— Qui ora vivrà Diana, — dichiarò il marito al suo ritorno dalle vacanze.

Qui vivrà Fiorenza, dissi, appena rientrato dalle vacanze.

Oggi era un giorno diverso.

Ero appena tornato da due settimane di vacanza al mare, a Rimini, per staccare la spina, come dico noi. Dalla routine di Milano, dal lavoro, dalla città, e, forse, anche da Ginevra. Lei non si era offesa; era stanca, e meritava un po di riposo.

Lei era rimasta a casa a sistemare le cose: puliva le finestre, riordinava gli armadi, spazzava il balcone. Faceva tutto perché, al mio ritorno, trovasse il nido accogliente e caldo.

La porta si chiuse con un botto.

Andrea? chiese Ginevra, spuntando dalla cucina mentre si asciugava le mani sul grembiule.

Io ero nella vestibolo, abbronzato e rilassato, con una valigia e una borsa piena di souvenir. Sorrisi, ma qualcosa nellaria mi sembrava strano.

Ciao, dissi, slacciando le scarpe da ginnastica.

Come è andata la vacanza? chiese Ginevra avvicinandosi. Voleva abbracciarmi, ma già mi stavo dirigendo verso la camera.

Benissimo, risposi dalla porta. Mare, sole, gente interessante.

Ginevra spense il fornello e mi chiamò per cena. Ci sedemmo al tavolo. Mangiai in silenzio, senza alzare gli occhi.

Che cè che non va? domandò con cautela. È successo qualcosa?

Misi giù la forchetta, la fissai e dissi:

Ginevra, qui ora vivrà Fiorenza.

Ginevra rimase senza parole.

Cosa?

Fiorenza. Lho conosciuta a Rimini. Ha una situazione difficile, è senza tetto. Lho invitata a stare con noi, temporaneamente.

Hai invitato una donna estranea a vivere nel nostro appartamento? balbettò Ginevra.

Non è estranea, replicai calmo. Siamo amiche. È una brava persona, lo capirai quando la incontrerai.

Devo capire?!

Ginevra, non complicare. È solo per qualche settimana, al massimo un mese, finché non trovi lavoro e una casa sua.

Ginevra mi guardava senza riconoscermi. Luomo con cui aveva condiviso sette anni, che le aveva promesso di stare sempre al suo fianco, ora le annunciava larrivo di una sconosciuta. E doveva accettarlo.

Quando arriva? chiese piano.

Domani, di mattina.

Ginevra si alzò, lavò i piatti, le sue mani tremavano. Dentro di lei si agitava unondata fredda, scura, spaventosa.

Fiorenza arrivò alle dieci del mattino, due valigie e una grossa borsa a tracolla. Capelli lucenti fino alle spalle, pelle abbronzata, sorriso smagliante. Jeans aderenti, una catena doro al collo.

Ginevra la osservava mentre la aiutavo a togliere il cappotto, a sistemare le cose.

Entra, accomodati, dissi. Ginevra, ti presento Fiorenza.

Ciao! allungò la mano Fiorenza. Una stretta decisa. Grazie per avermi ospitata. Non starò a lungo, davvero!

Ginevra annuì in silenzio. Nessuno le aveva chiesto il permesso.

La stanza è qui, aprii la porta di una piccola camera accanto al soggiorno. Il divano si apre, la biancheria è pulita. Se ti serve qualcosa, chiedi.

Perfetto! esclamò Fiorenza entrando, guardandosi intorno. Posso appenderci un quadro mio, per creare atmosfera?

Ginevra sentì il cuore stringersi.

Certo, risposi. Sentiti a casa.

E così cominciò la convivenza. Fin dal primo giorno Fiorenza si comportava come se fosse di casa. Si alzava presto, prima di Ginevra, indossava pantaloncini e una maglietta, preparava il caffè, si sedeva al tavolo di fronte a me. Chiacchieravamo, ridevamo, parlavamo di cose nostre.

Ogni volta che Ginevra entrava, la conversazione si spegneva.

Buongiorno, salutava Fiorenza, sorridendo. Posso usare la tua caffettiera? Il tuo caffè è ottimo!

