«Dai, mi presti cinquanta euro? Non ho soldi e la benzina è finita», mi ha detto laudio di Marco.
Ginevra ha aperto silenziosa lapp della banca, ha premuto il tasto per il bonifico e in un lampo ha inviato cinquecento euro a Luca. Prima ancora che finisse di pensare allennesima rimprovero, il messaggio è arrivato: «Grazie, tesoro, sei la migliore!».
Ha messo da parte il cellulare e si è persa a fissare il soffitto della sua camera da letto. La migliore, certo chi altro ti manda soldi alle undici di sera senza fare domande? Chi non ti ricorderà quei tre mila euro che gli hai prestato due settimane fa?
Sei mesi fa la situazione era diversa. Luca, Martina e Stefano guadagnavano più o meno lo stesso: circa cinquecento euro al mese, una cifra da ridere. Condividevano la pizza in quattro parti, pagavano il conto del bar tutti insieme, nessuno teneva conto dei soldi altrui. Poi Ginevra ha difeso la tesi, ha preso una promozione e ha cambiato dipartimento.
Il suo stipendio è quadruplicato. Non è salito di un cinquanta per cento, né di due volte, ma di quattro volte.
Allinizio non ha capito subito che qualcosa fosse cambiato. Per i primi duetre mesi ha continuato a vivere come prima: metteva da parte un fondo per i giorni no, comprava cibo in offerta e contava ogni spesa come se valesse mille euro. È solo unabitudine. Invece gli amici hanno subito notato la differenza, come se al suo avviso fosse comparsa una scritta al neon: «Ora sono ricca, venite tutti».
Seduta sul letto, con le ginocchia tirate al petto, Ginevra ripensa a quella serata la prima dopo la promozione. Martina ha portato una bottiglia di vino economico, Stefano un pacchetto di patatine, Luca è venuto a mani vuote ma con un sorriso largo.
Lei ha ordinato sushi, ha comprato bibite decenti, formaggi e frutta. Come di consueto ha diviso il conto per quattro e ha scritto il totale nella chat di gruppo. Nessuno ha inviato il bonifico. Ha aspettato un giorno, due, una settimana, poi ha mandato un promemoria gentile, con una faccina sorridente.
«Dai, Ginevra, ma che ti credi? Ora non ti manca più niente», ha risposto Martina. «Tranquilli, la prossima volta ci mettiamo tutti», ha aggiunto Stefano.
La prossima volta non è arrivata. O meglio, è arrivata, ma è stato lo stesso vecchio copione. Ginevra ha preparato la tavola, gli amici sono venuti, hanno mangiato e se ne sono andati, e di nuovo hanno lasciato a lei il conto.
Alla fine ha chiesto di parlare chiaro, mentre finivano le penne di pasta che lei aveva fatto cuocere per due ore.
«Ragazzi, come facciamo a dividere le spese? Ho speso allincirca cinquecento euro per tutti».
Luca ha sputato un sorso di vino, Martina ha sgranato gli occhi, Stefano ha finto di studiare il motivo sul tovagliolo.
«Ginevra, adesso sei ricca, per te cinquecento euro sono come cinquantacinque centesimi», ha detto Martina con il tono di chi parla ai bambini capricciosi. «Giusto», ha aggiunto Luca. «Non ti scenderà in tasca. Noi siamo già a corto». «Non essere tirchia», ha sbattuto Stefano sulla spalla. «Siamo amici».
Ginevra ha annuito, ha sorriso, ha chiuso largomento. Non voleva litigare, non voleva apparire la tirchia che conta i centesimi su uno stipendio a sei zeri. Dopo quella serata ha iniziato a invitare gli amici a casa il meno possibile, invocando lavoro, stanchezza, impegni. A volte inventava una scusa solo per non sentirsi sfruttata.
Le uscite al supermercato con loro si sono trasformate in una sorta di tortura. Sempre qualcuno ha dimenticato il portafoglio, non ha potuto prelevare contante, ha lasciato la carta a casa. Due mila euro qua, tre mila là; Ginevra li copriva, perché rifiutare era scomodo con la fila dietro di loro.
Ma i soldi non tornavano mai indietro. Mai.
E poi è arrivato lanno nuovo, il 31 dicembre. Ginevra si trovava in mezzo al salotto, a guardare la tavola imbandita: panettone, baccalà sotto una copertura di patate, pollo arrosto, affettati, mandarini accatastati in un vaso di cristallo. Tutto splendente, tutto a suo carico.
Non aveva intenzione di festeggiare con loro. Voleva stare da sola, guardare un film sciocco di Capodanno, andare a letto verso le due. Ma gli amici hanno insistito.
«Ginevra, come farai a stare sola a Capodanno? Vieni noi, sarà divertente!», «Il tuo appartamento è grande, cè spazio per tutti!», «Non ci abbandonerai, vero?».
Ha accettato, perché nutriva ancora la speranza che fossero cambiati, che avrebbero portato qualcosa, che avrebbero contribuito, o almeno avrebbero detto grazie.
Il televisore gracchiava in sottofondo, lei ha aggiustato la palla scintillante sullalbero di plastica nellangolo e ha guardato lorologio. Erano le undici. Presto sarebbero arrivati.
Il campanello del citofono ha suonato alle dodici e quindici. Martina è arrivata per prima, avvolta in una nuvola di profumi dolci e glitter.
«Ginevra, felice anno nuovo! Ti ho portato un regalino!».
Alle sue spalle hanno sbucato Luca e Stefano.
«Che tavola!», ha esclamato Stefano, crollando sul divano e afferrando subito il panettone. «Ginevra, sei una bomba. Non ho mangiato da stamattina».
