«A casa risolviamo i conti, Varvara!» sbottò Massimo scuro in volto. «Non voglio dar spettacolo in mezzo alla strada!» — «Ma figurati!» sbuffò Varvara. — «Proprio tu!» — «Varvara, non farmi perdere la pazienza!» ringhiò Massimo. «A casa si parla!» — «Uhh, che terrore!» rispose lei lanciando la treccia dietro la schiena e dirigendosi verso casa. Massimo attese che Varvara si allontanasse, poi prese il telefono e sussurrò: «Sì, sta tornando. Ricevetela come abbiamo concordato… E giù in cantina se fa la furba! Presto arrivo!» Sistemò il telefono e si preparò a entrare al supermercato, deciso a festeggiare la disciplina impartita alla moglie, quando fu bloccato da un uomo sconosciuto: «Mi scusi se la fermo così all’improvviso!» sorrise timido. «Era con lei una ragazza…» «Mia moglie, perché?» domandò Massimo aggrottando le sopracciglia. «Nulla, nulla… Mi scusi, ma sua moglie si chiama per caso Varvara Melnik?» «Varvara, sì, da nubile Melnik. Che importa?» «E di secondo nome è magari Serghevna?» «Certo! Da dove la conoscete?» «Mi perdoni… Non la conosco di persona, sono… diciamo un suo ammiratore!» sussurrò l’uomo. «Ammiratore? Guarda che ti sistemo io la cassa toracica!» minacciò Massimo. «Che vuoi dalla mia donna?» «No, no, non in quel senso!» balbettò il tipo. «Ammiratore… del suo talento!» «Talento?» Massimo era interdetto. «Ma sì! Sa quanto ci voglia ottenere la squalifica a vita nel Muay Thai a diciott’anni per eccessiva ferocia? Io ricordo ancora certi incontri… un vero spettacolo!» Massimo impallidì, fece scivolare il telefono e corse a casa. — «Dio, fa’ che non sia troppo tardi!» Quando Varvara era arrivata in paese tre anni prima, tutti avevano fantasticato: giovane, atletica, spontanea, perfino maestra di ginnastica per i bambini. Diceva di essere fuggita dalla famiglia che voleva costringerla a un matrimonio combinato. «Chissà che segreto nasconde!» sussurravano le pettegole. Ma Massimo aveva deciso: sarebbe stata sua moglie. Subito trasferita nella grande casa di famiglia, Varvara aveva promesso di seguire le regole, anche se non sopportava le ingiustizie. Ma l’idillio svanì presto: libertà negata, lavoro domestico a non finire, nessuna evasione permessa, e la suocera sempre pronta a ricordarle il suo dovere. Quando Varvara reclamava rispetto e giustizia, veniva tacciata di ribellione. Un giorno, la famiglia decise di “rieducarla”. Ma l’accoglienza fu… travolgente: fracassate le porte, il cognato col braccio spezzato, il suocero svenuto fra le schegge della mobilia, la suocera riversa con un livido spettacolare, la famosa spianatoia ridotta a brandelli. Varvara, serafica, sorseggiava il tè: «Tesoro, sei venuto per la tua parte? O preferisci un po’ di giustizia familiare?» Massimo deglutì: «D’accordo, cara…» Da allora, le regole in famiglia cambiarono. Pace e rispetto regnavano… E nessuno osò più mettere Varvara in cantina! Questa è la vera storia di Varvara, la maestra di ginnastica con il cuore (e il destro) più forte del paese, e della sua battaglia per la giustizia sotto il sole d’Italia!

Vai a casa! Lì parliamo, capito? sbottai, rivolgendomi bruscamente a mia moglie. Non è il caso di dare spettacolo in mezzo alla strada davanti a sconosciuti!

Come vuoi! sbuffò Lidia. Che gran uomo!

Lidia, non farmi perdere la pazienza! la minaccia scivolò nella mia voce. A casa ne parliamo! mi rispose con ironia: Ohibò, che severo! Poi si rigirò la treccia sulle spalle e prese la strada di casa, senza più curarsi di me.

Aspettai che si fosse allontanata abbastanza, poi tirai fuori il cellulare e sussurrai al microfono:

Sì, sta rientrando. Fate come abbiamo detto! Accoglietela bene, che impari chi comanda. Se proprio non capisce, giù in cantina, che si raffreddi le idee! Arrivo subito anche io!

Misi il telefono in tasca e stavo per entrare in una panetteria a prendermi una focaccia per calmarmi un attimo, quando uno sconosciuto mi afferrò per il braccio.

Scusi se la importuno! disse luomo con un sorriso imbarazzato. Era con lei quella ragazza

Mia moglie, sì. Che cè? chiesi diffidente.