Ginevra annuiva, poi correva al lavoro. Di sera tornava e trovava Fiorenza sul divano, la televisione accesa, le gambe appoggiate sul divano.

Ginevra, potresti lavare questa maglietta per me? chiedé.

La lavatrice è lì, le rispose Ginevra, asciutta. Lavi da sola.

Fiorenza fece una smorfia, il sorriso si fece più freddo.

Va bene, scusa.

Poi iniziò a cucinare. Spargeva gli ingredienti su tutti gli scaffali, occupava le pentole, la stufa.

Andrea, assaggia! chiamava, portandomi una pasta alla italiana.

Io mangiavo, lodavo il piatto, senza nemmeno guardarla.

Ginevra, vuoi assaggiare? le offrì un cucchiaio.

No, grazie, rispose Ginevra, uscendo per la camera.

Dopo una settimana e mezzo la vicina zia Lucia, del palazzo, la fermò davanti al portone.

Senti, ma chi è questa tua ospite? Una ragazza bella, giovane. Lhai portata da vacanza?

Ginevra deglutì.

È solo temporanea, è unamica.

Unamica, eh? commentò Lucia, strizzando gli occhi. Beh, le amiche sono di tutti i tipi.

Ginevra sentiva tutti parlare alle sue spalle, ma il silenzio rimaneva sulla faccia. Al supermercato la collega la guardava con compassione. Al lavoro qualcuno le chiedeva: Come vanno le cose a casa? con una sottile allusione che la faceva annegare.

A casa, io trascorrevo sempre più tempo con Fiorenza: film, cene tardive, chiacchiere fino a notte fonda.

Andrea, non credi sia ora? È passato più di tre settimane, avevi detto temporaneamente.

Ginevra, dalla sua parte, sta cercando lavoro, un appartamento. Non possiamo cacciarla in strada!

E me?

Io la guardai sbalordito.

Di che parli? Che c’entri?

Che questa è la mia casa! E non ho dato il mio consenso!

Sei troppo gelosa, replicai. Fiorenza è solo unamica. Tu complichi tutto.

Era evidente che non vedevo il problema, o lo ignoravo.

Una sera, tornando prima del solito, aprii la porta di casa silenziosa e andai in cucina. Tu ed ella eravate alla finestra, vicini, troppo vicini. Parlavate a bassa voce, ridevate. Improvvisamente mi posai la mano sulla sua spalla.

Che sta succedendo? chiesi.

Si girarono.

Ah, Ginevra! tolsi la mano. Sei arrivata presto.

Che succede? insistetti.

Niente, stavamo solo chiacchierando, rispose Fiorenza, guardando il pavimento.

Mi girai e andai nella camera. Non potevo più sopportare.

Quella notte non dormii. Stavo al buio, fissando il soffitto, ascoltando i rumori del bagno, il suo passaggio nella camera, il suo corpo che si girava lontano da me.

Al mattino presi una decisione.

Andrea, la chiamai mentre preparava il caffè, dobbiamo parlare, tutti e tre.

Alzò lo sguardo.

Di che?

Di tutto. Stasera, e dì a Fiorenza di venire.

Ginevra, non litigare, provai a calmare la situazione. Facciamo così.

La sera ci sedemmo tutti a tavola. Ginevra apparecchiò.

Grazie per avermi invitata, disse Fiorenza, con un sorriso incerto. Non mi aspettavo…

Nemmeno io, intervenne Ginevra. Ma è ora di parlare chiaro.

Guardai prima te, poi lei.

Farò una domanda diretta e voglio una risposta altrettanto diretta.

Ginevra, a che punto siamo? mi chiese Andrea.

Silenzio, rispose Ginevra, la voce calma ma ferma. Fiorenza, tu vivi qui come cosa? Come inquilina, come parente, o come seconda moglie?

Il silenzio calò. Fiorenza impallidì, io rimasi fermo con il bicchiere in mano.

Io iniziò.

Rispondi onestamente, insistette Ginevra. Sono stanca di fingere, di sentire i vostri bisbigli, di vedere come usi la mia cucina, i miei vestiti, la mia casa, comportandoti come se fossi la padrona!

