Nella nostra famiglia, quattro generazioni di uomini hanno lavorato nelle ferrovie! E tu cosa hai portato? chiese con voce tagliente Elena Manfredini, gettando con stizza il referto dellecografia sul tavolo. Quattro generazioni, capisci? E tu cosa hai portato?
Caterina, sussurrò piano Anna, carezzandosi il grembo. La chiameremo Caterina.
Caterina… ripeté la suocera, stirando il nome fra le labbra. Almeno il nome è decente. Ma a cosa servirà? Chi vorrà mai la tua Caterina?
Luca rimase in silenzio, lo sguardo fisso sul suo cellulare. Alla domanda della moglie, si limitò a scrollare le spalle:
Quello che è, è. Magari la prossima volta sarà un maschio.
Anna sentì il cuore tirarsi come una corda tesa. La prossima volta? E questa piccola, cosè, unesercitazione?
Caterina nacque a gennaio, minuscola, con due occhi enormi e capelli nerissimi. Luca venne solo il giorno delle dimissioni, portò un mazzo di garofani rossi e una borsa con vestitini per neonati.
È bella, disse, chinandosi con attenzione sulla carrozzina. Ti assomiglia.
Ma il naso è il tuo, sorrise Anna. E anche il mento testardo.
Ma dai, fece lui con un gesto della mano. Tutti i neonati sono uguali a questa età.
Elena Manfredini li accolse a casa con un muso lungo.
La vicina, Valentina, mi ha chiesto se fosse un nipote o una nipotina. Mi vergognavo a rispondere, borbottò. Alla mia età, giocare con le bambole…
Anna si rinchiuse nella cameretta e pianse in silenzio, stringendo la figlia al petto.
Luca lavorava sempre di più. Si offriva per consegne extra nei magazzini vicini, prendeva ogni turno possibile. Diceva che mantenere una famiglia, soprattutto con una bambina, costava troppo. Tornava tardi, stanco e taciturno.
Lei aspetta solo te, ripeteva Anna ogni sera, quando lui passava davanti alla cameretta senza nemmeno fermarsi. Caterina si illumina ogni volta che sente i tuoi passi.
Sono stanco, Anna. Domani devo svegliarmi presto per andare in officina.
Ma non le hai nemmeno dato il buongiorno…
È piccola, non capisce niente.
Eppure Caterina capiva tutto. Anna lo vedeva: la piccola girava la testa verso la porta appena sentiva i passi del papà. E quando i passi si allontanavano, fissava a lungo il vuoto.
A otto mesi, Caterina si ammalò. Prima la febbre salì a trentotto, poi a trentanove gradi. Anna chiamò la Guardia Medica, ma il dottore disse che si poteva aspettare e darle qualcosa per abbassare la febbre. Allalba, la temperatura toccò i quaranta.
Luca, svegliati! scosse il marito con urgenza. Caterina sta malissimo!
Che ora è? mugugnò lui, aprendo gli occhi a fatica.
Le sette. Non ho chiuso occhio, dobbiamo andare subito in ospedale!
Così presto? Aspettiamo questo pomeriggio, oggi ho un turno importante…
Anna lo guardò come fosse uno sconosciuto.
Tua figlia ha la febbre altissima, e tu pensi al turno?
Dai, non è grave! I bambini si ammalano spesso.
Anna chiamò un taxi da sola.
In ospedale, i medici ricoverarono Caterina nel reparto infettivi. Sospettavano una grave infezione bisognava fare una puntura lombare.
Dovè il papà? chiese il primario. Serve il consenso di entrambi i genitori.
Sta… lavorando. Arriva presto.
Anna chiamò Luca tutto il giorno. Telefono spento. Solo alle sette di sera, lui rispose.
Anna, sono in deposito, sono incasinato…
Luca, Caterina ha la meningite! Serve il tuo consenso per la puntura! I dottori aspettano!
Cosa? Puntura? Ma di cosa parli…
Vieni! Subito!
Non posso, finisco alle undici… dopo ho una cosa con gli altri…
Anna chiuse la chiamata in silenzio.
Il consenso lo firmò da sola ne aveva il diritto come madre. La puntura fu fatta con lanestesia totale. Caterina sembrava piccolissima su quella barella immensa.
I risultati saranno pronti domani, spiegò il medico. Se sarà meningite, la cura sarà lunga. Un mese e mezzo almeno in reparto.
Anna restò quella notte in ospedale. Caterina, attaccata alla flebo, era pallida e immobile. Solo il petto si sollevava debolmente.
Luca apparve soltanto il giorno dopo, allora di pranzo. Non rasato, stropicciato.
E allora… come sta? chiese, restando sulla soglia.
Male, rispose Anna a denti stretti. Gli esami ancora non ci sono.
E le hanno fatto… come si dice…
Puntura lombare. Hanno preso del liquido dalla schiena, per analizzarlo.
Luca impallidì.
Ha sofferto?
Era sotto anestesia. Non ha sentito nulla.
Si avvicinò al lettino e rimase immobile. Caterina dormiva, una minuscola mano sulla copertina, il catetere incollato al polso.
È così piccola… mormorò Luca. Non ci avevo mai pensato…
Anna restò in silenzio.