Niente, nulla di che! fece lui, abbozzando una smorfia tra il servile e il confuso. Posso chiederle, sua moglie si chiama per caso Lidia Recalcati?

Sì, Lidia. Da nubile Recalcati. Ma perché tutte queste domande?

E di secondo nome fa Donatella?

Anche. Ma come fa a saperlo, lei, chi diamine è?

Mi perdoni ancora è nata nel 93, vero?

Feci mente locale e annuii, sempre più teso:

Sì. Ma ora basta, da dove conosce mia moglie? Sapevo che Lidia era arrivata in paese solo tre anni prima e nessuno sapeva granché su di lei, a parte la storia che era scappata dai genitori perché volevano costringerla a sposarsi.

Guardi che non la conosco di persona! mormorò luomo, arrossendo. La ammiro ma da lontano!

Ascolta, ammiratore ormai avevo alzato il tono, sentendo salire la rabbia qua finisce che ti conto le costole, vedi tu! Che storie vai inventando? Vuoi portarmi via la moglie?

No, ma non sia geloso! si agitò Intendevo dire che sono fan del suo talento!

Quale talento? balbettai, spaesato.

Eh, guardi prendersi una squalifica a vita nella Muay Thai a diciottanni per eccessiva ferocia, ci vuole talento! ribatté tutto eccitato. È un peccato che abbia smesso dopo aver vinto quei tre tornei clandestini! Sul ring era una leggenda!

Avevo le mani che tremavano mentre cercavo il telefono in tasca. Mi scappò, finì per terra e si scompose in tre pezzi. Lo raccolsi in preda allagitazione, ma non voleva più accendersi.

A corsa, presi la via di casa, ripetendomi sottovoce: Madonna santa, fa che non sia troppo tardi!

Quando Lidia arrivò in paese, me ne ero accorto subito. E come non notarla? Giovane, muscolosa, sveglia, simpatica. Si era appena sistemata come maestra di educazione fisica alle elementari.

Allinizio pensavano tutti fosse una supplente di passaggio. E invece, aveva venticinque anni e aveva dichiarato di volerci mettere radici.

Poi avevano tutti aspettato che arrivasse la sua famiglia, ma no, era venuta da sola. Qualcosa sotto cè! mormoravano le signore nelle botteghe. Una così ci porta guai, scommetto che si porta dietro qualche segreto!

Boh, magari ha avuto una delusione damore poveretta, è venuta a curarsi le ferite!

O magari litigata coi genitori e via, gambe! Cose che si vedono anche in TV!

Io la osservavo, senza però farmi avanti subito. Chissà che storie si porta dietro stiamo a vedere.

La scuola, si sa, non è solo fatica e lavoro. È anche la sala insegnanti dove tutti sfogano sé stessi, ogni giorno. In neanche sei mesi, dal racconto di Lidia era venuta fuori la sua storia:

I miei sono imprenditori. Brava gente, per carità. Ma il lavoro è andato male, fornitore che li rovina, e tutto si è rovesciato. Risultato: mio padre voleva sistemarmi con uno, per tornaconto. Che schifo! Aveste visto laspirante marito Meglio la fuga!

E sei proprio sola? aveva chiesto la collega anziana, scuotendo la testa.

Al mondo siamo tutti soli, in fondo, aveva risposto Lidia Meglio essere da sola che sposare uno che non amo! Piuttosto faccio la mia strada.

Ma qui troverai lamore, vedrai! le dissero. Il nostro paese è piccolo, ma ci sono brave persone!

Quando la voce si sparsa per tutto il paese, io avevo già deciso: Me la sposo io, altroché! Le nostre ragazze locali sono diventate tutte viziatelle, questa almeno non ci porta dietro mezza parentela!

Lo dissi in famiglia: a mamma, papà e mio fratello maggiore. È giovane, sana, con una testa sulle spalle! Se insegna ginnastica ci sarà un motivo! Ci farà figli robusti, darà una mano in casa e la scuola? Sono due ore al giorno!

Ottima scelta! approvò la famiglia. E se farà storie, impara come si faceva una volta!

Nel mio paese, nessuno dubitava che sarebbe andata così: ero un bel tipo, oltretutto vicedirettore del mercato ortofrutticolo locale.

Con le ispezioni dalla cooperativa, ero solo un magazziniere, ma spacciai qualche idea su come migliorare tutto. Mi presero in simpatia e mi fecero subito vice, che lì toccava lavorare sodo.

Certo, i dipendenti si lamentavano che fossi severo. E mio fratello, capo della sicurezza per mia volontà, era ancora peggio. Fanno la guardia ai carciofi peggio della polizia, questi due!

Ma almeno i furti finirono per sempre.

