Che fai, nonno, qui? Ti piace fare il giro? A questetà dovrei stare a casa!
Il vecchio Giuseppe sistemò la schiena il più possibile e riabbassò il berretto più in avanti. Il vento freddo gli mastica le guance, ma non indietreggia. È fermo sul margine della strada provinciale, con la rete di rami di vite penzolante in una mano, laltra alzata pronta a bloccare lauto che lo porterebbe in città.
Non è la prima volta che percorre quella via polverosa. Da quando la sua amata Margherita è finita in ospedale, ha fatto di questo tragitto una routine, con lattesa e limpazienza. Ma oggi il suo cuore batte in modo diverso.
Margherita è più debole del solito quando la infermiera lha chiamata. Le hanno detto che non sta bene, che sarebbe meglio che lui venisse a stare con lei. E quando qualcuno ti dice sarebbe bello venire, senti il terreno scivolare sotto i piedi.
Esce di fretta di casa, prende la rete in cui aveva messo una camicia pulita, un asciugamano, della frutta e una bottiglia di composta di ciliegie che Margherita aveva preparato anni prima. Laveva tenuta per quando sarò malata, Giuseppe.
Quella composta è il suo modo di farle sapere che non lha dimenticata, che ricorda ogni sua premura, ogni vasetto posato con mani tremanti sul ripiano.
Le macchine sfrecciano di tanto in tanto, ma nessuna si ferma. Alcuni gli danno unocchiata come se fosse un albero secco sul ciglio della strada, non un uomo con il cuore pesante. Altri sono fissati al cellulare. Altri chiacchierano, ridono, correndo verso vite in cui non hanno tempo per un anziano con una rete.
A un certo punto unauto rallenta. Giuseppe sente il petto stringersi. È finita, mi ha preso, pensa. Fa un passo avanti, stringendo la rete al petto. Il finestrino scende e una giovane faccia leggermente divertita appare davanti a lui.
Che fai, nonno, qui? Ti piace fare il giro? A questetà dovrei stare a casa!
Il tono è scherzoso, ma il taglio della battuta è affilato.
Giuseppe apre la bocca per rispondere: Non sto facendo il giro, vado da mia moglie malata, ma il giovane alla guida solleva il finestrino e preme lacceleratore. Lauto si allontana, lasciandosi alle spalle una nuvola di polvere e un silenzio pesante.
Per un attimo, il vecchio avverte il percorso colpirgli il petto. Guarda le sue mani nodose, le scarpe consumate, la vecchia rete.
Forse è così che mi vedono come uno che non ha più nulla da cercare per le strade, pensa con un nodo alla gola.
Poi ricorda gli occhi di Margherita, il modo in cui lo cercava lungo il corridoio dellospedale, ogni volta che entrava alla porta, chiedendo quasi: Sei qui? Sei arrivato? E oltre le rughe, gli anni, le difficoltà, nei suoi occhi cè ancora il giovane che aveva incontrato alle feste del paese, tanto tempo fa.
Il loro amore non conta i chilometri, né le rughe. Solo i battiti del cuore.
Rimane fermo. Non me ne vado, Margherita, pensa. Ti aspettavi qui. Come potrei non venire?
Il tempo scorre lento. Le nuvole si addensano sul cielo, tinteggiandolo di un azzurro torbido. Il vento si fa più pungente. Giuseppe stringe ancora di più la giacca attorno a sé, sente le ossa scricchiolare per il freddo e gli anni, ma non si muove.
Di tanto in tanto una macchina passa con i fari accesi, illuminandogli il volto stanco per un istante, poi lo inghiotte di nuovo nelloscurità.
Ricorda tutti i momenti in cui era stata Margherita a prendersi cura di lui: quando tornava stanco dal campo e trovava la tavola apparecchiata, le mani profumate di pane appena sfornato; quando lui si ammalò e lei non dormì una notte, preparando tisane e impacchettando impacchi sulla fronte; quando la rimproverava per non preoccuparsi troppo, e lui rideva: Tranquilla, non mi può abbattere niente.
