«Qui non si campeggia sino all’estate!»: Come ho cacciato via l’invadente parentela di mio marito, cambiato le serrature e ripreso la mia casa Il citofono non si è limitato a suonare: ha lanciato un urlo disperato, esigendo attenzione. Ho guardato l’orologio: erano le sette di sabato mattina. L’unico giorno in cui speravo di dormire dopo aver chiuso il bilancio trimestrale, non certo di ospitare gente. Sullo schermo è apparso il volto di mia cognata, Valentina, sorella di mio marito Marco, con aria da Rivoluzione Francese e dietro di lei tre testoline spettinate. — Marco! — ho urlato senza sollevare la cornetta. — È la tua famiglia. Sbrigatela tu. Mio marito è sbucato dalla camera, infilando i pantaloncini al contrario: sapeva che, se parlavo con quel tono, la mia sopportazione era finita. Mentre lui balbettava qualcosa al citofono, mi sono piazzata nell’ingresso, braccia conserte. La mia casa, le mie regole. Questo trilocale in centro l’avevo acquistato anni prima del matrimonio, pagato con il sudore e non avevo alcuna intenzione di trovarci ospiti indesiderati. La porta si è spalancata e nella mia perfetta casa profumata di diffusore è entrata la tribù. Valentina, carica di borse, neanche ha salutato: mi ha semplicemente spostato come fossi un comodino. — Meno male, ce l’abbiamo fatta! — ha sospirato, mollando le valigie sul gres italiano. — Dai, Alessia, non restare impalata! Metti su il tè che i bambini hanno fame. — Valentina, — ho detto fredda, mentre Marco abbassava lo sguardo, — cosa succede? — Marco non ti ha detto niente? — facendo la falsa tonta. — Abbiamo la casa sottosopra! Lavori di ristrutturazione totali: tubi, pavimenti… vivere lì è impossibile. Siamo solo da voi per una settimana. In questa reggia non vi spaziate nemmeno. Guarda quanti metri quadri inutilizzati! Ho fissato mio marito. Lui studiava il soffitto, conscio che una tempesta lo attendeva a cena. — Marco? — Dai Ale, sono mia sorella e i bambini. Solo una settimana, promesso. — Una settimana esatta, — ho scandito. — Vi gestite da soli: niente corse, niente dita sui muri, il mio studio è off limits, e silenzio dopo le dieci. Valentina ha alzato gli occhi al cielo: — Mamma mia che carceriera, Alessia. D’accordo. Dove dormiamo? Non dovremo mica stare sul pavimento? Così è cominciato l’inferno. “La settimana” si è allungata a due, poi tre. La mia casa, tirata a lucido dal mio architetto, diventava una stalla: scarpe sporche ovunque, cucina un disastro, macchie di unto ovunque. Valentina si comportava come la padrona della magione. Una sera, guardando il frigorifero, esclamò: — Ma qui dentro c’è il deserto! I bambini hanno bisogno di yogur, anche noi carne non ne mangiamo mai. Tu lavori, potresti occupartene… — Hai la carta e i supermercati, — non mi sono neppure girata dal computer. — Vai tu. E c’è la consegna a domicilio. — Che avarizia, — ha chiuso sbattendo lo sportello, — ricordati che i soldi non te li porti nella tomba. Ma quello non è stato il peggio. Un giorno, tornando a casa prima, trovo i miei nipoti nella mia stanza. Il maggiore saltava sul mio materasso ortopedico, la più piccola disegnava sulle pareti con il mio rossetto Tom Ford, edizione limitata. — FUORI! — ho ruggito e i bambini sono scappati. Valentina quando ha visto la scena: — Ma sono bambini, cosa vuoi che sia! La parete si lava, e il rossetto è solo trucco. E comunque… il cantiere a casa nostra va per le lunghe, rimaniamo fino all’estate. A voi non pesa, anzi vi teniamo compagnia! Marco taceva. Uno zerbino. Sono andata in bagno per calmarmi. In serata, Valentina lascia il telefono in cucina e sullo schermo, ben visibile, un messaggio da “Paola Affitti”: «Valentina, ho fatto il bonifico per il prossimo mese. Gli inquilini chiedono se possono prorogare fino ad agosto». E subito dopo una notifica dalla banca: «+1200 euro». Click. Tutto tornava. Nessun cantiere a casa loro. Valentina aveva messo in affitto il suo bilocale per guadagnarci e si era trasferita da me a spese mie. Ho fatto una foto al telefono. Nessuna esitazione, solo una calma glaciale. — Marco, vieni