Come fare a dir di no a uno come me? Prima Lidia accettò di uscire, poi si lasciò corteggiare, infine mi disse sì.

Presi Lidia dalla sua stanza in affitto e la portai a casa da me.

Cara, ora che sei parte della famiglia devi capire che qui si vive tutti insieme, attaccò subito mia madre. Qui si fa tutto a turno e ci si aiuta! Non so come si faceva da te, ma qui si fa così.

Da me regole non ce nerano, disse Lidia. E comunque da quelle poche sono scappata! Ora imparo le vostre, che sono le mie!

Una risposta così fece piacere a tutti.

Però sappiate che non so fare niente in casa. A casa dei miei cera la donna delle pulizie.

Quello si rimedia! rise mio padre. Imparerai presto! Limportante è essere di buona volontà ma sappi che lingiustizia non la sopporto.

Cara, riprese mia madre la giustizia è una questione relativa! Ci sono regole di famiglia, vanno rispettate! Rispetta il marito e la sua famiglia, trattali come vorresti essere trattata tu! E poi, obbedienza e dolcezza saddicono a una donna! Gli uomini proteggono, le donne accudiscono!

Se si fa così alzò le spalle Lidia. Ma spero niente punizioni modello Medioevo, eh?

Niente fruste, niente cavalli in stalla! scherzò mio padre.

Ma in realtà la libertà cominciarono a togliergliela dopo solo un mese dal matrimonio. Solo lavoro e spesa, tutto il resto sospeso: Dove vai? Cè da fare qui e nellorto! E poi galline, anatre strillava mia madre. Siamo una famiglia, mica posso fare tutto da sola!

E in effetti, mio padre aveva la schiena a pezzi e ci dava solo consigli. Tutto, ma proprio tutto, stava sulle spalle di mia madre e, adesso, di Lidia.

Anche mia madre, però, non era più giovane: a volte la pressione, a volte il mal di testa, ma il lavoro domestico non aspetta.

E la vita privata? chiedeva Lidia. Non parlo della vita di coppia, ma qualcosa di mio. Un film, un gelato, una passeggiata? Non ho nemmeno unamica!

In matrimonio le amiche portano solo grane! E ai caffè ci vai col marito, che fa la donna sola in giro? In paese si chiacchiera, che figura ci fai!

Sul serio? sembrava non crederci Lidia.

Tu vieni da città! Ma qui si sa tutto di tutti, e una maestra deve dare il buon esempio. Altrimenti, ti cacciano con disonore dalla scuola!

Logica ferrea, ma Lidia non voleva annegare nel lavoro casalingo. Faceva tutto, ma pretendeva rispetto. Se doveva lavorare, voleva lo stesso dagli altri. Se qualcuno si tirava indietro, si tirava indietro anche lei.

Si lavora tutti o niente! diceva. Se qualcuno poltrisce, poltrisco anchio!

Passarono due anni e mezzo dal matrimonio. Lidia non aveva perso il vizio di voler giustizia. Pretendeva che tutti facessero la loro parte.

Che caratteraccio questa Lidia! protestava mia madre, mandando lei a far la spesa. Risponde sempre, pure peggio di una cicoria selvatica!

Neanche rispetto per me, brontolava mio padre. Le chiedo una coperta e fa finta di niente!

Marco, qui bisogna agire, disse mio fratello Carlo. Manchi di autorevolezza! Prende in giro pure i genitori una cosa mai vista!

Tiene testa pure a me! E se poi avremo figli? Quella lo userà come scusa per comandare tutti!

Facciamo così: la porti a spasso in centro, poi la mandi a casa da sola propose mio fratello. Qui laspettiamo noi. Vediamo se capisce a parole, sennò si stringe la mano forte! E se protesta, la chiudiamo in cantina, diciamo che è in ferie! Un mesetto a riflettere e passa la voglia di ribellarsi.

Così fecero. Mentre io portavo Lidia a prendere un gelato, loro si preparavano alla battaglia aspettando il mio segnale.

Non feci in tempo.

Il cancello cera, ma la porta della casa era distrutta, sembrava scardinata da un ariete medievale. Nellingresso, mio fratello Carlo stava a pezzi con un braccio rotto, lamentandosi. Gli passai il telefono e urlai:

Dai, chiama lambulanza! E chiedi due auto!

Carlo annuì, boccheggiando dal dolore.

In sala, tra le sedie a terra, trovai mio padre, svenuto ma vivo. E in cucina, vicino alla porta, seduta per terra cera mia madre, con un livido che le copriva mezza faccia e le mani strette attorno al mattarello spezzato che usava per fare la pasta.

Al tavolo stava Lidia, che sorseggiava il tè con unaria di chi non si è scomposta minimamente.

