Nora, mia nuora, mi ha chiesto di stare un po più alla larga. Io ho rispettato il suo desiderio ma poi, allimprovviso, è stata lei a chiamarmi chiedendomi aiuto.
Dopo il matrimonio di mio figlio, andavo a trovarli ogni volta che potevo. Mai a mani vuote: cucinavo sempre qualcosa di buono, portavo biscotti fatti in casa, preparavo dolci. Nora apprezzava i miei piatti, assaggiava tutto per prima. Mi sembrava che tra noi ci fosse un bel rapporto, caldo e familiare. Ero felice di poterle essere utile, di esserci per loro. Soprattutto, ero contenta di non essere unestranea, ma di essere accolta come parte della famiglia.
Poi, un giorno, tutto è cambiato. Sono passata a trovarli e cera solo lei. Abbiamo bevuto un caffè come al solito, ma ho sentito subito qualcosa di stranoil suo sguardo era teso, come se volesse dirmi qualcosa ma non osasse. E quando finalmente ha parlato, è stato come un pugno al cuore.
“Sarebbe meglio se venisse meno spesso Forse Matteo potrebbe venire a trovarla da solo,” ha detto senza guardarmi.
Non me laspettavo. La sua voce era fredda, e nei suoi occhi cera irritazione? Non lo sapevo. Da quel giorno, ho smesso di andare. Mi sono allontanata dalla loro vita per non essere di disturbo. Mio figlio veniva da noi da solo. Nora non si è più fatta vedere.
Ho tenuto tutto dentro. Non mi sono lamentata con nessuno. Ma dentro di me, soffrivo. Cosa avevo sbagliato? Volevo solo aiutare Per tutta la vita ho cercato di mantenere la pace in famiglia, e ora la mia presenza era diventata un peso. Faceva male sapere di non essere più benvenuta.
Il tempo è passato. È nato il loro bambinoil nostro adorato nipotino. Io e mio marito eravamo felicissimi. Ma anche allora, ci siamo trattenuti: andavamo solo se invitati, portavamo il piccolo a passeggio per non essere dintralcio. Facevamo di tutto per non dare fastidio.
Poi, quella telefonata. Nora. Con una voce bassa, quasi distaccata, mi ha detto:
“Può occuparsi del bambino oggi? Devo uscire urgentemente.”
Non ha chiestoha comunicato. Come se noi avessimo più bisogno di quelloccasione che lei. Come se lavessimo supplicata di darci questa possibilità. Eppure, era stata lei a chiedermi di non presentarmi più
Ho riflettuto a lungo su cosa fare. Lorgoglio sussurrava: “Di di no.” Ma la ragione diceva: “È la tua occasione.” Non per leiper mio nipote. Per Matteo. Per la pace in famiglia. Ma ho risposto diversamente:
“Portalo da noi. Volevi che non arrivassi senza essere invitata. Non voglio entrare nei vostri spazi.”
Ha fatto una pausa. Poi, dopo qualche secondo, ha accettato. Ha portato il bambino. E per me e mio marito è stato come una festa. Abbiamo giocato, riso, fatto una passeggiatail tempo è volato. Che gioia essere nonni! Ma dentro di me restava un retrogusto amaro. Non sapevo come comportarmi.
Dovevo mantenere le distanze? Aspettare che fosse lei a fare il primo passo? O essere saggia e superare il rancore? Per mio nipote, sarei stata disposta a tutto. Pronta a perdonare, a sorvolare sulle parole che mi avevano ferito. Pronta a riprovarci.
Ma vogliono davvero che ci sia? Vuole davvero che ci sia io?
Non so se capisca quanto sia facile distruggere qualcosa che ha impiegato anni a crescere. E quanto sia difficile ricostruirlo, poco a poco.