Lesito degli esami fu buono: niente meningite, solo una brutta infezione virale. Si poteva curare a casa, sotto controllo medico.
Vi è andata bene, disse il primario. Un giorno in più e sarebbe stato più grave.
Durante il viaggio verso casa Luca non disse una parola. Solo davanti al portone chiese sottovoce:
Anna… sono davvero così un cattivo padre?
Anna sistemò la bimba che dormiva, lo guardò a lungo.
Tu cosa pensi?
Pensavo ci fosse ancora tempo. Che lei fosse piccola, che non capisse niente. Ma quando lho vista lì, con tutti quei tubicini… Ho capito che potrei perderla. E che ne avrei davvero qualcosa da perdere.
Luca, lei ha bisogno di un padre. Non di uno che porta i soldi a casa e basta. Un padre che conosca il suo nome, che sappia quali sono i suoi giochi preferiti.
Quali sono? chiese sottovoce.
Il riccio di gomma e il sonaglino con i campanelli. Quando torni a casa, striscia sempre verso la porta. Ti aspetta.
Luca abbassò il capo.
Non lo sapevo…
Ora lo sai.
A casa, Caterina si svegliò e pianse sottile, con tristezza. Luca la prese istintivamente, ma poi esitò.
Posso? chiese alla moglie.
È tua figlia.
La prese in braccio con delicatezza. La bambina smise di piangere, stringendosi a lui e fissandolo con i suoi occhi scuri, profondi.
Ciao, piccola, sussurrò Luca. Perdonami se non cero quando avevi paura.
Caterina allungò una mano e lo sfiorò. Luca sentì la gola chiudersi da unemozione sconosciuta.
Papà, disse chiara la bambina.
Fu la sua prima parola.
Luca guardò Anna con occhi spalancati.
Ha… ha detto…
Lo dice già da una settimana, sorrise Anna. Ma solo quando tu non ci sei. Forse aspettava il momento giusto.
Quella sera, dopo che Caterina si addormentò nel suo abbraccio, Luca la posò delicatamente nella culla. La piccola si strinse al suo dito addormentata, senza lasciarlo andare.
Non vuole lasciarmi, notò Luca.
Ha paura che tu sparisca di nuovo, spiegò Anna.
Lui rimase ancora mezzora seduto accanto al lettino, senza decidersi a staccarsi.
Domani prendo un giorno di ferie, disse poi. E forse anche dopodomani. Voglio… voglio conoscere mia figlia.
E il lavoro? I turni extra?
Troveremo un altro modo. O vivremo con meno. Limportante è non perdersi il suo crescere.
Anna lo abbracciò.
Meglio tardi che mai.
Non mi sarei mai perdonato se fosse successo qualcosa e io non avessi saputo nemmeno quali sono i suoi giochi preferiti, sussurrò Luca, guardando la figlia dormire. O che sa dire papà.
Una settimana dopo, quando Caterina si fu completamente ristabilita, andarono tutti insieme al parco. La bambina, sulle spalle del padre, rideva felice cercando di afferrare le foglie cadute.
Guarda che meraviglia, Cate! indicava Luca i platani dorati. Lì cè anche uno scoiattolo!
Anna camminava accanto e pensava che qualche volta bisogna rischiare di perdere il bene più prezioso per capire quanto vale davvero.
Elena Manfredini li accolse a casa con il solito broncio.
Luca, Valentina mi ha detto che suo nipote già gioca a calcio. E la tua… solo con le bambole.
Mia figlia è la migliore del mondo, rispose Luca con calma, mettendo Caterina sul tappeto e porgendole il suo riccio di gomma. E anche giocare con le bambole è bellissimo.
Ma la famiglia finirà così…
Non finirà. Continuerà. In modo diverso, ma continuerà.
Elena voleva replicare, ma Caterina si avvicinò e le tese le braccia.
Nonna! esclamò, sorridendo a tutta faccia.
La suocera, spaesata, prese la nipotina in braccio.
Ma… ma parla! esclamò.
La nostra Caterina è intelligentissima, dichiarò fiero Luca. Vero, piccola?
Papà! gridò felice Caterina, battendo le mani.
Anna osservava e pensava che la felicità talvolta nasce dalla sofferenza, e che lamore più grande è quello che matura lentamente, tra la paura e la speranza.
Quella sera, mentre adagiava Caterina nel lettino, Luca le cantò una ninna nanna. La voce era roca, ma la bambina ascoltava attenta, occhi spalancati.
Non le avevi mai cantato prima, notò Anna.
Prima non facevo tante cose, rispose Luca. Ma ora ho tempo per recuperare.
Caterina si addormentò abbracciando il dito di suo padre. E anche lui restò lì, immobile, ad ascoltarne il respiro, pensando a quanto si sarebbe perso, se non si fosse fermato a capire cosa conta davvero.
E Caterina, nel sonno, sorrideva serena. Ora sapeva che il suo papà non sarebbe andato più via.
Questa storia ce lha raccontata una nostra lettrice. Talvolta il destino mette davanti a grandi prove per risvegliare il meglio che cè in noi. E voi, credete che una persona possa cambiare davvero, quando capisce che rischia di perdere ciò che ha di più caro?






