Il cuore di una madre Seduto al tavolo della cucina di casa sua, Stasio assaporava la tradizionale e profumata zuppa di barbabietole preparata da sua mamma Maria, una ricetta il cui calore sapeva di ricordi d’infanzia. Era ormai un uomo di successo, abituato ai migliori ristoranti stellati e ai piatti più raffinati, ma nessun sapore riusciva a superare quello semplice e autentico della cucina materna. Mentre gustava lentamente il brodo, persi nei suoi pensieri, Maria entrò nella stanza con una tazza di tè, visibilmente agitata. Lo quasi sussurrò: «Quando devi partire, Stasio?» Apprese così che suo figlio avrebbe affrontato un viaggio con l’amico Eugenio la mattina seguente, vista la sua auto guasta. Nonostante le rassicurazioni di Stasio—che la macchina dell’amico era affidabile e il numero della targa, tre sette, per tradizione portafortuna—Maria non sembrava per nulla tranquilla. Una notte agitata e il mattino dopo, Stasio si svegliò tardi, scoprendo che il telefono si era spento e che l’amico era già partito senza di lui. Seguirono chiamate perse, messaggi d’ansia di sua madre: accorsero in casa, dove trovò Maria pallida in preda al terrore dopo aver visto al telegiornale una terribile notizia di incidente sull’autostrada, con protagonista l’auto di Eugenio, la famosa Audi bianca dal numero fortunato. Solo il caso aveva tenuto Stasio lontano da quella tragedia. Nel sollievo e nello spavento, si prese cura della madre, portandola in clinica dopo un evidente malore. Il ricovero, le premure, i medici e poi—nelle lunghe sere d’attesa—quel dialogo sincero e profondo tra madre e figlio: le confessioni sulle paure, la consapevolezza di quanto sia difficile lasciar andare chi si ama, la promessa silenziosa che, per quanto la vita cambi e chiami altrove, l’affetto e il legame materno restano la vera ancora, il rifugio sicuro, la bussola per non smarrirsi mai. Il cuore di una madre è l’abbraccio che protegge anche quando il destino sembra voler strappare i fili che legano i nostri giorni—e Stasio, stringendole la mano e con un delicato sorriso, capisce che, sopra ogni cosa, la felicità nasce e si custodisce nella certezza che qualcuno ci aspetta e soffre per noi.

Diario personale di Stefano Il cuore di una madre

Stasera, seduto al tavolo della cucina di mia madre, mi sono sentito a casa come non succedeva da tempo. Davanti a me una fondina colma della sua inimitabile zuppa di fagioli, densa, profumata, col tocco acido del pomodoro e delle erbe fresche. La cucchiaio andava dal piatto alla bocca quasi senza che ci pensassi, mentre i miei pensieri volavano lontano. Mi sono accorto di quanto la mia vita sia cambiata negli ultimi anni. Ormai posso permettermi di fare colazione in locali eleganti a Milano, pranzare in ristoranti stellati a Bologna oppure cenare in posti dove la cucina sperimentale viene servita come unopera darte. Con un clic, arrivano a casa ostriche dalla Bretagna, tartufi dal Piemonte o manzo Kobe direttamente dal Giappone. Eppure, nessuna di queste delizie si avvicina neanche lontanamente al conforto della zuppa di fagioli della mamma.

Salse sofisticate, spezie rare, piatti scolpiti con la pinzetta tutto sembra vuoto e senzanima rispetto a quel piatto semplice, che sa di casa. Cè più che ingredienti e ricetta: cè lattenzione, la pazienza, il calore delle mani di mia madre. È il sapore dei miei giorni spensierati da ragazzino. Forse posso viaggiare ovunque e assaggiare ogni cucina, ma la migliore resterà sempre quella di mamma.

Immerso in questi pensieri, è comparsa mia madre, Maria. Ha posato con attenzione una tazza di tè davanti a me, quasi in punta di piedi. Lho subito vista diversa, come turbata da qualcosa di profondo.