Ginevra ha portato i bicchieri, ha versato le bevande. Si sono brindati, hanno brindato al vecchio anno, a quello nuovo, allamicizia. Lei sorrideva, diceva le parole giuste, ma dentro sentiva qualcosa graffiare, una tensione che non voleva far uscire. Non ora, non a pochi minuti dalla mezzanotte.
Al suono dei rintocchi ha espresso un desiderio: che il prossimo anno fosse più onesto.
«Regali!», ha tirato fuori Martina. «Apriamo!».
Ginevra ha passato i pacchetti ai presenti.
«Ecco, Ginevra!», ha spinto Martina, porgendole una busta. Dentro cera un gel doccia profumato allanguria.
«Grazie», ha detto Ginevra, girandolo tra le mani. «Che idea carina».
«A me!», ha lanciato Stefano, offrendo un paio di calzini rossi con renne. Il prezzo era rimasto attaccato: cento euro.
«Bello», ha messo da parte Ginevra i calzini.
«E da me!», ha proposto Luca, consegnandole una piccola scatola. Dentro tre palline di Natale di plastica, verniciate a male.
Il valore complessivo dei regali: circa trecento euro, non di più. Ginevra ha annuito a se stessa. Giusto. Tutto corretto.
«Ora aprite i miei», ha detto.
Martina è stata la prima a strappare il pacco. Dentro cera un agenda, dei cioccolatini e dei calzini con renne più carini.
Stefano ha ricevuto un set da barba e qualche dolcetto. Luca ha ottenuto una thermos e una sciarpa. I tre hanno alzato le sopracciglia allunisono, come se avessero provato a recitare una scena.
«Ehm», ha iniziato Martina, osservando lagenda. «Ginevra, è tutto?».
«Cosa intendi?».
«Beh», ha agitato lagenda in aria, «questo è il regalo?».
Ginevra si è appoggiata allo schienale, ha incrociato le gambe.
«Sì. Qualcosa non va?».
«Ginevra», ha intervenuto Luca, «pensavamo che beh, spenderai bene. Puoi permettertelo».
«Io vi regalo quello che voi mi regalatete», ha risposto con tono fermo. «Nella stessa fascia di prezzo. È giusto».
«Ingiusto!», è scoppiata Martina. «Guadagni cento volte più di noi!».
«Quattro volte. E questo non significa che devo spendere più per voi di quanto voi spendiate per me».
«Devi!», ha saltato fuori Martina. «Siamo amici! Gli amici condividono!».
Ginevra lha guardata dallalto in basso, il volto arrossato, le scintilline nei capelli, le labbra tremanti per la rabbia.
«Condividere?», ha replicato. «Da sei mesi pago tutto. Ogni nostro incontro è a spese mie. Non restituite i debiti, venite a mani vuote e divorate il mio cibo. E ora dite che devo fare cosa?».
«Sei tirchia», ha sbottato Stefano. «Solo tirchia. Hai soldi a palate e ti comporti da povera».
«Mi comporto da persona stanca di essere usata», ha risposto Ginevra alzandosi. «Questanno mi avete accumulato debiti. Nessun centesimo restituito. La tavola di stasera mi è costata quindicimila euro. Voi avete messo qualcosa? No. Avete almeno proposto? No. Siete venuti, seduti e mangiato».
«Perché sei ricca!», ha urlato Martina. «Per te sono spiccioli!».
«Che siano centesimi o milioni, sono i miei soldi. Li ho guadagnati e non devo spenderli per chi mi considera un portafoglio con gambe».
Silenzio. Stefano ha sbuffato rumorosamente. Luca si è voltato verso la finestra. Martina, con i guance rosse, stringeva ancora lagenda.
«Sei cambiata», ha detto piano. «Prima eri normale».
Martina ha gettato lagenda sul divano.
«Andiamo, ragazzi. Non cè più nulla da fare qui».
Si sono alzati in silenzio, hanno indossato giacche e scarpe senza guardarla. Luca, per lultima volta, si è voltato nella porta.
«È un peccato, Ginevra. Siamo amici da tanto tempo».
«Amici», ha risposto lei. «E poi avete deciso che dovevo mantenervi».
La porta si è chiusa con decisione. I passi sulla scala si sono spenti. Ginevra è rimasta sola nellappartamento, dove aleggiava ancora lodore del panettone e delle luci di Natale bruciate.
È tornata al tavolo, ha riempito il bicchiere, ha preso un cucchiaio di insalata era buona, con maionese fatta in casa ha sgranato un mandarino e ne ha preso un altro. Il televisore trasmetteva «Il Signore è Quello che», e Ginevra ha sorriso, ha estratto il cellulare.
Prima ha bloccato Martina, poi Luca, poi Stefano. Li ha cancellati dagli amici sui social, ha eliminato tutti i messaggi.
Questa amicizia non è sopravvissuta alla prova dei soldi. Credeva che gli amici rimanessero tali, a prescindere dal numero di zeri sul suo stipendio. Ma i soldi sono come la carta da ristampa: mostrano chi è davvero accanto a te e chi è solo dietro al tuo portafoglio.
Ha finito il panettone, si è avvolta in una coperta, ha cambiato canale. Fuori, qualcuno lanciava fuochi dartificio; le luci colorate dipingevano il cielo sopra i tetti. Li guardava e sorrideva, non con tristezza, ma con un vero sorriso.
Non è la fine. Troverà altre persone, quelle che la apprezzeranno per quello che è, con o senza denaro. Quelli che non la giudicheranno per il suo stipendio o per quanto possono strappare da lei.
I mandarini profumavano di festa e di infanzia. Ginevra ne ha sbucciato un altro, lha diviso a spicchi, lo ha messo in bocca. Dolce, succoso, perfetto.
«Buon anno, Ginevra. Buona nuova vita», si è sussurrata, mentre fuori esplodevano i fuochi.