in cucina. Gli mostro la foto. Lui sbianca. — Forse è uno sbaglio? — Lo sbaglio è che siete ancora qui, — ho detto pacata. — O entro domani a pranzo non sparite tutti, o domani sparisci anche tu. Con tutta la tua allegra compagnia. — Ma dove vanno? — Non mi interessa. Anche sotto il ponte. Al mattino, Valentina si trucca, va in centro a fare shopping con i soldi dell’affitto e lascia i bambini a Marco. Aspetto che escano di casa. — Marco, porta fuori i bambini. Non tornate presto. — Perché? — Perché oggi si fa una bonifica dai parassiti. Appena spariti, telefono al servizio cambio serrature e al vigile di quartiere. Ospitalità finita. Era l’ora delle pulizie. — Forse è uno sbaglio? — la voce di Marco mi risuona in testa mentre guardo il fabbro lavorare. Nessun errore. Solo freddo calcolo. Il fabbro annuisce soddisfatto: — Ha scelto un bel cilindro. Qui senza strumenti pesanti non si entra. — È quello che mi serve: sicurezza. Saldo il lavoro. Vale un pranzo al ristorante, ma la serenità costa di più. Poi raccolgo tutto, senza pietà: reggiseni, calze, giochi, trucchi — in sacchi neri da 120 litri. Sul pianerottolo si alza una montagna di borse e valigie. Suona il campanello: il vigile è già lì. Gli mostro i documenti di proprietà e la carta d’identità. — Parenti? — Ex, — sorrido. — Qui la faida familiare ha cambiato campo. Un’ora dopo, Valentina emerge dall’ascensore con buste griffate. Sbianca quando vede i sacchi e me col vigile accanto. — Ma che succede? Alessia, sei impazzita? Sono le mie cose! — Appunto. Riprendile e sparisci. L’albergo è chiuso. Tenta di entrare, il vigile la blocca. — Qui abita? Ha la residenza? — Sono la sorella di Marco! Siamo ospiti! — gridando e arrossendo in faccia. — Ma dove sta Marco? Chiamo lui così ti rimette in riga! — Chiama, — concedo. — Ma non risponde. Sta spiegando ai figli perché la loro mamma è una furbetta. Chiama inutilmente. — Non hai il diritto! — urla. — Stiamo facendo i lavori in casa, dove vuoi che andiamo con i bambini? — Non mentire. Saluta Paola e chiedile se può prolungare l’affitto. O forse dovrai sfrattare gli inquilini. Valentina impietrita. — Ma come fai a saperlo…? — Blocca il telefono la prossima volta. Un mese a scrocco, mangiato e sporcato, mentre la tua casa ti rendeva la rata dell’auto? Brava imprenditrice! Ora ascolta bene. Mi avvicino, parlo sottovoce: — Ora prendi i tuoi sacchi e sparisci. Se ti vedo o vedo i tuoi figli a meno di un chilometro da casa mia — vado in Guardia di Finanza. Affitto senza contratto, evasione fiscale… troviamo qualche sorpresa nei sacchi e finisci anche nei guai per furto. Ad esempio un anello d’oro… chissà se salta fuori? Magari la polizia cerca meglio la prossima volta. Lei pallida come un lenzuolo. — Sei una serpe, Alessia, — sussurra. — Che Dio ti giudichi. — Dio è occupato — rispondo. — E casa mia ora è di nuovo solo mia. Carica tutto in taxi, il vigile osserva senza fretta, sollevato di non dover scrivere rapporti. Quando l’ascensore la porta via — con le borse, i sogni di gloria e la sua furbizia — sorrido al poliziotto. — Grazie per il servizio. — Basta buone serrature, signora. Rientro. Click. Il nuovo cilindro chiude una nuova era. L’odore di pulito prevale: le ragazze delle pulizie sono già alla camera da letto. Marco torna due ore dopo. Solo. I bambini li ha dati alla sorella che, fuori di sé, sale sul taxi. Rientra titubante. — Ale… sono andati. — Lo so. — Lei ha detto di tutto su di te… — Non mi importa delle urla dei topi che abbandonano la nave. Sono seduta in cucina, il caffè nella mia tazza preferita, intatta. Sulle pareti niente rossetto, nel frigo solo le mie cose. — Sapevi dell’affitto? — gli chiedo senza guardarlo. — No! Giuro, Ale! Se lo avessi saputo… — Avresti taciuto, — constato. — Ora ascoltami bene, Marco. È l’ultima volta. Al prossimo scherzo della tua famiglia… fuori anche tu, con le vostre valigie. Chiaro? Lui annuisce, in fretta. Bevo un sorso di caffè. Perfetto. Bollente, forte, e soprattutto gustato nel silenzio assoluto della mia casa. La corona non stringe. Cala a pennello.

