– Guarda là, è lei! Te lo dico io! sussurrò una donna elegante a un uomo dallaria un po sprovveduta. Restiamo a osservare per qualche minuto.
Una bambina di circa cinque anni, Annunziata, giocava tranquilla nel suo angolo di sabbia, costruendo un castello come quello che avrebbe voluto una principessa medievale. Al momento sembrava più una montagnola, ma la piccola Annunziata, con ostinazione tipicamente testarda, rifiutava laiuto degli adulti. Ci avrebbe pensato lei, nessun dubbio! E non dimenticava di scavare il fossato, né la grotta dove avrebbe vissuto il drago. Qualcuno doveva pur difendere il regno!
Era un pomeriggio di piena estate, aria calda e vibrante. Annunziata, protetta dallombra di un grande ombrellone piantato dai genitori in mezzo ai giochi, sembrava immune alla calura che invece faceva boccheggiare mamma e papà. Temendo un colpo di sole, la mamma si era appartata sotto un filare di olmi, spedendo il marito a prendere granite e gelati al bar del parco. Distratta da una chiamata sul telefono, Silvia perse docchio la figlia per un attimo. E i due sconosciuti, proprio quello stavano aspettando.
– Ciao piccola, la voce della donna irrompeva sfrontata accanto a Annunziata, che sobbalzava spaventata, rovinando il suo castello. Era una rovina: la costruzione di sabbia, sacrificio di almeno mezzora, cancellata da un gesto. Le lacrime salirono rapide: tanta fatica in polvere! Ma dai, non piangere sorrise la donna, era solo un mucchio di sabbia. Vieni, ti aiuto a fare un castello vero. Come uno di fiaba!
– MAMMA! urlò Annunziata, respirando forte, ricordando in sogno tutte le raccomandazioni della scuola materna e della mamma.
Si rialzò, guizzando via dal recinto del parco giochi, e con uno scarto quasi irreale evitò le mani di uno sconosciuto, un uomo goffo che cercava di trattenerla.
Il grido di Annunziata ruppe la campanella dellaria: Silvia lasciò cadere il telefono e si lanciò verso la figlia. La voce, dallapparecchio a terra, continuò a trapelare: Pronto? Silvia, tutto bene?
– Cucciola mia, la mamma strinse la figlia, tremante. Cosa cè, amore?
– Lì una signora strana, e anche un signore! Lui voleva prendermi! Mamma, ho paura!
Il papà accorse trafelato. Dopo essersi accertato che la piccola stava bene, scrutò gli sconosciuti con lo sguardo di chi sta già cercando una spiegazione.
La donna, sulla sessantina, serrò le labbra in una smorfia insoddisfatta. Quella bimba era senza dubbio sua nipote! Gli stessi riccioli castani, gli occhi color nocciola, la forma del volto Unimmagine speculare di Matteo da bambino. Ovviamente, con la correzione del destino.
– Sei andata troppo lontana, esordì la donna in un tono freddo e distante, squadrando Silvia. Come hai osato portare via mia nipote in capo al mondo?
– Marco, porta Annunziata a casa. Qui me la vedo io, Silvia affidò la bimba al marito. E chiama papà. Forse è il caso che mandi qualcuno dei suoi.
– Ehi! Neanche per sogno! Voglio conoscere mia nipote! protestò la donna, senza però tentare dinseguirli. Marco era alto come un campanile e largo come una botte: non cera storia. Perché non si erano informati prima, se Silvia si fosse risposata
– Signora Tamara, disse Silvia con un tono tagliente, studiandola da capo a piedi. Che andate dicendo? Nipote? Avete dei vuoti di memoria? Allora vi rinfresco le idee
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– Allora? Come sta il mio futuro nipotino? chiese, impaziente, la donna al figlio e alla nuora appena rientrati dallospedale.
– È una femminuccia, ve lho già detto, rispose Silvia a denti stretti, desiderando con tutte le forze che la suocera se ne andasse da casa. Da mesi, la signora Tamara rientrava a casa propria solo per dormire! Silvia era obbligata a rifugiarsi in camera, fingendo debolezza per evitarla.
– Il dottore si è sbagliato, affermò Tamara con sicurezza. In casa Berardi nascono solo maschi!
– E allora perché avete tagliato ogni rapporto con vostro figlio maggiore? Solo perché sua moglie ha avuto una bambina? ribatté Silvia, stanca di sentire sempre la stessa storia. Era diventata una lagna quotidiana.
– Non era sua! sbottò la donna, scansando il ricordo. Quella lì lha imbrogliato! E lui, stupido, ci ha creduto invece di ascoltare me!
– Eppure cerano le analisi del DNA, lo sapete benissimo. Le avete esaminate cinque volte, come minimo.
– Falsificate! Come osi mettere in dubbio la mia parola, ragazza insolente sibilò Tamara, trattenendo a stento la rabbia. Meglio aspettare: con tutta questa tensione, magari succede qualcosa di brutto alla bambina. Ma un erede ci voleva. Ormai tutte le sue amiche avevano i nipoti E lei?
– Vado a riposare, se non ci sono obiezioni. Ho la testa che gira
Silvia si chiuse nella stanza, girando la chiave. Nel dormiveglia le tornava sempre la stessa domanda: aveva sbagliato a sposare Matteo? Lamava, certo Ma sopportare una suocera così ecco, quello no. Aveva ragione sua madre: dovevano trasferirsi lontano da quella parentela stramba.
Ne aveva parlato qualche volta con Matteo: lui era contrario persino a pensarci.
