La carta di credito, una colazione tra marito e moglie, una bugia ben calibrata e un brindisi rubato: così ho scoperto che mio marito organizzava una festa di lusso al “Lido dei Diamanti” usando la mia carta, perché secondo lui una donna di provincia come me non avrebbe mai capito—ma il conto, quella sera, l’ho chiuso io. E da lì è iniziata la mia vera libertà.

La carta Luca me lha chiesta mercoledì, mentre preparavo la colazione. Era tutto serio tono preoccupato, ma niente scene.

Francesca, cè una spesa di lavoro urgente, la mia carta è bloccata, per soli due giorni, fammi un favore.

Mi sono asciugata le mani sul grembiule e ho tirato fuori la carta dal portafoglio. Luca lha presa al volo, come se temesse che ci ripensassi, e mi ha dato un bacio sulla testa.

Grazie, amore, mi salvi sempre.

Dopo ventanni di matrimonio, ho imparato a non fare domande inutili. Mi fidavo. O facevo finta di fidarmi.

Venerdì sera, mentre stiravo le lenzuola, lho sentito parlare al telefono dallaltra stanza.

La porta era socchiusa. La voce allegra, un’altra persona rispetto a quando parla con me.

Mamma, stai tranquilla, è tutto sotto controllo. Ristorante prenotato, tavolo per sei, il menù è fantastico, prosecco, cocktail, come piacciono a te. No, lei non sa nulla. Che senso ha? Le ho detto che restiamo a casa, solo noi.

Mi sono fermata con il ferro da stiro a mezzaria.

Mia moglie ingenua non sospetterà nulla. Una donnina di provincia, mamma, te lo ricordi, viene da chissà che paesino. Ventanni in città eppure sempre contadina. Eh sì, pago con la sua carta, ovvio.

La mia è bloccata. Ma così la festa al “Lido dOro” sarà proprio in grande! Lei lì non ci mette piede, non preoccuparti. Resterà a casa, davanti alla televisione.

Ho spento il ferro. Sono andata in cucina, ho versato un bicchiere dacqua e lho bevuto tutto dun fiato. Le mani non mi tremavano. Dentro, però, era tutto vuoto, gelido, come se non ci fosse rimasto niente di vivo.

Ingenua… Donna di provincia… Con la sua carta…

Ho posato il bicchiere nel lavello e mi sono fermata a guardare fuori. Era già buio. Forse aveva ragione lui. Forse sono davvero tanto ingenua e semplice come un topo. Ma i topi, quando li chiudi in un angolo, graffiano.

La mattina dopo, sabato, ho bloccato la carta. In banca ho detto che lavevo smarrita e avevo paura che la usassero.

Poi sono andata dallaltra parte di Milano, in quella traversa di villette dove stavo da ragazza.

Giovanni mi ha aperto la porta con le pantofole ai piedi, sorpreso.

Francesca? Ma quanti anni! Dai entra, cosa ci fai lì impalata.

Abbiamo bevuto il tè in cucina. Gli ho raccontato tutto. In breve, senza tanti giri di parole. Lui ha ascoltato senza interrompere.

Ho capito, ha detto. Senti, Francesca, tu a suo tempo ci hai salvato la famiglia, ricordi? Quando papà restò senza lavoro, sei arrivata tu con un sacco di patate, dicendo che ne avevi troppe.

Noi sapevamo che era lultima che ti restava. Ora tocca a me ricambiare. La festa è lunedì sera, vero?

Alle nove comincia il ricevimento. Ti chiamo dopo che hanno ordinato e stanno per pagare. Verrà tutto da sé, ci penso io con il cameriere.

Lunedì sera mi sono messa il vestito. Quello bordeaux, cucito da me tre anni fa e mai indossato mai capitata loccasione giusta. Ho sistemato i capelli, mi sono truccata. Mi sono guardata allo specchio. Altro che topolino

Il telefono ha squillato verso le dieci e mezza. Giovanni.

Ora puoi venire. Stanno già chiedendo il conto. Useranno la tua carta fra poco.

Il taxi mi ha portato in venti minuti. Il ristorante era tutto luci e dorature. Giovanni mi ha accolto allingresso, con un cenno verso la sala.

Il terzo tavolo vicino alla finestra.

Sono entrata. Una folla di gente, risate, bicchieri che tintinnano. Mi sono fatta strada tra i tavoli e li ho visti.

Luca era a capotavola, accanto a sua madre Filomena vestita di marrone, e sua sorella Martina con il marito. Sulla tavola, piatti vuoti, calici e resti di dolci.

Il cameriere ha portato il conto su un vassoio. Luca non ha nemmeno guardato la cifra ha tirato fuori dal taschino la mia carta, posandola con unaria di chi spende i suoi soldi.

Servizio impeccabile, ha detto a voce alta, dando unocchiata alla tavolata. Hai visto, mamma? Te lavevo detto che ti facevo una festa degna di una regina, non una cosa triste.

Filomena ha annuito fiera, aggiustandosi i capelli.

Sei il mio orgoglio, figliolo. Questo sì che è stile, altro che certi altri che sanno solo cucire e stare sempre in silenzio.

Martina rideva sotto i baffi. Luca raggiante.

Dai mamma, per te solo il meglio. Per fortuna me lo posso permettere.