«Resteremo qui fino allestate!» come ho cacciato la sfacciata famiglia di mio marito e ho cambiato la serratura.

Il citofono non suonò, urlò letteralmente, pretendendo che qualcuno gli desse attenzione. Guardai lorologio: le sette del mattino, sabato. Lunico giorno in cui avevo pianificato di dormire dopo la chiusura del bilancio trimestrale, invece di ricevere ospiti indesiderati. Sullo schermo del videocitofono comparve il volto di mia cognata. Sveva, sorella di mio marito Matteo, aveva unespressione come se dovesse assaltare il Colosseo, e dietro di lei spuntavano tre testoline spettinate.

Matteo! urlai senza nemmeno prendere la cornetta. È la tua famiglia, arrangiati tu.

Matteo uscì dalla camera trascinando i pantaloncini, infilati storti per la fretta. Lui sapeva bene che, se prendevo quello tono, la mia pazienza verso i suoi parenti aveva ormai toccato il fondo. Mentre biascicava qualcosa al citofono, io già stavo in corridoio, con le braccia incrociate. Casa mia, regole mie. Questo trilocale in centro a Milano lo avevo comprato io, due anni prima di sposarci, sudando ogni rata del mutuo, e di certo non volevo degli estranei tra i piedi.

Appena la porta si spalancò, la mia casa sempre ordinata, profumata di diffusore al fico dIndia venne travolta come da una mandria. Sveva, carica di borsoni, nemmeno si degnò di salutare. Mi spinse via con lanca, come fossi un comodino.

Ah, finalmente siamo arrivati! sospirò, mollando i bagagli direttamente sulle piastrelle. A-l-e-n-a, cosa aspetti sulla porta? Metti su il bollitore, i bambini sono affamati.

Sveva la mia voce era piatta, ma Matteo si raggomitolò sulle spalle. Che succede?

Non ti ha detto nulla Matteo? fece occhi da cerbiatta ferita. Abbiamo i lavori in corso! Ristrutturazione generale. Niente acqua, niente elettricità, tutto impolverato. Non si può vivere lì. Restiamo qui per una settimana, cosa vuoi che sia? Cè spazio a volontà

Lanciai uno sguardo severo a Matteo. Lui fissava il soffitto, consapevole che la sera non sarebbe stata semplicissima.

Matteo?

Alena, dai balbettò. È mia sorella. Dove vuoi che vada con i bambini in mezzo a operai e cemento? Solo una settimana, te lo giuro.

Una settimana scandii. Sette giorni contati. Per il mangiare, pensateci voi. I bambini non corrono per casa, non si toccano i muri e il mio studio non lo voglio vedere avvicinarsi a nessuno. E silenzio assoluto dopo le dieci di sera.

