Mi ricordo di quella notte in cui Luca Moretti tornò a casa a notte fonda, il passo pesante sul ciglio del portone. Non si tolse neanche le scarpe, lanciò la giacca sul tavolo e scomparve nella stanza da bagno, come se lacqua potesse sciacquare via lintera giornata.
Udii il rubinetto che gorgogliava, la cabina che si riempiva di vapore, i minuti scorrere lenti, contati nella mia testa come una vecchia filastrocca: uno, due, tre troppo lunghi. Quando finalmente uscì, i capelli ancora bagnati, portava un profumo diverso dal solito: unaccenno agrumato, intrecciato a una dolce nota esotica.
«Sono sfinito», mormorò senza guardarmi negli occhi. «Domani ti racconto tutto». Annuii, forzando un sorriso che teneva le guance, non il cuore. Rimasi sola in cucina con la sua giacca. La presi in mano per appenderla nellarmadio.
Mentre la infilavo, qualcosa frusciò nella tasca. Un istintivo movimento mi portò un piccolo foglio piegato a triangolo. Il foglio era ancora caldo al tatto, quasi volesse celare un segreto che non avrei dovuta svelare.
Lo srotolai sul tavolo: il logo di un ristorante elegante, Ristorante Il Gallo dOro, Via del Corso 12, Roma, ore 22:41. Cena per due. Due caffè, una bottiglia di Chianti, due antipasti, due dessert. Un conto da 97,50.
Il mio cervello, nella prima frazione di secondo, fece quello che fa sempre in queste situazioni: cercò di salvare la realtà. Forse un cliente, forse un partner, forse un collega in difficoltà. Scorrendo i nomi dei piatti carpaccio, filetto di manzo, tiramisù mi accorsi che a Luca non piaceva il tiramisù, mentre a me sì.
Rimisi il conto in un cassetto, ma la notte successiva il fruscio mi accompagnò. Mi alzai, girovagavo per lappartamento, aprivo il frigo, bevevo acqua di rubinetto, fissavo la somma finale: mancia compresa. Numeri stupidi che pesavano più della giacca stessa.
Al mattino entrambi fummo una maschera. Preparai un caffè, gli pose un panino. Lui fingeva di non notare il burro che tremava sul pane. «Ancora più tardi oggi», disse, scorrendo il telefono veloce. Un grosso cliente, un nuovo progetto. Lo vidi indossare di nuovo la giacca. Per un attimo alzai la mano per fermarlo, per dirgli: Aspetta, parliamone. Non lo dissi. Le porte si chiusero silenziose.
Dopo il lavoro, camminai fino allindirizzo indicato sul conto, senza sapere perché. Forse volevo vedere se quel luogo esisteva davvero o solo nella mia mente. Cera una facciata di mattoni, una luce fioca, una vetrina con bicchieri che brillavano come promesse smaltate.
Mi sedetti su una panchina davanti. Dentro, il cameriere spostava le sedie, apparecchiava i tavoli. Estrassi il cellulare, accesi la fotocamera, ma non scattai foto. Non volevo trasformare la storia in prove, volevo solo capire.
Entrai per cinque minuti. Per una signora sola? chiese il cameriere con un sorriso. No, grazie. Solo hanno una prenotazione per oggi? Guardò il suo taccuino. Ne abbiamo mille. I giovedì sono sempre pieni. Esitai. E ieri? Alle 21?.
Il cameriere strinse gli occhi. Ieri era affollato. Spesso tornano gli stessi volti, ma non ricordo tutti. Con un sorriso di scuse, suggerì un tavolo nellangolo, vicino a un pilastro. Annuii, anche se la domanda non era quella. Uscendo, sentii un peso sul collo, come sguardi invisibili, anche se nessuno mi osservava.
Quella sera, prima che tornasse, estrassi il conto dal cassetto e lo posai sul tavolo, sotto una tovaglia di lino, come una carta di solitario in attesa di essere scoperta. Luca tornò tardi, divorò la zuppa, commentò che era buona, poi si diresse verso la doccia, più a lungo di prima. Lacqua batteva i piastrelle come un tamburo. Uscii dalla cucina, bussai alla porta del bagno con la mano aperta.