Stefano, quando devi partire?

Ho alzato lo sguardo e le ho sorriso.

Domattina presto. Lauto è dal meccanico, quindi mi accompagna un amico.

Mi piace osservarla ora: in salute, rilassata, con le guance appena colorite. Nessuno le darebbe più di quarantanni, anche se in realtà ne ha superati i cinquanta.

Il viaggio è breve, mamma. Davvero, non ti preoccupare ho aggiunto, sperando di tranquillizzarla.

Maria si è irrigidita allistante, le dita stringevano il bordo del tavolo come a cercare sicurezza. Il silenzio è stato interrotto solo dal ticchettio dellorologio a muro.

Con un amico ha ripetuto a bassa voce, il volto divenuto improvvisamente pallido. No, Stefano, non andare con lui.

Mi sono stupito. Era tanto che non la vedevo così agitata. Di solito calma come il mare al mattino, ora sembrava davvero in ansia. Ho posato il cucchiaio, cercando gli occhi della mamma.

Ma nemmeno sai chi è, mamma. È Sergio, un mio amico dai tempi delluniversità. Guida con prudenza, ha una buona auto una tedesca, va che è una sicurezza! E pensa, il numero di targa porta tre sette: una fortuna!

Maria si è avvicinata piano, guardandomi fissa negli occhi. Mi ha preso una mano: la sua pelle fredda contrastava con il calore della mia.

Per favore, figliolo la voce le tremava, ma cercava di conservare fermezza prendi un taxi. Ho lansia Non so, il cuore non mi lascia tranquilla.

E se il tassista la patente lha comprata?! ho provato a buttarla in scherzo, accennando un sorriso. Vedrai che va tutto bene, ti richiamo appena arrivo. Appena scendo dalla macchina!

Lho baciata sulla guancia, cercando di rassicurarla con un abbraccio caldo. Si è aggrappata a me per un attimo, come volesse assorbire tutto il mio affetto prima di lasciarmi andare.

Andrà tutto benissimo, mamma, te lo prometto.

Quando sono uscito, ho percorso lentamente le vie dove sono cresciuto. Era una sera mite, laria quasi pungente di primavera. I lampioni proiettavano dischi dorati di luce sul selciato. Abito poco lontano solo dieci minuti a piedi e ogni passo serviva a scacciar via dalla mente il volto teso di mia madre.

Appena rientrato in casa, il silenzio mi ha accolto. Ho posato la borsa già pronta vicino allingresso, controllato ancora una volta di avere tutto per la partenza del mattino. Poi ho impostato la sveglia, notando che erano già le ventuno e quarantacinque. “Mi raccomando, domani alle sei in piedi”, mi sono detto mentalmente, tentando di fissare la cosa nella memoria.

A letto, a luci spente, fissando il soffitto, ho pensato ancora a mamma, sapendo che anche lei dallaltra parte del paese probabilmente non dormiva per lansia. Mi sono imposto di pensare al viaggio, alle cose da fare in ufficio alla fine piano piano il sonno ha preso il sopravvento.

***

Il mattino successivo tutto, però, è andato storto. Ho aperto gli occhi accecato da un raggio di sole che filtrava nella stanza. Per qualche secondo mi sono chiesto cosa mi avesse svegliato. Poi lo sguardo è finito sulle cifre digitali dellorologio. Le nove meno cinque.

Mamma mia! mi è sfuggito urlando, mentre scattavo a sedere sul letto. Ho afferrato la sveglia, scagliandola su una poltrona in un moto di rabbia. Sveglia non pervenuta. “Perché Sergio non mi ha chiamato? Dovevamo incontrarci!”

Ma ecco: il cellulare era spento. Impossibile lo ricordavo bene carico alla presa. Lho acceso, e in pochi istanti sono arrivati i messaggi, uno dopo laltro.

Il primo era di Sergio, alle otto:

Stefano, dove sei? Sono sotto casa da un quarto dora. Se tra dieci minuti non scendi, vado senza di te, è lunga la strada.

