stesso giorno in cui Caterina e Marco celebravano la loro unione.

Poi Caterina tornò da una breve visita in città, un pomeriggio di fine estate, e qualcosa si scatenò. Marco, confuso, iniziò a stare lontano da Annetta, a nascondere gli occhi. Una sera, sotto la pioggia, si avvicinò alla porta di Annetta, tremante, con il cappello in mano, e con voce rotta disse: Scusa, Annetta. Non ti amo più. Amo Caterina. Mi sposo con lei. E se ne andò, lasciandola lì con il vento che agitava il suo fazzoletto, senza che sentisse nulla. Il villaggio rimase sbigottito, ma la gente pensò che fosse solo un altro drama di paese, qualcosa che presto si sarebbe dimenticato.

Io la vedevo ancora, seduta davanti a me, nel giorno della sua non-matrimonio, mentre fuori la musica rimbombava e le risate alcoliche si spargevano. Il suo cuore batteva silenzioso, non piangeva, non lasciava uscire una lacrima. E sai, è più doloroso quando il pianto resta dentro, bruciando.

– Annetta, le sussurrai, vuoi un po dacqua o qualche goccia di valeriana?
Lei alzò i suoi occhi-lago e mi guardò nel vuoto. Non ho bisogno di medicine, cara Maria. Sono qui solo per stare. Le pareti di casa mi schiacciano, la mamma piange, e a me non importa più.

Rimanemmo lì, in silenzio, per unora o due, mentre fuori calava la notte, la musica si spense, e sentivo solo il ticchettio dei miei vecchi orologi a pendolo e il sibilo del vento nei tubi. Allimprovviso Annetta si irrigidì, come se il freddo le avesse trafitto le ossa, e disse fissando un punto lontano:
– Avevo ricamato per lui la camicia del matrimonio, con il punto croce sul colletto. Pensavo lavrebbe indossata come talismano.
Le scivolò una sola lacrima, lenta, pesante come piombo fuso, lungo la guancia, e cadde sulle sue mani intrecciate. In quel momento mi sembrò che il tempo si fosse fermato; il villaggio, il mondo intero, si fermarono con quella lacrima. Il dolore era silenzioso, ma così profondo da far vibrare lanima.

Passarono due anni. La neve si trasformò in fango, il fango in polvere, la polvere di nuovo in neve. La vita a Borghetto continuava. Marco e Caterina vivevano apparentemente bene: casa piena, una macchina nuova, ma la voce di Caterina non era più il campanello allegro, era un vetro rotto che scricchiola, secco e duro. Marco sembrava annegato in un mare di tristezza, occhi pieni di malinconia, passava sempre più tempo nel suo garage con gli amici, ma non per scherzare. La gente diceva che Caterina lo tormentava: troppo poco denaro, poca attenzione, troppo sguardo verso la vicina. Il loro amore, come un’acqua di primavera, era scoppiato violento e poi se ne era andato, lasciando solo detriti.

Annetta, invece, viveva silenziosa. Lavorava alle poste, aiutava la madre a gestire la casa, si era ritirata dentro sé stessa, come una conchiglia. Non andava ai balli, non guardava i ragazzi. Sorrideva di rado, ma nei suoi occhi cera ancora quel lago profondo. Io la osservavo a distanza, il cuore si stringeva pensando che forse non sarebbe mai fiorita di nuovo.

Un pomeriggio di fine autunno, con la pioggia che cadeva a dirotto e il vento che spazzava le ultime foglie dorate dagli olmi, la porta del mio piccolo ambulatorio scricchiolò. Marco, fradicio, sporco, entrò con la mano tremante.

– Maria, disse, le labbra vibravano. Mi puoi aiutare? Credo di aver rotto la mano.
Lo accompagnai nella stanza, gli medicai la ferita, gli misi una stecca. Quando finii, alzò gli occhi su di me, pieni di disperazione.

– È colpa mia, singhiozzò. Mi sono arrabbiato con Caterina. Lei è andata via, a Milano, a vivere con la madre. Ha detto che non tornerà più.
Le lacrime gli scivolarono sul viso, gocciolando sulla sua giacca sporca. Un uomo forte e adulto, ma seduto davanti a me come un cucciolo maltrattato. Raccontava a denti stretti come la sua vita fosse crollata, come la bellezza di Caterina fosse diventata una trappola, come il suo amore fosse diventato un peso insopportabile.

– Ogni notte sogno Annetta, bisbigliò. Mi sorride, ma al risveglio mi sento vuoto. Sono un pazzo, uno stupido. Ho buttato via ciò che avevo di più caro per indossare un abito luccicante
Le offrii una bibita, lo ascoltai e pensai a quanto la vita possa girare in tondo. A volte bisogna perdere tutto per capire cosa davvero conta.

Il giorno dopo il villaggio era in subbuglio: Marco aveva chiesto il divorzio. Una settimana dopo si presentò davanti alla porta di Annetta, non più al cancello, ma sul portico, sotto una pioggia gelida. Rimase lì, a fissare le finestre per unora, poi due, completamente inzuppato. La madre di Annetta sbirciava da dietro, agitava le mani, ma lui non si muoveva.

Alla fine la porta si aprì. Annetta uscì, avvolta in un vecchio cappotto con un fazzoletto sulla testa. Si avvicinò a lui, e lui, caduto in ginocchio nella terra fangosa, la prese per le mani e le avvicinò al volto.

– Scusa, riuscì a dire, soltanto.

Non so che parole si scambiarono, ma non importa. Quello che ricordai fu il suo sguardo, quando pochi giorni dopo tornò da me a chiedermi del disinfettante per le sue ferite. Nei suoi occhi non cera più quella steppa bruciata, ma ancora dei laghi di montagna, e al loro interno, timidamente come il primo bocciolo di primavera, brillava una piccola fiamma.

Non hanno organizzato una grande cerimonia. Hanno semplicemente vissuto insieme. Marco si trasferì nella sua piccola casa di pietra, riparò il tetto, sistemò il recinto, riscaldò la stufa. Annetta, come un fiore che finalmente ha ricevuto acqua, iniziò a sorridere di nuovo. Il suo sorriso era così luminoso e caldo che anche io, stare vicino a lei, mi faceva venire voglia di sorridere.

Una sera destate, nel pieno della mietitura, laria profumata di erba tagliata e fiori di campo, passeggiavo davanti alla loro casa. Il cancello era aperto. Li vidi seduti sulla vecchia panchina di legno: Marco, forte e affettuoso, le avvolgeva le braccia intorno alle spalle, e Annetta, dolce e serena, cantava piano mentre mescolava in una ciotola delle fragole appena raccolte. Ai loro piedi, su un cesto di vimini, dormiva il loro piccolo, un bimbo di nome Alessandro, avvolto in una copertina a quadri.

Il sole scendeva dietro il fiume, tingendo il cielo di tinte acquerellate. In lontananza muggiva una vacca, abbaiava un cane, ma sul quel portico regnava una quiete così profonda che sembrava fermare il tempo. Li guardavo, sorridendo tra le lacrime, ma queste lacrime ora erano leggere, luminose, come quelle di unalba appena nata.

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