Sveva alzò gli occhi al cielo:

Madonna, che pesantezza, Alena. Sembri una direttrice di carcere. Va bene, sistemeremo. Dove dormiamo? Spero non per terra eh?

Così iniziò il mio inferno.

Quella settimana si trascinò per due, poi tre. Il mio appartamento, progettato con tanto amore con larchitetta Giada, stava diventando una stalla. Nellingresso si accumulavano montagne di scarpe sporche. In cucina regnava il caos: macchie di unto sul ripiano in quarzo, briciole ovunque, pozze appiccicose. Sveva si comportava non come ospite, ma come padrona con tutto il diritto.

Alena, il frigo è vuoto! mi disse un pomeriggio, frugando tra gli scaffali. I bambini hanno bisogno degli yogurt, e anche noi con Matteo mangiamo solo carne. Dato che guadagni bene, potresti anche pensare ai parenti.

Hai la tessera e ci sono i supermercati aperti, ribattei senza staccare gli occhi dal computer. Vai pure. Ormai consegnano tutto ventiquattrore su ventiquattro.

Che tirchia borbottò, sbattendo la porta del frigo così forte che ballarono le lattine. Tanto, i soldi non te li porterai nella tomba, ricordatelo.

Ma il punto di non ritorno arrivò qualche giorno dopo. Tornata a casa prima del previsto, trovai i nipotini nella mia camera da letto. Il maggiore saltava sul materasso memory come se fosse un tappeto elastico, mentre la piccola oh, la piccola stava dipingendo sulla parete. Con il mio rossetto Armani. Edizione limitata.

FUORI! urlai con una tale furia che i bambini scapparono.

Accorse Sveva, vide il muro scarabocchiato e il rossetto spezzato e alzò semplicemente le spalle:

Ma dai, sono bambini! Cosa sarà mai, una riga sul muro. E il tuo rossetto, suvvia, è solo un po di grasso colorato. Te ne compri un altro. Comunque, abbiamo un aggiornamento: i lavori stanno andando lunghi. Gli operai sono dei fannulloni. Restiamo qui fino allestate. A voi due, in fondo, non cambia nulla almeno cè un po di vita in casa!

Matteo restava zitto vicino a me. Uno straccio.

Non dissi nulla. Mi rifugiai in bagno per sbollire, altrimenti avrei rischiato di commettere follie.

Poi, la sera, Sveva lasciò il suo cellulare sul tavolo della cucina mentre andava a fare la doccia. Lo schermo si illuminò con una notifica. Non leggo mai i cellulari altrui ma il messaggio lampeggiava chiaro e tondo, visibile sulla schermata bloccata. Da Marianna Affitti:

«Sveva, ho versato i soldi per il prossimo mese. Gli inquilini sono contenti, chiedono se possono restare fino ad agosto!»

Subito dopo, notifica dalla banca: «Accredito: +900 euro».

Sentii una scarica fredda: tutto si chiarì in un istante. Niente lavori. Questa parassita aveva affittato la sua topaia a studenti o turisti a settimana, mentre viveva completamente a mie spese. Spesa risparmiata, bollette saltate, incasso extra garantito. Un business perfetto. Sulla mia pelle.

Fotografai subito lo schermo con il mio cellulare. Nessuna esitazione, solo una lucidità glaciale.

Matteo, vieni in cucina lo chiamai.

Quando arrivò, senza dire nulla gli mostrai la foto. Lui lesse, diventando prima rosso e poi pallido come uno straccio.

Alena magari è uno sbaglio?

Lerrore è che tu ancora non li hai cacciati di casa tua, replicai con freddezza. Hai due scelte: domani entro pranzo qui non cè più nessuno. Altrimenti, domani non ci sei più nemmeno tu. Con tutta la tua allegra famiglia e i suoi spettacoli da circo.

Ma dove andranno?

Non mi interessa. Anche sotto un ponte, o in qualche hotel a cinque stelle se se lo possono permettere.