Un altro: Ma vieni o no? Richiamami.

Infine: Ho aspettato troppo. Vado. Scusa.

Sono rimasto a fissare quei messaggi. Quindi Sergio era davvero passato e mi aveva aspettato Ero io ad avergli dato buca. E la faccia ansiosa di mamma mi è balenata subito davanti agli occhi. Aveva avvertito qualcosa? Adesso però era troppo tardi per pensarci.

Mi sono precipitato, ancora in preda allagitazione. Non cera più tempo per organizzarsi; avrei dovuto chiamare un taxi oppure cercare una macchina a noleggio. Ma prima ancora, ho visto sul cellulare le chiamate perse di mamma: oltre venti, una dietro laltra.

Il cuore mi è quasi saltato in gola. Ho afferrato le chiavi, dimenticando persino la borsa, e sono corso fuori. In un minuto e mezzo ero già davanti al portone di casa dei miei.

La porta era socchiusa. Sono entrato, ansimando.

Mamma, stai bene?! ho urlato, spaesato.

Maria era sul divano, pallida, visibilmente provata; gli occhi arrossati e il viso tirato. Quando mi ha visto, ha sussurrato appena:

Stefano sei proprio tu? Oddio, grazie

Sono rimasto paralizzato. Non la ricordavo così disperata da anni, forse mai. Avrei voluto abbracciarla, calmarla subito.

Che succede, mamma? le ho chiesto sedendomi vicino, prendendole le mani gelide.

In quel momento, dal televisore acceso arrivò la voce fredda di un conduttore:

Incidente sulla provinciale nei pressi di Modena. In uno scontro fra quattro vetture, solo uno dei conducenti ha riportato lievi ferite conducente di una Audi bianca, targa 777

Ho guardato le immagini: macchine accartocciate, lampeggianti, vigili e sirene. La mia attenzione è rimasta impigliata su quella macchina bianca con quei numeri sulla targa. Era lauto di Sergio.

Ho capito tutto in un istante. Mamma aveva visto le immagini in tv, riconosciuto la macchina di Sergio, e quando non rispondevo alle sue chiamate ha pensato al peggio.

Mamma, sono qui. Sto bene, guarda le ho detto, sedendola meglio e correndo a riempire un bicchiere dacqua. Bevi, respira, sono qui davanti a te.

Maria afferrava il mio braccio, le dita strette quasi da farmi male. Mi fissava incredula e iniziava a singhiozzare sottovoce.

Stefano ho avuto una paura tremenda Ho chiamato, chiamato Non rispondevi Io temevo di non riabbracciarti mai più

Lho stretta forte, carezzandole la schiena come facevo da piccolo, quando piangeva. Aveva bisogno di tempo per riprendersi. Le ho spiegato a bassa voce che la sveglia non aveva suonato e il cell si era spento. Mi sono semplicemente addormentato, mamma. Tutto bene. Sono qui, vicino a te.

Mi sono accorto però che la sua tensione non si scioglieva. Senza pensarci, ho cercato il numero dellambulanza.

Pronto? È unurgenza. Una signora ha avuto un forte spavento, credo problemi al cuore via Verdi, 16. Sì, aspettiamo.

Quando lambulanza è arrivata, dieci minuti dopo, il paramedico un uomo tranquillo in camice bianco si è seduto vicino a Maria, misurandole subito la pressione e chiedendo di vertigini e nausea.

Poi, rivolgendosi a me: Vi consiglio una notte in osservazione, il livello di stress è stato eccessivo, meglio che resti qualche giorno sotto controllo.

La accompagno in una clinica privata ho risposto senza esitare. Lì sarà seguita bene.

Lui ha solo sorriso e scrollato le spalle, compiacente. Se avete la possibilità, va bene. Mi ha consegnato i documenti per il ricovero e congedato con rassicurazioni.