Il cameriere ha preso la carta, è andato al terminale. Un tentativo, due. Fissa lo schermo, si incupisce. Torna al tavolo.

Mi dispiace, la carta non passa. È bloccata.

Luca è diventato pallido.

Com’è possibile? Provi ancora.

Ho provato anche tre volte. La carta risulta non valida.

Mi sono avvicinata. Filomena mi ha vista per prima, lo sguardo pietrificato.

Francesca? ha sussurrato Luca, saltando in piedi. Tu… che ci fai qui?

Lho fissato dritto negli occhi, calma come non mai.

Sono venuta alla festa. Quella che hai organizzato con i miei soldi. Senza di me.

Tutto taceva intorno, si sentivano solo i bicchieri tintinnare al tavolo accanto.

Francesca, ti prego, cè stato un malinteso ha balbettato Luca, allungando la mano, ma io sono indietreggiata.

Nessun malinteso, Luca. Solo bugie. Ho sentito tutta la tua chiamata con la mamma venerdì. Ogni parola.

Sulla provinciale. Sul villaggio. Su quanto io fossi ingenua e attaccata al mio divano mentre voi qui facevate baldoria.

Martina abbassava la testa sul piatto. Filomena si stringeva al tovagliolo.

Hai origliato? sindignò Luca. Mi spiavi?

Io stiravo, tu urlavi in tutta casa che ero una scema che ti lasciava fare quello che volevi. Ti vantavi con tua madre per come mi avevi fregata.

Non ho origliato, Luca. Non hai nemmeno provato a nasconderti. Pensavi che il topolino non si sarebbe ribellato.

Luca tentava di recuperare.

Ok, sono colpevole. Ma possiamo parlarne a casa? Qui non va bene.

No, parliamo qui. La carta lho bloccata sabato. Ho detto alla banca che me lavevano rubata. Perché tu me lavevi presa con linganno e la volevi usare per delle cose che non sapevo. Quindi ora, caro marito, paga tu. In contanti.

Giovanni si è fatto avanti, a braccia conserte.

Se ci sono problemi con il pagamento, dovrò chiamare i carabinieri. Il conto va chiuso.

Luca è passato dal bianco al rosso, poi viola in faccia.

Francesca, renditi conto di quello che fai! Mi umili davanti a tutti!

Io? ho sorriso. Ti sei umiliato da solo. Quando hai deciso che la moglie di campagna non meritava la verità.

Filomena si è alzata di scatto, puntandomi il dito contro.

Ma come ti permetti di parlare a mio figlio così? Sei una nullità! Senza di lui, non sei nessuno!

Lho guardata a lungo, poi, quasi sottovoce:

Può darsi. Ma oggi non devo più fingere. Meglio così che restare una ingenua moglie fedele.

Per i venti minuti successivi, hanno raccolto i soldi. Luca ha svuotato il portafoglio, Filomena la borsetta, Martina e il marito le tasche.

Contavano le monete sul tavolo, sussurravano, rovistavano ovunque. Il cameriere occhi di ghiaccio. I clienti a spiare la scena.

Io rimanevo lì, a guardare la fine della sceneggiata, della finta ricchezza, delle bugie.

Alla fine, quando arrivavano alla cifra esatta, ho tirato fuori una busta dalla borsa e lho lasciata davanti a Luca.

Domanda di separazione. Leggila a casa.

Mi sono voltata ed ho camminato verso luscita. Dritta, lo sguardo fiero. Giovanni mi ha aperto la porta e sussurrato:

Sei stata grande, Francesca.

La notte di Milano mi ha accolta col vento freddo, ma dentro di me sentivo solo tepore. Libertà.

Il divorzio è arrivato dopo tre mesi. Luca mi chiamava, chiedeva scusa, ma io non rispondevo. Ho ottenuto la metà della vendita della casa.

Lanno dopo ancora una chiamata.

Francesca, ho sbagliato tutto. Mia madre vive con me, mi rimprovera ogni giorno, ho perso il lavoro. Torniamo insieme?

No, Luca.

Ho chiuso la chiamata e non ci ho mai più pensato.

Qualche volta ripenso a quella sera al ristorante. A come ho camminato tra i tavoli, a come guardavo Luca, a come ho lasciato la busta sul tavolo. E capisco che non è stata una fine. Era un inizio.

Tempo fa ho incontrato Martina al supermercato. Lei ha fatto finta di non vedermi. Io non lho salutata. Tanto ormai viviamo in mondi diversi.

Ieri passava Giovanni da me.

Allora, Francesca, nessun rimpianto?

Ho guardato fuori dalla finestra. Primavera, sole, la vita che va avanti.

Nemmeno per un attimo, Gianni.

Mi ha sorriso.

Brava.

Bisogna rimpiangere solo ciò che non si è fatto, non quello che si è avuto il coraggio di fare.

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La carta di credito, una colazione tra marito e moglie, una bugia ben calibrata e un brindisi rubato: così ho scoperto che mio marito organizzava una festa di lusso al “Lido dei Diamanti” usando la mia carta, perché secondo lui una donna di provincia come me non avrebbe mai capito—ma il conto, quella sera, l’ho chiuso io. E da lì è iniziata la mia vera libertà.