Amore? alzò lo sguardo su di me. Sei venuto anche tu a prendere la tua parte?

N-no… balbettai.

Nemmeno so più che offrirti. Forse un pizzico di giustizia in famiglia?

Magari la prossima volta mi avvisi prima! gridai. Hai fatto fuori tutti!

So quello che faccio! Ognuno ha avuto quel che cercava: chi è venuto con la forza, con la forza ha avuto risposta! Il mattarello me lo sono spezzata da sola sul ginocchio. Tua mamma si è fatta male da sola con la porta mentre correva.

E ora? Come si va avanti?

Da oggi si vive in pace, sorrise Lidia. E secondo regole giuste! E niente pensieri di divorzio: sono incinta. E mio figlio avrà suo padre.

Ingoiai a vuoto: Va bene, amore mio.

Quando le ferite furono guarite e lorgoglio smussato, le regole cambiarono un po. Da allora in poi in casa regnarono giustizia e rispetto. Nessuno si azzardò mai più a mancare di rispetto a qualcuno.

E questa storia mi ha insegnato che, in famiglia, la giustizia vera e il rispetto reciproco valgono molto più di tutte le vecchie abitudini.

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«A casa risolviamo i conti, Varvara!» sbottò Massimo scuro in volto. «Non voglio dar spettacolo in mezzo alla strada!» — «Ma figurati!» sbuffò Varvara. — «Proprio tu!» — «Varvara, non farmi perdere la pazienza!» ringhiò Massimo. «A casa si parla!» — «Uhh, che terrore!» rispose lei lanciando la treccia dietro la schiena e dirigendosi verso casa. Massimo attese che Varvara si allontanasse, poi prese il telefono e sussurrò: «Sì, sta tornando. Ricevetela come abbiamo concordato… E giù in cantina se fa la furba! Presto arrivo!» Sistemò il telefono e si preparò a entrare al supermercato, deciso a festeggiare la disciplina impartita alla moglie, quando fu bloccato da un uomo sconosciuto: «Mi scusi se la fermo così all’improvviso!» sorrise timido. «Era con lei una ragazza…» «Mia moglie, perché?» domandò Massimo aggrottando le sopracciglia. «Nulla, nulla… Mi scusi, ma sua moglie si chiama per caso Varvara Melnik?» «Varvara, sì, da nubile Melnik. Che importa?» «E di secondo nome è magari Serghevna?» «Certo! Da dove la conoscete?» «Mi perdoni… Non la conosco di persona, sono… diciamo un suo ammiratore!» sussurrò l’uomo. «Ammiratore? Guarda che ti sistemo io la cassa toracica!» minacciò Massimo. «Che vuoi dalla mia donna?» «No, no, non in quel senso!» balbettò il tipo. «Ammiratore… del suo talento!» «Talento?» Massimo era interdetto. «Ma sì! Sa quanto ci voglia ottenere la squalifica a vita nel Muay Thai a diciott’anni per eccessiva ferocia? Io ricordo ancora certi incontri… un vero spettacolo!» Massimo impallidì, fece scivolare il telefono e corse a casa. — «Dio, fa’ che non sia troppo tardi!» Quando Varvara era arrivata in paese tre anni prima, tutti avevano fantasticato: giovane, atletica, spontanea, perfino maestra di ginnastica per i bambini. Diceva di essere fuggita dalla famiglia che voleva costringerla a un matrimonio combinato. «Chissà che segreto nasconde!» sussurravano le pettegole. Ma Massimo aveva deciso: sarebbe stata sua moglie. Subito trasferita nella grande casa di famiglia, Varvara aveva promesso di seguire le regole, anche se non sopportava le ingiustizie. Ma l’idillio svanì presto: libertà negata, lavoro domestico a non finire, nessuna evasione permessa, e la suocera sempre pronta a ricordarle il suo dovere. Quando Varvara reclamava rispetto e giustizia, veniva tacciata di ribellione. Un giorno, la famiglia decise di “rieducarla”. Ma l’accoglienza fu… travolgente: fracassate le porte, il cognato col braccio spezzato, il suocero svenuto fra le schegge della mobilia, la suocera riversa con un livido spettacolare, la famosa spianatoia ridotta a brandelli. Varvara, serafica, sorseggiava il tè: «Tesoro, sei venuto per la tua parte? O preferisci un po’ di giustizia familiare?» Massimo deglutì: «D’accordo, cara…» Da allora, le regole in famiglia cambiarono. Pace e rispetto regnavano… E nessuno osò più mettere Varvara in cantina! Questa è la vera storia di Varvara, la maestra di ginnastica con il cuore (e il destro) più forte del paese, e della sua battaglia per la giustizia sotto il sole d’Italia!