Così siamo arrivati in clinica, dove Maria è stata subito accolta e seguita dagli infermieri. Il medico che ci ha ricevuto, un uomo calvo sulla cinquantina dagli occhi buoni, si è accertato che non ci fossero danni evidenti, ma ha prescritto accertamenti.

Mia madre era stanca, pallida, ma ora nei suoi occhi non cera più quel panico di prima.

Lo sapevo che cera qualcosa che non andava lho sentito, dentro mi ha detto piano.

Mi sono sentito colpevole come non mai. Solo adesso realizzavo quanto tempo, energia e cuore mia mamma avesse dedicato solo a me. Mi ripromisi che mai più avrei ignorato le sue intuizioni.

Mi dispiace di averti fatto spaventare così, mamma. Ora cerco di ascoltarti meglio le ho confidato con voce strozzata. Lei mi ha accarezzato la guancia proprio come faceva quando tornavo da scuola accigliato.

Limportante è saperti vivo. Il resto non conta.

Nellattesa che finisse gli esami, sono rimasto accanto a lei in corridoio. Rumore di passi, voci di infermieri, telefoni che squillavano ma per me cera solo la sua mano fra le mie, e una promessa silenziosa di non darle più queste preoccupazioni.

***

Non mi sono allontanato da lei neppure per dormire. Di notte cercavo di riposare su una poltrona scomoda, ma vederla riprendersi piano piano valeva ogni disagio. Alle visite mediche seguivano i dialoghi con i dottori, sempre cortesi.

Confermarono che sarebbe stato meglio tenerla sotto osservazione alcuni giorni. Accettai senza discutere. Durante quei giorni, ho avvisato al lavoro; il mio capo ha capito subito la situazione e si è offerto di coprirmi nella trasferta. Limportante è che la signora stia bene. Facci sapere se ti serve qualcosa.

Mamma migliorava. Ogni giorno il suo colorito era un po più sano, la voce più forte.

Un pomeriggio, con la luce dorata che filtrava dalla finestra, Maria ha rotto il silenzio:

Lo sai che ho sempre avuto paura che te ne andassi via per non tornare più?

Lho ascoltata attentamente. Per la prima volta vedevo non solo la madre protettiva, ma una donna che aveva vissuto con una lieve inquietudine per anni.

Perché? le ho chiesto, sinceramente curioso.

Perché sei troppo indipendente. Fin da piccolo volevi fare da solo. Ricordi quando a cinque anni ti allacciavi le scarpe da solo anche se poi scivolavano via? E non volevi mai che ti aiutassi. Ti guardavo orgogliosa, ma a volte mi sembrava che mi stessi allontanando. Cresci troppo, figlio mio ed io resto qui, ad aspettare.

Lho stretta le mani, cercando di infonderle la sicurezza di un tempo.

Non vado da nessuna parte mamma. Tu resti la persona più importante per me. Scusami se non me ne sono mai accorto, ti prometto che da adesso in poi ti ascolterò di più.

Lei mi ha accarezzato piano.

Va bene così, tesoro. Limportante è saperlo.

Poi sono rimasto un po in silenzio, ma mi sono fatto coraggio.

Senti mamma cè una ragazza si chiama Chiara. Lavora con me da due mesi. È diversa dalle altre. Con lei sto bene, e mi sembra che mi capisca anche senza parlare troppo.

Maria si è illuminata agli occhi, pronta a farmi mille domande come una volta quando le portavo a casa le pagelle.

Raccontami di lei! Come vi siete conosciuti?

Allora ho iniziato a parlarle di Chiara, soffermandomi sui dettagli. E mi sono reso conto che condividere con lei questo lato della mia vita mi alleggeriva il cuore.

Credo potrebbe essere la persona giusta per me, ma avevo paura te la prendessi, pensando che dimenticassi te, che cambiassi troppo in fretta

Mamma ha riso di cuore, come non la sentivo da tempo.

Che sciocco che sei! Lunica cosa che voglio è vederti felice con una tua famiglia, magari dei bambini Io sarò sempre la tua mamma. Non importa quanto ti farai grande o chi avrai accanto: basta che ogni tanto ti ricordi che qui cè qualcuno che ti ama da sempre e per sempre.