Posso entrare? chiesi.
Dammi cinque minuti rise lui. Ti racconto tutto appena finisco.
Domani, più tardi, parole che un tempo indicavano solo lorario, ora suonavano come un debito accantonato agli interessi.
Mi raccontò che era una cena daffari, un cliente di Milano che non beve da solo. Che avevano scelto il tiramisù perché era nel menù, mentre lui lo guardava di lato, timido. Il suo sguardo evitava i miei occhi, come se temesse di leggere qualcosa di più profondo.
Perché la doccia subito? gli chiesi. Non puzzavi di magazzino.
Mi sentivo stanco rispose. E volevo scaldarmi, altrimenti mi prendevo un raffreddore.
Poteva avere ragione, o mentire, o dire una mezza verità, quella più dolce da coccolare al cuscino. Lavoravo, ero lì, dovevo. Parole che non lasciavano spazio al noi.
Quella notte mi alzai di nuovo. Preparai il tè, aprii e chiusi il frigo, coprivo e scoprivo la tovaglia. Estrassi il conto, lo rimboccai, come un bambino che verifica se il trucco di magia funziona ancora.
Il giorno dopo mi inviò una foto dal suo ufficio: lui, i colleghi, una pizza in una scatola. Giornata pesante, incrocia le dita. Le incrociai. Poi, da sola, mi avviai verso una profumeria di centro. Sfiorai il polso con il campione di un profumo che avevo sentito la notte precedente: Ambra di Venezia. Costoso, elegante, unisex, però esposto nella sezione per lei. Pensai che fosse una nuova campagna, un nuovo standard aziendale: uomini e donne ora profumano allo stesso modo.
Sabato mi propose di andare al cinema. Accettai. Seduti fianco a fianco, mangiavamo popcorn da una sola confezione. A metà del film, intravidi sul suo telefono una notifica: Grazie per ieri. A presto. Senza nome, senza numero salvato. Scomparve prima che potessi leggerla. Potrebbe essere stato il cliente, il cameriere, chiunque a cui avesse offerto aiuto, consigli o promesse. Qualcuno che preferirebbe non essere nominato di fronte a me.
Domenica presi un calendario e scrissi tre righe: Parlare. Stabilire confini. Chiedere la verità. Lo riposi, lo ripresi, strappai la pagina, la gettai nella spazzatura, la ripresi, la livellai, la riposi nel cassetto con il conto.
La sera, mentre si addormentava, gli chiesi:
Hai qualcosa da dirmi prima che io inizi a immaginare tutto?
Niente che ti faccia del male rispose, annodando il viso al cuscino. Davvero.
Una frase a volte pesa più di un sì o di un no.
Non so se cera qualcunaltro. Non so se la cena per due fosse un tradimento o solo la vita che prende strade che non avevamo pianificato. So solo che qualcosa è cambiato. Che lacqua della doccia non lava tutto. Che il conto, anche se arrotolato in una pallina, lascia nella memoria numeri semplici che non vogliono cancellarsi.
Oggi posai quel conto sul tavolo, non sul suo piatto, ma al centro, come un piatto condiviso a cui entrambi dobbiamo ammettere se ne abbiamo appetito. Preparai il tè in due tazze.
Mi siedo e aspetto il suo ritorno. Forse entrerà, mi guarderà e dirà: «Ho esagerato. Avevo paura. Non volevo ferirti». O forse dirà: «Non fidarti più dei conti che dei miei occhi». O forse semplicemente deposterà il foglio nella spazzatura e chiederà cosa ordinare per cena.
E allora dovrò decidere cosa temo di più: una risposta che confermi le mie paure, o il silenzio che le alimenta. O forse il gesto più coraggioso sarà guardare dentro il mio cuore, per capire se ancora sappiamo ordinare per due.
Non ho ancora una soluzione. Ho solo un tavolo apparecchiato per due e un foglio che dice meno di quanto sembra e più di quanto vorremmo. Cosa farò? Non lo so. A volte non è il conto a rivelare la verità, ma la lunghezza dello sguardo che possiamo condividere su di esso.