La mattina dopo, Sveva annunciò trionfante che sarebbe andata a fare shopping aveva adocchiato dei “bellissimi stivali” (con i soldi dellaffitto, ovviamente). I bambini li lasciò con Matteo, che prese ferie.

Attesi che se ne andasse.

Matteo, porta i bambini a giocare al parco. Stai via a lungo.

Perché?

Perché ora qui si fa una bella disinfestazione da parassiti.

Quando sparirono, presi il telefono. Primo numero: pronto intervento serrature. Secondo: i carabinieri di quartiere.

Lera dellospitalità era finita. Era ora di bonificare il territorio.

Il giorno prima, la frase di Matteo rimbombava nella mia testa mentre guardavo il fabbro cambiare la serratura.

Nessun errore. Solo un freddo calcolo.

Il fabbro, un omone col braccio tatuato, lavorava veloce.

Porta solida commentò. Ma questa serratura è proprio seria, ora non passa più nessuno.

Esatto. Voglio sicurezza.

Gli feci il bonifico: abbastanza per una buona cena in trattoria, ma la tranquillità non ha prezzo. Poi mi dedicai alle loro cose. Zero sentimentalismi. Presi i sacchi neri più robusti che avevo, quelli da 120 litri, e ci buttai dentro tutto: reggiseni di Sveva, collant dei bambini, giochi sparsi in salotto. Niente pieghe, solo compressione. La sua roba da bagno una montagna di cosmetici sparì nel sacco in un solo gesto.

In meno di unora, una montagna di cinque sacchi neri riempiva il pianerottolo. Accanto, due valigie sfinite.

Quando il campanello suonò e il carabiniere arrivò, io già ero pronta sulla porta coi documenti.

Buongiorno, maresciallo, gli porsi visura catastale e carta didentità. Io sono la proprietaria. Nessun altro è residente qui. Ora potrebbero tornare i simpatici parenti senza alcun diritto legale di entrare. Vi prego di registrare il fatto.

Il carabiniere, giovane e un po esausto, sfogliò i fogli con poca curiosità.

Parenti?

Ex, diciamo, sorrisi ironica. Questioni di proprietà ormai irrisolvibili.

Un’ora dopo, arrivò Sveva. Carica di borse griffate dalla Rinascente, raggiante. La faccia le crollò quando vide la montagna di sacchi e me con il carabiniere accanto.

Ma che significa?! strillò indicando i sacchi. Alena, sei impazzita? Sono le mie cose!

Esatto, dissi con fermezza. Le tue. Prendile e togli il disturbo. Lhotel è chiuso.

Tentò di correre verso la porta, ma il carabiniere la fermò:

Un attimo, signora. È residente qui? Ha qualche contratto?

Ma sono la sorella di mio marito! Siamo ospiti! Si girò verso di me, livida. Tu sei fuori di testa! Dovè Matteo? Lo chiamo subito, ti faccio vedere io!

Chiama pure, dissi gelida. Ma non ti risponderà. In questo momento sta spiegando ai tuoi figli perché la loro mamma è così tanto imprenditrice.

Sveva tentò di chiamare. Squilli. Poi il messaggio. Matteo, forse, aveva finalmente trovato il coraggio. O forse il terrore del divorzio e della divisione dei beni gli aveva dato la spinta giusta: non avrebbe avuto niente.

Non hai il diritto! urlò la cognata, gettando le borse per terra. Da una cadde una scatola di scarpe nuove. Siamo senza casa! Ho i bambini!

Basta bugie feci un passo verso di lei, fissandola negli occhi. Saluta Marianna. E chiedile se i tuoi inquilini possono restare fino ad agosto. O dovrai cacciarli per dormire tu nella tua casa.

Sveva rimase a bocca aperta. Il colore le scomparve dalla pelle, lasciandola cerulea.

Ma come

Si blocca il telefono, se si vuole fare business, sveglia. Hai vissuto un mese a scrocco, mangiando il mio cibo, devastando casa mia, mentre la tua la affittavi per metterti da parte soldi per comprarti la macchina? Complimenti. Spirito imprenditoriale. Adesso ascolta.