Ho sorriso, sentendo dissolversi lultimo nodo che avevo in gola.

Non ti dimenticherò mai, mamma. E grazie per capirmi così beneUn colpo alla porta, lieve. Era linfermiera che veniva a controllare le flebo di Maria. Sorrise anche lei, colta dal calore che si era creato nella stanza.

Quando rimanemmo di nuovo soli, la mamma mi strinse la mano e mi guardò con quella tenerezza che solo lei sapeva esprimere.

Vedi, sussurrò il cuore di una madre sente cose che nessun altro può capire. Io vivo per saperti felice. Tu promettimi solo che ogni tanto mi porterai a cena, e che la zuppa non la scorderai mai.

Scoppiammo a ridere, e in quel momento sentii che il passato, gli errori, le paure trovavano il loro posto, e il presente era un dono inaspettato.

Mentre fuori il cielo si velava di rosa e la città riprendeva il suo ritmo, mi accorsi che la vita è come la zuppa della mamma fatta di ingredienti semplici, di piccole attenzioni, di abbracci silenziosi. E che bastava davvero poco per ritrovarsi e sentire che, ovunque andrò, ci sarà sempre una tavola apparecchiata e un cuore che mi aspetta a casa.

E così, in quella stanza anonima dospedale, con il profumo del tè che ancora aleggiava, capii che era questa la ricchezza più grande della mia vita: lamore che non si misura, ma si sente, ogni volta che chiudiamo gli occhi e pensiamo a chi ci ha insegnato, semplicemente, a vivere.

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Il cuore di una madre Seduto al tavolo della cucina di casa sua, Stasio assaporava la tradizionale e profumata zuppa di barbabietole preparata da sua mamma Maria, una ricetta il cui calore sapeva di ricordi d’infanzia. Era ormai un uomo di successo, abituato ai migliori ristoranti stellati e ai piatti più raffinati, ma nessun sapore riusciva a superare quello semplice e autentico della cucina materna. Mentre gustava lentamente il brodo, persi nei suoi pensieri, Maria entrò nella stanza con una tazza di tè, visibilmente agitata. Lo quasi sussurrò: «Quando devi partire, Stasio?» Apprese così che suo figlio avrebbe affrontato un viaggio con l’amico Eugenio la mattina seguente, vista la sua auto guasta. Nonostante le rassicurazioni di Stasio—che la macchina dell’amico era affidabile e il numero della targa, tre sette, per tradizione portafortuna—Maria non sembrava per nulla tranquilla. Una notte agitata e il mattino dopo, Stasio si svegliò tardi, scoprendo che il telefono si era spento e che l’amico era già partito senza di lui. Seguirono chiamate perse, messaggi d’ansia di sua madre: accorsero in casa, dove trovò Maria pallida in preda al terrore dopo aver visto al telegiornale una terribile notizia di incidente sull’autostrada, con protagonista l’auto di Eugenio, la famosa Audi bianca dal numero fortunato. Solo il caso aveva tenuto Stasio lontano da quella tragedia. Nel sollievo e nello spavento, si prese cura della madre, portandola in clinica dopo un evidente malore. Il ricovero, le premure, i medici e poi—nelle lunghe sere d’attesa—quel dialogo sincero e profondo tra madre e figlio: le confessioni sulle paure, la consapevolezza di quanto sia difficile lasciar andare chi si ama, la promessa silenziosa che, per quanto la vita cambi e chiami altrove, l’affetto e il legame materno restano la vera ancora, il rifugio sicuro, la bussola per non smarrirsi mai. Il cuore di una madre è l’abbraccio che protegge anche quando il destino sembra voler strappare i fili che legano i nostri giorni—e Stasio, stringendole la mano e con un delicato sorriso, capisce che, sopra ogni cosa, la felicità nasce e si custodisce nella certezza che qualcuno ci aspetta e soffre per noi.