Dopo le vacanze Igor non è tornato a casa: la scomparsa misteriosa al mare, le speranze di Ludmila e la verità che sconvolge una famiglia italiana

Dal viaggio al mare, Giacomo non tornò

Ma tuo marito, non ti scrive, non ti chiama?
No, Vera, neanche dopo nove giorni, né dopo quaranta ho avuto notizie, rispondevo scherzando, sistemandomi il grembiule di lavoro sopra i fianchi abbondanti.
Avrà perso la testa… o forse peggio, la vicina scuoteva la testa con compassione. Aspetta, aspetta. Anche i carabinieri dicono niente?
Niente, Veruccia, tutti tacciono, come pesci in quellAdriatico.
Eh già… destino.
Quel discorso era per me un peso. Presi la scopa con laltra mano e iniziai a spazzare le foglie cadute davanti casa. Era lautunno inoltrato del 1988. Il vialetto appena pulito si copriva subito di altre foglie, così tornavo indietro e ammucchiavo tutto a lato della strada.
Tre anni fa ero andata in pensione, io, Ludovica Gulotta, e mi godevo il meritato riposo. Ma il mese scorso, sono stata costretta a lavorare come portinaia per il Comune: i soldi non bastavano e non aveva senso aspettare altro impiego.
Abbiamo sempre vissuto come una normale famiglia italiana. Né male, né troppo bene. Uguali un po a tutti. Lavoravamo, crescevo nostro figlio. Mio marito non beveva quasi mai, giusto qualche bicchiere per le feste, e al lavoro era rispettato un uomo serio, gran lavoratore. Non guardava mai altre donne. Pure io, ho fatto linfermiera tutta la vita in ospedale, prendevo perfino elogi e premi.
Mio marito partì con una vacanza al mare e non tornò. Non mi preoccupai subito. Se non chiama, vuol dire che si diverte, mi dicevo. Ma quando, il giorno fissato, Giacomo non era sul treno del ritorno, cominciai a cercarlo dappertutto: chiamai gli ospedali, i carabinieri, perfino in obitorio.
Al figlio, in caserma, allinizio mandai un telegramma: papà scomparso, poi riuscii anche a sentirlo al telefono. Insieme scoprimmo che aveva lasciato lalbergo, ma non era salito sul treno. Disperso. E io, ancora, a fare telefonate a ospedali e obitori.
Al lavoro di Giacomo pure allargavano le braccia: Il nostro dovere era solo dargli la vacanza premio, non si entra nelle faccende di casa. Se non torna al lavoro come da regolamento, licenziamento per assenza ingiustificata.
Volevo subito andare al mare a cercarlo, ma mio figlio mi convinse:
E che ci vai a fare, mamma? Appena posso e mi danno un permesso, ci vado io. Vesto la divisa, faccio più impressione, sarà più facile.
Mi tranquillizzai un po, cercavo sempre di tenermi impegnata per non impazzire dai pensieri neri. Dai carabinieri ormai ci andavo ogni giorno, ma senza ansia, come fosse un lavoro. Son tornata a lavorare anche per quello. Quando spazzi e stai in mezzo alla gente ti tieni in piedi per forza. A casa, la sera, piangevo tanto. Mi davo della stupida, maledivo la sorte, chiedendomi perché doveva capitarmi una cosa così dura a quelletà. La cosa peggiore era non sapere.
Giacomo riapparve davanti a me allimprovviso, proprio come era sparito.
Era con lo stesso completo blu scuro con cui era partito. Senza una borsa, senza valigia. Stava lì, col bavero del giaccone tirato su, le mani nelle tasche, mentre io spazzavo il cortile.
Neanche lo vidi subito, non so da quanto fosse lì, finché mio figlio non mi chiamò.
Giacomo, Pietro…, lasciai la scopa e corsi.
Mi lanciai tra le braccia del marito come un uccello che torna al nido, abbracciandolo forte.
Lui, piano, mi abbracciò anche lui.
Dai, andiamo in casa, guarda come ti abbracci, disse mio figlio, seccato. Sentivo il tono, il passo cadenzato.
Vieni qua Pietro, lasciati abbracciare che non ti vedo da primavera, lo raggiunsi.
Ciao, ciao. Fa freddo, andiamo su.
Perché non hai chiamato? Così preparavo qualcosa, la casa è in disordine, nemmeno ho cucinato.
Mamma, non sono venuto per mangiare dolci. Avevo promesso e sono qui.