Come si fa? Abbandonare la mamma a sé stessa? E il papà? Lui passa la giornata sul divano, non alza un dito, non sa cambiare neanche una lampadina. Il fratello? Se nè andato, non vuole più vederci, tutto per quella storia E lanalisi? E che facciamo, ce la facciamo andare bene?
Allora Silvia aveva chiesto almeno di provare a parlarci, per farla venire meno spesso e smettere di impicciarsi.
– Mia madre ci vuole solo bene! Matteo respinse lidea stizzito. Ti aiuta, ti dà consigli. Dovresti dirle grazie! E invece stai sempre chiusa in camera
– Lo faccio perché non ne posso più di tua mamma! sbottò Silvia, ormai esausta. Non voleva scatenare liti, ma doveva difendersi. Se continua, mia figlia non la vedrà mai. Me ne vado da papà! E mio padre, se hai dimenticato, è questore. Sai cosa vuol dire?
Dopo quellesplosione, Tamara rallentò. Non smise di venire ogni giorno, ma limitò tempi e critiche. Silvia però sapeva che avrebbe dovuto prepararsi a nuove tempeste.
E poi, non sopportava lidea che per la suocera una nipote valesse nulla: lei voleva un maschio, sempre e solo maschi! Anche la storia col figlio maggiore, uomo ragionevole per fortuna, era lesempio palese della sua ossessione.
E Matteo seguiva a ruota: figlio, solo un figlio! Le ecografie, per lui, erano carta straccia.
– Se nasce una femmina, vi sbatto fuori tutte e due, aveva detto una sera, dopo qualche bicchiere di troppo. Vorrà dire che non è mia. Io non sono stupido come mio fratello!
Quelle parole misero a Silvia la fine al sogno del matrimonio. Era chiaro: doveva preparare il divorzio. Suo padre aveva amici importanti: se la sarebbe cavata.
Come previsto, nacque una bambina. Matteo fece una scenata proprio nella stanza di ospedale, davanti a unaltra giovane neomamma che si nascose impaurita sotto le coperte. Allarmati, i volontari del pronto soccorso lo trascinarono fuori a forza.
Il giorno dopo, Tamara si presentò. Non urlava come suo figlio, ma le disse con parole pesanti tutto ciò che pensava. Quando però iniziò a ripetersi come se annaspasse in un labirinto onirico, entrò in stanza il padre di Silvia con il suo uniforme e le sue mostrine. Con uno sguardo mise tutto a tacere, e la signora dovette defilarsi. Chiacchiere a ruota bassa, oppure sarebbero arrivati guai.
Matteo non perse tempo: corse a depositare le carte in tribunale. Quando gli dissero che la legge non consente il divorzio prima dellanno di vita del figlio, dichiarò subito di non essere il padre e tentò la causa per negare la paternità.
Lavvocato, occhi sbarrati, si massaggiava la fronte. Ma cosè questa storia che nella vostra famiglia nascono solo maschi? E dai, su, siamo seri senza una prova del DNA, niente da fare!
– Non credo proprio che vincerete, sospirò il legale. E per inciso, vostro fratello ha pure lui una femminuccia, no?
– Non è sua, glielho detto!
– Ma ci sono i test
– Falsi! gridava Matteo, già infiammato dalle dicerie di sua madre.
– Mi spiace, ma se il test sarà ordinato, sarà una prova inconfutabile.
– Non è mia figlia, punto.
Ma non servì a nulla, la causa non andò oltre. Silvia, arresa alla surrealtà di quella storia, accettò la richiesta di annullamento totale dei rapporti. Non voleva che, anni dopo, Matteo si rifacesse vivo reclamando diritti sulle bambina. Meglio madre sola, almeno libresca come nelle storie trasognate.
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– Allora, vi siete ricordati? E perché non cè Matteo con voi?
– Matteo Matteo è morto, sussurrò la donna, in un tono da funerale. Tua figlia è tutto ciò che resta di lui. Non preoccuparti, crescerà con noi, diventerà una vera persona
– Voi? Educare? Ma chi ve lo chiede? sibilò Silvia, furibonda. Siete niente per mia figlia. E lo stesso vale per vostro figlio! Il giudice ha già deciso! Se vi rivedo accanto a mia figlia, vado dai carabinieri. Tentativo di rapimento. E mio padre, non dimenticatelo, in questa città conta parecchio. Non aspettatevi pietà!
– Non capisci, non abbiamo nessun altro!
– Avete vostro figlio maggiore. Anche lui ha una bambina. Andate da loro.
– Non ci vogliono vedere più mormorò tra sé la donna, lo sguardo sfuggente. Solo ora capiva davvero il danno.
– Uomo saggio, annuì Silvia. Ce ne avete fatte passare tante, e ora che volete? Vi devo ricordare come chiamavate la mia bambina?
– Signora Silvia, ci sono problemi? due agenti in uniforme arrivarono rapidi, occhi decisi.
– Piccoli intoppi. Per favore, che queste persone lascino la città.
– Ma
– Senza ma, intervenne uno dei poliziotti facendo un passo avanti. La coppia Berardi arretrò di qualche passo, e Silvia rise, sollevata. Andiamo.
Silvia tornò a casa. Lanima leggera, la felicità che le danzava intorno. Solo un pensiero, come una nuvola nel sole di giugno, le sfuggì tra le ciglia.
– Bisogna che nessuno di questi Berardi si faccia vedere mai più da queste parti. Lo dico a papà, ci penserà lui.






