La strada verso l’umanità: La storia di Massimo, la sua nuova auto tanto desiderata, una serata speciale, e l’incontro inaspettato con due fratellini in pericolo che cambierà il senso di una festa e il valore della gentilezza quotidiana

3 ottobre

Stasera ho finalmente realizzato uno dei miei sogni: sono al volante della mia macchina nuova, una Fiat rossa fiammante che ho desiderato per anni. Quanti sacrifici ci sono voluti per metterla in garage! Ore extra in ufficio a Milano, pranzi saltati, cene a pane e prosciutto invece che uscire per un aperitivo con gli amici. E ora, il profumo dei sedili nuovi e la luce soffusa del cruscotto mi trasmettono una calma euforica. Sento il comando tra le mani come se la macchina percepisse ogni mio pensiero.

Ho accarezzato il volante e ho sorriso, lasciando andare un sospiro di soddisfazione. Questa macchina rappresenta ogni euro risparmiato, la mia costanza, la testardaggine tutta italiana nel non mollare mai. Accendo la radio e parte una vecchia canzone di Lucio Battisti: senza nemmeno pensarci, mi metto a canticchiare e tamburello con le dita sulla plancia. Sento davvero la gioia di chi ha conquistato qualcosa di importante.

Sto tornando verso casa. Gli amici mi aspettano per una piccola festa, una cena tra pochi intimi per brindare a questo traguardo. Mentre guido, penso a come racconterò loro di quella volta che ho preferito riparare il vecchio cellulare invece che cambiarlo, o dei sabati passati a lavorare in una gelateria di Cinisello per arrotondare. Ma adesso, tutti quei pensieri sembrano lontanissimi. Guardo la strada che si snoda tra villette tranquille, finestre illuminate che promettono calore e protezione, lampioni che disegnano sullasfalto motivi geometrici complici della notte. Fa freschino, la gente si stringe nei cappotti e nelle sciarpe, camminando svelta lungo i marciapiedi. Rallento allincrocio, guardando bene intorno a me.

Allimprovviso, come uno spettro tra le ombre, un bambino sbuca davanti alla macchina. Tutto avviene in un lampo. Istintivamente schiaccio il pedale del freno con tutta la forza. Sento la vettura slittare, le gomme urlano contro le pietre del selciato, lasciano sulla strada lunghe strisce nere. Un attimo infinito, poi la macchina si ferma… a un soffio da lui.

Il mio cuore martella allimpazzata. Ho il sudore freddo negli occhi, le mani tremano davvero. Per qualche istante rimango bloccato, il fiato corto, cercando di capire se è tutto vero. Un istante in più e avrebbe potuto succedere il peggio.

Ero a un soffio dal travolgerlo…

Resto seduto, cerco di calmarmi con respiri profondi. Ma una rabbia calda inizia a montare dentro di me, dandomi una forza nervosa. Apro la portiera troppo bruscamente e salto fuori dalla macchina, le gambe un po molli. Mi avvicino al bambino, che resta lì, con la testa bassa e le spalle curve. Lo afferro per le spalle quasi senza accorgermene.

Ma che diavolo fai?! gli affondo addosso, sussurrando per non urlare, ma la voce mi trema. Ti è venuta voglia di rischiare la pelle? Ma lo sai che basta un niente?!

Lui non prova neanche a scappare. Tiene la testa ancora più bassa e sussurra:

Non volevo è che

Cosa è che? stringo di più e poi, vedendo che si contrae, allento la presa. Se non ci pensi per te, pensa a tua mamma! Cosa credi che significhi per lei Immagini cosa significherebbe perderti così? Potevo non farcela a fermarmi!

La mia voce si incrina. Ora sento la paura, quella vera. Mi rivedo davanti agli occhi la scena, risento il cuore che scivola in bocca.

Il bambino singhiozza. Le lacrime gli rigano il viso: sollevo appena il suo sguardo e mi trafigge con una disperazione che toglie il fiato.

Aiutami, per favore balbetta. Mio fratello sta male, nessuno si fermava. Ho dovuto correre in mezzo.

Mi blocco, la rabbia si scioglie in una strana vertigine. Lo guardo meglio: magro, con le lacrime ancora fresche e le labbra tremanti. Non è uno sconsiderato, ma un ragazzino spaventato.

Tuo fratello? domando cercando di stabilire un contatto tranquillo, anche se mi si agita tutto dentro. Dove?

Di là, nel parchetto… indica con un dito una zona ombrosa e silenziosa poco più in là. Stavamo giocando. È caduto, si è sentito male.

Nemmeno mi viene in mente la mia macchina nuova: chiudo la portiera, blocco con il telecomando, e seguo il bambino con il pensiero fisso: E se fosse serio? Devo correre!. Cammino veloce. Il ragazzino si gira spesso indietro a controllare che lo segua.

E i tuoi genitori, dove sono? cerco di nascondere lansia con un tono normale.

Lavorano mormora lui senza rallentare. Servono i soldi. Cè la nonna che ci guarda, ma è anziana e non può quasi più uscire. Noi siamo grandi ormai

Annuisco, sentendo rabbia e tristezza insieme. Mi sembra di conoscere a memoria la storia di chi lotta e si arrangia. Ma lasciare due bambini soli in giro fa stringere il cuore.

E tu come ti chiami? gli chiedo mentre camminiamo.