Guardai marito e figlio. Dopo tutto quello che avevo patito, ero come in una nuvola. Vivo, sano. Lunico impulso era dar loro da mangiare, farli ristorare, non fare domande. Giacomo stava zitto.
Mamma, sediti.
Ma trafficavo in cucina, piatti, tazze, rumorosamente.
Mamma, papà lho trovato da unaltra donna.
Mi voltai di scatto verso mio figlio e poi guardai mio marito. Lui era seduto al tavolo, mani intrecciate sulle ginocchia, capo basso. Sembava un ragazzino colto in fallo, magro e cupo, senza il coraggio di dire tutta la verità.
Da unaltra? Che succede, Giacomo?
Tutto quello che avevo immaginato era: il marito ha avuto qualche disgrazia, derubato, niente soldi per il biglietto, magari picchiato, chissà dovè a vagare.
Non è tornato a casa, è rimasto dalla signora Olga Zeffiri, in una casetta vicino al mare. Non voleva ripartire.
Guardavo mio marito e battevo le ciglia.
Come, non voleva?
Sì, non volevo. Ho capito che non stavo vivendo come avrei voluto, alzò un po la voce. Ho capito che dalla vita non stavo prendendo tutto ciò che mi serviva. Fabbrica – lavoro – lavoro – fabbrica. Lorto il sabato e la domenica. Mai un po di vera libertà.
Ah, la libertà! mi infiammai piena di rabbia.
E tu, Pietro, questa libertà lhai portata a casa? Che avevi in testa? Mi volevi umiliare? Se mi dicevi che era allobitorio almeno era più onesto. Lho aspettato come una scema, lho pianto giorno e notte, e lui era in una casetta al mare…
Sai, Ludovica… volevo forse rifarmi una vita.
No, Giacomo, non volevi una nuova vita, ti sei solo rincitrullito sotto quel sole, hai mollato tutto come un codardo rifugiandoti da unaltra. Un uomo vero sarebbe tornato, avrebbe chiesto il divorzio e solo dopo sarebbe sparito ovunque gli pareva, iniziando la nuova vita. Sarebbe stato onesto con tutti, prima di tutto. Non ti voglio più vedere, vattene…
Giacomo si alzò, percorse il corridoio e si chiuse in camera.
No, no, vattene e basta, come se non fossi mai tornato! Non voglio, non posso! urlai, vicino allisteria.
Papà, vattene, Pietro era già lì nel corridoio.
Rividi Giacomo due settimane dopo.
Spazzavo il vialetto come sempre, scacciavo lacqua piovana sulla strada. Sta allinizio della casa, un vecchio cappotto, un berretto ridicolo.
Ludovica, mi chiamò, poi ancora più forte.
Alzai la testa, lo guardai con occhi spenti. Mi aveva come spezzato. Forse avrei voluto perdonarlo, ma non potevo più abbracciarlo. Fu lui a venirmi più vicino.
Sono rimasto, ho trovato un altro posto in fabbrica. Non mi hanno voluto come caposquadra, per ora sono operaio. Mi fai entrare?
Alzai la testa, mi appoggiai alla scopa e fissai il volto:
Ti faccio entrare sì, ma per scrivere la domanda di separazione, subito.
Non mi perdoni? Capisco.
E se capisci, allora perché sei venuto?
Quando sono partito, Olga mi aveva detto: se te ne vai, non ti riprendo più. E così sono tornato, Ludovica, sono tornato qui.
Ahah, né lì né qui ti hanno voluto, Giacomo. Uomini così non servono a nessuno. Sei tornato solo perché nostro figlio ti ha inchiodato. Se non veniva lui, tu manco tornavi. Vai pure per la tua strada, non darmi più fastidio. E togli i piedi da lì! E gli spazzai i piedi con la scopa.
Poi mi voltai e presi a spazzare con rabbia il vialetto. Dopo cinque minuti mi voltai. Giacomo non cera più. Sospirai, sentendo il peso levarsi dalle spalle. Avevo temuto che restasse lì finché, debole, lo perdonassi… Ma a chi colpisce alle spalle, spesso proteggevamo con il cuore.

La lezione che ho imparato, scrivendo oggi queste righe, è che bisogna avere il coraggio di guardare avanti e non accontentarsi solo delle abitudini. Ma soprattutto, se qualcuno volta le spalle e tradisce la tua fiducia, bisogna sapersi scegliere, continuare a vivere a testa alta, senza lasciarsi spezzare dalle ferite dellanima.

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