SUOCERA
Lucia Bianchi era seduta in cucina e osservava il latte che sobbolliva piano sul fornello. Aveva già dimenticato di mescolarlo per ben tre volte, e ogni volta se ne ricordava troppo tardi: la schiuma saliva, traboccava sul fornello, e lei puliva tutto con uno strofinaccio, frustrata. In quei momenti sentiva chiaramente che il problema non era il latte.
Dopo la nascita del secondo nipote, tutto in famiglia sembrava essere andato fuori controllo. Sua figlia si stancava subito, era dimagrita, parlava meno. Il genero rincasava tardi, mangiava in silenzio, a volte si chiudeva subito in camera. Lucia vedeva tutto questo e pensava: ma come si fa, non si può lasciare sola una donna in questo modo.
Aveva provato a parlare. Allinizio in modo garbato, poi con più fermezza. Prima con la figlia, poi con il genero. Ma si era accorta di una cosa strana: dopo le sue parole, laria in casa diventava ancora più pesante. La figlia difendeva il marito, il genero diventava taciturno, e lei stessa tornava a casa col senso di aver sbagliato tutto di nuovo.
Quel giorno non andò dal parroco per un consiglio, ma perché non sapeva più dove scaricare quel peso.
Forse sono una cattiva madre, disse a testa bassa. Sbaglio tutto quello che faccio.
Il prete era al tavolo e scriveva. Posò la penna.
Come mai pensa questo?
Lucia alzò le spalle.
Vorrei aiutare. Invece sembra che riesco solo a far arrabbiare tutti.
Lui la guardò attento, ma senza durezza.
Non è cattiva. È solo stanca. E tanto preoccupata.
Lucia sospirò. Sì, era sicuramente vero.
Ho paura per mia figlia, confessò. Dopo il parto sembra un’altra persona. E lui… fece un gesto vago con la mano. Come se non se ne accorgesse.
Ma lei si è mai chiesta cosa fa lui per aiutare? chiese calmo il sacerdote.
Lucia si fermò a pensare. Si ricordò di come il genero aveva lavato i piatti tardi la sera, pensando che nessuno lo vedesse. Di domenica, quando uscì col passeggino anche se si vedeva che avrebbe voluto soltanto sdraiarsi a dormire.
Fa delle cose… forse sì, ammise incerta. Ma non come vorrei io.
E come vorrebbe lei? domandò il prete, senza scomporsi.
Lucia stava per rispondere dimpulso, ma si fermò: non lo sapeva. In testa aveva solo parole come di più, più spesso, con più attenzione. Ma cosa esattamente, non sapeva dirlo.
Voglio solo che lei stia meglio, disse, riferendosi alla figlia.
Allora questo ripeta, sussurrò il parroco. Ma a se stessa, non a loro.
Lei lo guardò confusa.
Che vuol dire?
Che ora lei non sta aiutando sua figlia, ma sta lottando contro suo genero. E lottare vuol dire stare sempre tesi. Tutti si stancano così. Sia lei, sia loro.
Lucia restò in silenzio a lungo. Poi chiese:
E che dovrei fare? Fingere che vada tutto bene?
No, rispose lui. Faccia solo ciò che è daiuto. Non parli, agisca. Non contro qualcuno, ma per qualcuno.
Tornando a casa ci pensò su parecchio. Le veniva in mente che un tempo, quando sua figlia era piccola, non faceva prediche: si sedeva accanto a lei quando piangeva, tutto qui. Perché ora era diverso?
Il giorno dopo si presentò senza avvisare. Portava una pentola di minestrone. La figlia era sorpresa, il genero un po imbarazzato.
Resto poco, disse Lucia. Volevo solo dare una mano.
Fece compagnia ai bambini mentre la figlia si stendeva un po’. Se ne andò piano, senza una parola su quanto fosse dura o su come dovessero comportarsi.
La settimana dopo tornò. E anche quella successiva.
Continuava a vedere che suo genero non era perfetto. Ma cominciò anche a notare altro: come prendeva il più piccolo con delicatezza, come la sera copriva la figlia con una coperta, credendo che nessuno li guardasse.
Una sera, non resistette e gli chiese in cucina:
È un momento duro per te, vero?
Lui rimase quasi stupefatto, come se nessuno glielavesse mai chiesto.
Sì, rispose dopo qualche secondo. Tanto.
E non aggiunse altro. Ma dopo quel momento, qualcosa di teso fra loro si era sciolto.
Lucia si rese conto che aspettava da lui solo che cambiasse. Ma era lei che doveva cambiare per prima.
Smetteva di discutere di lui con la figlia. Se sua figlia si lamentava, non diceva più te lavevo detto. Ascoltava e basta. A volte prendeva i bambini per farla riposare. Qualche volta chiamava il genero per chiedergli come andava. Non era facile, arrabbiarsi sarebbe stato più semplice.
Ma in casa, piano piano, la tensione diminuì. Non era perfetta, ma non cera più quellansia continua.
Un giorno sua figlia le disse:
Mamma, grazie perché ora sei con noi, non contro di noi.
Lucia ci rifletté a lungo.
Capì una cosa semplice: riconciliarsi non vuol dire che qualcuno si prende la colpa. Vuol dire che qualcuno, per primo, smette di combattere.
Voleva ancora che suo genero fosse più attento. Quel desiderio restava.
Ma accanto a quello, ora cera qualcosa di ancora più importante: che in famiglia ci fosse pace.
E ogni volta che la vecchia rabbia, la voglia di riprendere o rimproverare tornavano a farsi sentire, si chiedeva:
Voglio avere ragione o voglio aiutare davvero?
La risposta, quasi sempre, le indicava la via giusta da seguire.