Calmati, provai a intervenire.

No! sbatté Ginevra il palmo sul tavolo. I bicchieri tintinnarono. Un mese intero ho sopportato questo!

Fiorenza abbassò gli occhi.

Non volevo…

Non volevi cosa? Ginevra si sporse in avanti. Non volevi vivere qui? Non volevi occupare il mio posto?

Non occupo il tuo posto.

Lo fai!

Allora Fiorenza alzò lo sguardo, incontrò gli occhi di Ginevra e disse:

Vuoi la verità? Eccola. Io e Andrea abbiamo una storia. Da Rimini. Mi ha chiesto di venire perché mi ama.

Le parole rimasero sospese. Ginevra sentì il mondo crollare dentro di sé.

Si girò lentamente verso di me:

È vero?

Io rimasi in silenzio, fissando il tavolo.

Sì, alla fine dissi, un sospiro. È vero.

Ginevra si appoggiò allo schienale della sedia, le mani tremanti, il cuore che batteva come se volesse saltare fuori dal petto.

Quindi mi hai mentito per tutto questo tempo? Hai detto che era solo unamica, che complicavo tutto?

Non volevo farti del male.

Non volevi?! rise, amara. Hai portato la tua amante nella nostra casa! Mi hai costretta a vivere sotto lo stesso tetto! E dici non volevo farti del male?

Ginevra, perdonami.

Taci. si alzò, furiosa. Basta, taci.

Anche Fiorenza si alzò:

Ginevra, capisco quanto sia difficile per te.

Non capisci nulla! urlò Ginevra. Sei entrata nella mia casa, hai dormito nella mia stanza, hai mangiato dalle mie stoviglie, e ti sei fatta la vittima!

Non finì la frase, si voltò e corse in camera.

Io la seguii:

Ginevra, parliamone con calma.

Parliamo? aprì larmadio, tirando fuori i suoi vestiti. Prima ti parlerò, ti darò le tue cose, e anche le sue. Andate via, entrambi, subito.

Non puoi.

Posso! lanciò la sua camicia a terra. Questappartamento è mio! Lho comprato! Decido io chi vi rimane!

Ma

Niente ma! la sua voce era piena dodio, dolore, disprezzo. Mi hai tradita. Adesso vattene!

Io rimasi immobile, sbalordito.

Ginevra, ti prego

Ho detto di andare!

Iniziai a raccogliere le mie cose. Fiorenza rimase sulla soglia, silenziosa. Dopo mezzora se ne andarono, con valigie e la tela che non era mai riuscita a appendere.

La prima settimana Ginevra non uscì più dallappartamento. Rimase a letto, fissava il soffitto, piangeva, poi smise di piangere e rimase lì, vuota, con un peso talmente opprimente da rendere difficile anche respirare.

Io la chiamavo, mandavo messaggi; lei non rispondeva. Fiorenza provava a contattarmi, chiedendo scuse; la blocco.

Un mattino si guardò allo specchio: pallida, occhiaie, capelli arruffati. Pensò: basta. Basta dolore, basta cedere a chi ti ha tradita.

Fece una doccia, si cambiò, preparò un caffè, aprì le finestre per far entrare laria fresca e iniziò una nuova vita.

Un mese dopo arrivarono i documenti per il divorzio. Li firmò senza rimpianti. Lappartamento rimaneva suo, laveva acquistato prima del matrimonio, e io non ne avevo più diritti.

Cercò di vedermi, di parlare; lei rifiutò.

Non abbiamo più nulla da dire, le scrissi. Hai fatto la tua scelta. Vivi con lui.

Scoprì più tardi che io e Fiorenza ci eravamo trasferiti in un bilocale, ma la felicità non è arrivata: dopo sei mesi ci separammo, lei partì per unaltra città e io rimasi solo.

Io, invece, imparai a vivere per me stesso. Viaggiai, per la prima volta da anni sentii che la vita mi apparteneva.

Avevo paura di restare sola? Sì. Ma non mi pentii mai.

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