Abbassai la voce, ma nella tromba delle scale ogni parola suonava come una sentenza:

Ora prendi i tuoi sacchi e te ne vai. Se ti vedo ancora qui o in zona, presento denuncia allAgenzia delle Entrate: affitto senza contratto e evasione fiscale, vediamo se ti diverti. E faccio pure denuncia per furto. Sai che mi manca un anello doro? E chissà dove si trova Magari tra questi sacchi, se qualcuno vuole controllare.

Lanello ovviamente era nel mio cofanetto nascosto, ma lei questo non lo poteva sapere. Impallidì come un fantasma.

Sei una vipera, Alena sibilò. Che Dio ti giudichi.

Dio è occupato, risposi. Ma io adesso sono libera. E la mia casa pure.

Cominciò a raccattare i sacchi, bestemmiando tra i denti mentre cercava di prenotare un taxi con le mani che le tremavano. Il carabiniere guardava la scena con aria quasi divertita, contento di non dover scrivere verbali inutili.

Quando lascensore se la portò via, insieme ai suoi sogni infranti, mi rivolsi al carabiniere.

Grazie per il servizio.

Di nulla, fece spallucce. Ma la prossima volta, si ricordi: la serratura buona si mette subito.

Rientrai in casa e chiusi la porta. Lo scatto del nuovo lucchetto era una musica. Avvertii il profumo di detersivo il team delle pulizie era già passato sul caos lasciato. Nella mia camera ricominciava il silenzio.

Matteo tornò dopo due ore. Da solo. I bambini li aveva lasciati a Sveva, lì sotto casa, mentre lei caricava i bagagli sullauto del taxi. Entrò guardandosi attorno, come se temesse unesplosione.

Alena se nè andata.

Lo so.

Ha urlato male di te

Non mimporta cosa urlano i ratti mentre affondano.

Seduta in cucina, gustavo un caffè appena fatto, dalla mia tazza preferita, integra. La parete era di nuovo pulita, niente più segni di rossetto. Nel frigo solo le mie provviste.

Sapevi dellaffitto? domandai senza guardarlo.

No! Te lo giuro, Alena! Se lo avessi saputo

Se lo avessi saputo, avresti taciuto lo stesso, constatai. Ascolta bene, Matteo. Questa è stata lultima volta. Se succede ancora con la tua famiglia, i tuoi bagagli staranno dietro ai loro. Sono stata chiara?

Lui annuì, veloce e impaurito. Aveva capito che non scherzavo.

Feci un sorso di caffè.
Era perfetto.
Bollente, intenso e, soprattutto, gustato nel silenzio assoluto del MIO appartamento.
La corona non stringe.
Sta sul capo come cucita su misura.