Ora è lei a sentirsi sopraffatta. E lui, con tutta la sua impotenza, vuole solo essere lì, tenere la sua mano. Non ha medicine, né studi, né forze; ha solo amore. E a volte lamore è lunico trattamento che si può offrire.
Quasi sera, una macchina si ferma. I fari lo accecano per un attimo. Il portiere si apre e una figura in camice bianco, con una giacca sopra, scende.
Signor Giuseppe?
La voce le è familiare.
Sì risponde il vecchio, esitante.
Il dottor Lupo, il medico di turno per Margherita, lo guarda con un misto di sorpresa e tristezza.
Che ci fa qui, con questo freddo?
Vado da Margherita non cè nessuno che mi porti e non ne ho più pazienza
Il dottore sospira profondamente. Lo ha visto mille volte nei corridoi dellospedale, con la sua rete di viti, seduto tranquillo su una sedia, gli occhi fissi sulla porta della sala. Lo ha visto stringere le mani quando lo stato di Margherita peggiorava, illuminarsi quando linfermiera diceva oggi è un po meglio.
Salite, per favore. Non vi lascio qui.
Il dottore prende la rete dalle sue mani con rispetto, come se fosse il bagaglio più prezioso, e gli apre la porta.
Giuseppe resta un attimo incerto.
Su di me?
Su di voi, signor Giuseppe. Anchio vado in ospedale. Vi porto io.
Quando sale in macchina, sente il calore avvolgerlo come un abbraccio. E, per la prima volta quel giorno, le lacrime scorrono silenziose, guardando fuori dal finestrino.
Il dottore non gli chiede perché non abbia preso lautobus, perché abbia atteso così tanto nel gelo. Sa che a volte le domande feriscono più del freddo.
Dottore
Sì?
Sappia che Margherita parla ancora di lei. Dice che ha le mani buone
Il dottore sorride appena.
Ha il cuore buono, per questo vede il bene ovunque.
Il resto del viaggio è silenzioso. Giuseppe stringe la rete al petto, ogni tanto si pulisce una lacrima con il bordo della giacca. Pensa che forse Dio non lo ha dimenticato. Che, tra tutte le auto che sono passate senza notarlo, quella giusta si è fermata proprio per luomo che ha curato Margherita.
Allospedale, quando mette piede nel lungo corridoio luminoso, con la rete in mano e passi lenti, sente di non essere più solo un vecchio abbandonato sul ciglio della strada. È un marito che mantiene la promessa: Verrò da te, qualunque cosa accada.
Entra nella stanza, Margherita lo vede subito. I suoi occhi stanchi si illuminano, come quando lo aspettava rientrando dal campo.
Sei venuto sussurra.
Sono qui, donna come potrei non venire?
Le posa la rete ai piedi e le estrae il barattolo di composta di ciliegie che aveva custodito per anni.
Ti ho portato la composta di ciliegie, sai? Quella per quando sarò malata, Giuseppe. Ora sei tu la malata, ma ci facciamo bene, insieme.
Lei sorride debolmente, una lacrima di gratitudine brilla nellangolo degli occhi. Non è di dolore, ma di riconoscenza.
In quel momento, tutto il freddo della strada, tutti i rifiuti, tutte le parole taglienti del giovane guidatore non contano più.
Perché Giuseppe ha capito qualcosa: il mondo è pieno di persone che passano accanto a te senza vederti, ma basta una sola, una buona anima, per sentire che Dio non ti ha lasciato al ciglio della via.
E il suo amore per Margherita non fa lautostop. Trova da solo la strada, attraverso il gelo, la stanchezza, il tempo. E arriva sempre dove deve: al suo letto dospedale, nel suo sguardo affaticato e nel suo cuore che ancora batte per lui.
La prossima volta che passi accanto a un anziano con la mano tesa al ciglio della strada, pensa che potresti essere tu o i tuoi genitori. Sii tu lauto che si ferma, non quella che fa soltanto polvere.
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