Mi chiamo Emanuele mi risponde, voltandosi per un attimo. Le lacrime gli brillano ancora negli occhi, ma sento che è fiero del suo gesto. Alla nonna viene poca voglia di camminare, così usciamo noi da soli

Entriamo nel giardinetto. Emanuele svolta sicuro e, sotto un grosso platano, disteso su una panchina, cè un altro bambino, più piccolo. Devessere suo fratello. Lo trovo sdraiato, pallido come la luna, le labbra tremanti, le braccia strette contro la pancia.

Eccolo là! Gabriele, tutto bene? Emanuele gli tocca la spalla, timoroso di dargli fastidio.

Mi inginocchio, nonostante il bagliore bagnato dellerba mi bagni subito i jeans. Guardo Gabriele negli occhi.

Dove ti fa male? chiedo più calmo che posso.

La pancia risponde con un filo di voce. Fa fatica anche solo a parlare.

Mi irrigidisco: non sono un medico, ma capisco che qui non basta lincoraggiamento. Niente plastico, niente dolcetti: serve un dottore. Ma chiamare lambulanza, qui fuori Milano, significa aspettare uneternità…

Sentite, ora andiamo subito in ospedale dico deciso, sollevando Gabriele piano tra le braccia. Il piccolo si lamenta appena, ma non resiste.

Emanuele, riesci a chiamare i tuoi? domando mentre corro verso la macchina.

Ho lasciato il telefono a casa mi risponde abbassando la testa, ma allospedale lavora mia zia, può avvisare la mamma!

Tiro un sospiro di sollievo: almeno qualcuno avrà delle notizie.

Faccio entrare Gabriele sul sedile posteriore, allaccio la cintura con delicatezza. Emanuele si siede subito vicino a lui, gli prende la mano e non la molla più. Solo allora noto che Gabriele si rilassa un poco: ha bisogno del fratello e lui, nonostante la paura, si sta comportando davvero come un adulto.

Prima di ripartire accendo il riscaldamento. Milano di notte è umida e le strade sembrano ancora più fredde. Mentre guido verso lospedale San Carlo, cerco di non pensarci troppo, ma ogni tanto guardo nello specchietto: Emanuele sussurra qualcosa allorecchio di Gabriele che fa un debole sorriso.

Per rompere il silenzio metto una radio locale con musica strumentale: serve un po di normalità.

Resistete ragazzi, tra poco siamo arrivati dico ad alta voce.

Sì mi sento rispondere piano da Gabriele.

Arriviamo sotto le luci dellingresso pronto soccorso. Metto la macchina in doppia fila, la spengo e mi giro verso i ragazzi. La luce interna illumina bene i loro volti, Emanuele è pallido ma determinato.

Sei stato molto bravo, Emanuele. Gli dico Ma promettimi che non attraverserai mai più la strada così. Oggi ti sei salvato per miracolo.

Mi guarda e lo vedo crollare. Si asciuga le lacrime con la manica. Non lo farò più sussurra, stringendosi la giacca addosso.

Lo accarezzo sulla spalla: Così va meglio. Ora pensiamo a Gabriele.

Entriamo in ospedale, la solita trafila: la segretaria ci fa accomodare, una infermiera prende in braccio Gabriele e lo porta tra le visite. Emanuele resta vicino a me, le mani chiuse a pugno, il corpo teso. Passa una mezzora in cui ci scambiamo poche parole mentre guardo la porta della sala visite che si apre e si chiude.

Poi da lontano vedo una donna arrivare trafelata dal corridoio: il volto tirato, le lacrime già trattenute. Appena vede Emanuele lancia un urlo: Amore!

Emanuele le corre incontro, si getta tra le braccia della madre e finalmente si lascia andare. Lei lo stringe stretto, le mani nei suoi capelli neri, le parole le escono rotte: Eri solo? Dove siete finiti, cosa vi è successo? Siete salvi, siete salvi

Li lascio per un momento. Poi le racconto cosè successo. Ho visto Emanuele attraversare e lho fermato poi siamo corsi qui.

Lei mi ringrazia con una stretta decisa, gli occhi pieni di paura e gratitudine. Oggi nessuno si ferma mai. Non so davvero come ringraziarla.

Limportante è Gabriele rispondo con un sorriso, facendole capire che non ho fatto nulla di straordinario, solo quello che ci si aspetta da una persona per bene. La vedo andare dal medico appena esce dalla porta, la mano che muove nervosa il bordo del suo maglione, il respiro che trattiene. Poi allimprovviso sorride: segno che va tutto per il meglio.

Esco in silenzio sotto il cielo stellato sopra Milano. Respiro laria della notte, sento la città che si muove ancora e metto il telefono in tasca. Volevo chiamare le ragazze e annullare la serata di festa, raccontare tutto ma mi blocco.

Guardo le stelle: fredde, indifferenti, spettatrici del mondo. Ripenso al terrore negli occhi di Emanuele, alla voce sottile di Gabriele, allurlo di sollievo della loro mamma. Sento la calma che pian piano mi invade.

Oggi ho aiutato qualcuno, anche se per puro caso. E questa cosa, più di qualsiasi serata o macchina nuova, mi riempie dentro.

Forse domani qualcuno aiuterà me.

Torno alla macchina, avvio il motore, il calore del riscaldamento cresce nellabitacolo mentre i miei pensieri si riversano sugli eventi della sera. Rifletto su quanto i piccoli gesti possano diventare giganteschi: quante volte si ignora il bisogno altrui per fretta, abitudine, paura? Non serve essere un eroe: basta non voltarsi dallaltra parte.

La festa può aspettare. Questa notte va bene così. Tornando a casa, guardo le luci della città, i passanti, i negozi. Sorrido. La vita scorre, ma ogni tanto, anche solo per un istante, si può diventare più umani.

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