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«Qui non si campeggia sino all’estate!»: Come ho cacciato via l’invadente parentela di mio marito, cambiato le serrature e ripreso la mia casa Il citofono non si è limitato a suonare: ha lanciato un urlo disperato, esigendo attenzione. Ho guardato l’orologio: erano le sette di sabato mattina. L’unico giorno in cui speravo di dormire dopo aver chiuso il bilancio trimestrale, non certo di ospitare gente. Sullo schermo è apparso il volto di mia cognata, Valentina, sorella di mio marito Marco, con aria da Rivoluzione Francese e dietro di lei tre testoline spettinate. — Marco! — ho urlato senza sollevare la cornetta. — È la tua famiglia. Sbrigatela tu. Mio marito è sbucato dalla camera, infilando i pantaloncini al contrario: sapeva che, se parlavo con quel tono, la mia sopportazione era finita. Mentre lui balbettava qualcosa al citofono, mi sono piazzata nell’ingresso, braccia conserte. La mia casa, le mie regole. Questo trilocale in centro l’avevo acquistato anni prima del matrimonio, pagato con il sudore e non avevo alcuna intenzione di trovarci ospiti indesiderati. La porta si è spalancata e nella mia perfetta casa profumata di diffusore è entrata la tribù. Valentina, carica di borse, neanche ha salutato: mi ha semplicemente spostato come fossi un comodino. — Meno male, ce l’abbiamo fatta! — ha sospirato, mollando le valigie sul gres italiano. — Dai, Alessia, non restare impalata! Metti su il tè che i bambini hanno fame. — Valentina, — ho detto fredda, mentre Marco abbassava lo sguardo, — cosa succede? — Marco non ti ha detto niente? — facendo la falsa tonta. — Abbiamo la casa sottosopra! Lavori di ristrutturazione totali: tubi, pavimenti… vivere lì è impossibile. Siamo solo da voi per una settimana. In questa reggia non vi spaziate nemmeno. Guarda quanti metri quadri inutilizzati! Ho fissato mio marito. Lui studiava il soffitto, conscio che una tempesta lo attendeva a cena. — Marco? — Dai Ale, sono mia sorella e i bambini. Solo una settimana, promesso. — Una settimana esatta, — ho scandito. — Vi gestite da soli: niente corse, niente dita sui muri, il mio studio è off limits, e silenzio dopo le dieci. Valentina ha alzato gli occhi al cielo: — Mamma mia che carceriera, Alessia. D’accordo. Dove dormiamo? Non dovremo mica stare sul pavimento? Così è cominciato l’inferno. “La settimana” si è allungata a due, poi tre. La mia casa, tirata a lucido dal mio architetto, diventava una stalla: scarpe sporche ovunque, cucina un disastro, macchie di unto ovunque. Valentina si comportava come la padrona della magione. Una sera, guardando il frigorifero, esclamò: — Ma qui dentro c’è il deserto! I bambini hanno bisogno di yogur, anche noi carne non ne mangiamo mai. Tu lavori, potresti occupartene… — Hai la carta e i supermercati, — non mi sono neppure girata dal computer. — Vai tu. E c’è la consegna a domicilio. — Che avarizia, — ha chiuso sbattendo lo sportello, — ricordati che i soldi non te li porti nella tomba. Ma quello non è stato il peggio. Un giorno, tornando a casa prima, trovo i miei nipoti nella mia stanza. Il maggiore saltava sul mio materasso ortopedico, la più piccola disegnava sulle pareti con il mio rossetto Tom Ford, edizione limitata. — FUORI! — ho ruggito e i bambini sono scappati. Valentina quando ha visto la scena: — Ma sono bambini, cosa vuoi che sia! La parete si lava, e il rossetto è solo trucco. E comunque… il cantiere a casa nostra va per le lunghe, rimaniamo fino all’estate. A voi non pesa, anzi vi teniamo compagnia! Marco taceva. Uno zerbino. Sono andata in bagno per calmarmi. In serata, Valentina lascia il telefono in cucina e sullo schermo, ben visibile, un messaggio da “Paola Affitti”: «Valentina, ho fatto il bonifico per il prossimo mese. Gli inquilini chiedono se possono prorogare fino ad agosto». E subito dopo una notifica dalla banca: «+1200 euro». Click. Tutto tornava. Nessun cantiere a casa loro. Valentina aveva messo in affitto il suo bilocale per guadagnarci e si era trasferita da me a spese mie. Ho fatto una foto al telefono. Nessuna esitazione, solo una calma glaciale. — Marco, vieni in cucina. Gli mostro la foto. Lui sbianca. — Forse è uno sbaglio? — Lo sbaglio è che siete ancora qui, — ho detto pacata. — O entro domani a pranzo non sparite tutti, o domani sparisci anche tu. Con tutta la tua allegra compagnia. — Ma dove vanno? — Non mi interessa. Anche sotto il ponte. Al mattino, Valentina si trucca, va in centro a fare shopping con i soldi dell’affitto e lascia i bambini a Marco. Aspetto che escano di casa. — Marco, porta fuori i bambini. Non tornate presto. — Perché? — Perché oggi si fa una bonifica dai parassiti. Appena spariti, telefono al servizio cambio serrature e al vigile di quartiere. Ospitalità finita. Era l’ora delle pulizie. — Forse è uno sbaglio? — la voce di Marco mi risuona in testa mentre guardo il fabbro lavorare. Nessun errore. Solo freddo calcolo. Il fabbro annuisce soddisfatto: — Ha scelto un bel cilindro. Qui senza strumenti pesanti non si entra. — È quello che mi serve: sicurezza. Saldo il lavoro. Vale un pranzo al ristorante, ma la serenità costa di più. Poi raccolgo tutto, senza pietà: reggiseni, calze, giochi, trucchi — in sacchi neri da 120 litri. Sul pianerottolo si alza una montagna di borse e valigie. Suona il campanello: il vigile è già lì. Gli mostro i documenti di proprietà e la carta d’identità. — Parenti? — Ex, — sorrido. — Qui la faida familiare ha cambiato campo. Un’ora dopo, Valentina emerge dall’ascensore con buste griffate. Sbianca quando vede i sacchi e me col vigile accanto. — Ma che succede? Alessia, sei impazzita? Sono le mie cose! — Appunto. Riprendile e sparisci. L’albergo è chiuso. Tenta di entrare, il vigile la blocca. — Qui abita? Ha la residenza? — Sono la sorella di Marco! Siamo ospiti! — gridando e arrossendo in faccia. — Ma dove sta Marco? Chiamo lui così ti rimette in riga! — Chiama, — concedo. — Ma non risponde. Sta spiegando ai figli perché la loro mamma è una furbetta. Chiama inutilmente. — Non hai il diritto! — urla. — Stiamo facendo i lavori in casa, dove vuoi che andiamo con i bambini? — Non mentire. Saluta Paola e chiedile se può prolungare l’affitto. O forse dovrai sfrattare gli inquilini. Valentina impietrita. — Ma come fai a saperlo…? — Blocca il telefono la prossima volta. Un mese a scrocco, mangiato e sporcato, mentre la tua casa ti rendeva la rata dell’auto? Brava imprenditrice! Ora ascolta bene. Mi avvicino, parlo sottovoce: — Ora prendi i tuoi sacchi e sparisci. Se ti vedo o vedo i tuoi figli a meno di un chilometro da casa mia — vado in Guardia di Finanza. Affitto senza contratto, evasione fiscale… troviamo qualche sorpresa nei sacchi e finisci anche nei guai per furto. Ad esempio un anello d’oro… chissà se salta fuori? Magari la polizia cerca meglio la prossima volta. Lei pallida come un lenzuolo. — Sei una serpe, Alessia, — sussurra. — Che Dio ti giudichi. — Dio è occupato — rispondo. — E casa mia ora è di nuovo solo mia. Carica tutto in taxi, il vigile osserva senza fretta, sollevato di non dover scrivere rapporti. Quando l’ascensore la porta via — con le borse, i sogni di gloria e la sua furbizia — sorrido al poliziotto. — Grazie per il servizio. — Basta buone serrature, signora. Rientro. Click. Il nuovo cilindro chiude una nuova era. L’odore di pulito prevale: le ragazze delle pulizie sono già alla camera da letto. Marco torna due ore dopo. Solo. I bambini li ha dati alla sorella che, fuori di sé, sale sul taxi. Rientra titubante. — Ale… sono andati. — Lo so. — Lei ha detto di tutto su di te… — Non mi importa delle urla dei topi che abbandonano la nave. Sono seduta in cucina, il caffè nella mia tazza preferita, intatta. Sulle pareti niente rossetto, nel frigo solo le mie cose. — Sapevi dell’affitto? — gli chiedo senza guardarlo. — No! Giuro, Ale! Se lo avessi saputo… — Avresti taciuto, — constato. — Ora ascoltami bene, Marco. È l’ultima volta. Al prossimo scherzo della tua famiglia… fuori anche tu, con le vostre valigie. Chiaro? Lui annuisce, in fretta. Bevo un sorso di caffè. Perfetto. Bollente, forte, e soprattutto gustato nel silenzio assoluto della mia casa. La corona non stringe. Cala a pennello.