Mamma, questi sono per il prossimo semestre di Anna.
Maria poggiò la busta sulla tovaglia lisa del vecchio tavolo di cucina. Centomila euro. Li aveva contati tre volte: a casa, sul tram, sotto il portone. Ogni volta la cifra era esattamente quella che serviva.
Elena, seduta sulla sedia di vimini, mise da parte il lavoro a maglia e guardò la figlia oltre gli occhiali.
Mariuccia, sei pallida oggi. Vuoi un po di tè?
No mamma, sono solo di passaggio, devo correre al secondo turno.
Laria era impregnata di patate bollite e di un odore distante di farmaci forse la pomata per le articolazioni, forse le gocce che Maria comprava ogni mese per la madre. Quattromila euro la confezione, bastava tre settimane. Poi cerano le pastiglie per la pressione, le analisi da fare ogni tre mesi.
Anna era così contenta quando ha saputo dello stage in banca, Elena prese la busta con la delicatezza che si riserva al cristallo finissimo, dice che cè davvero una bella possibilità.
Maria rimase in silenzio.
Dille che questi sono gli ultimi soldi per luniversità.
Era davvero lultimo semestre. Cinque anni che Maria portava avanti quella fatica. Ogni mese: una busta per la madre, un bonifico per la sorella. Ogni mese il calcolatore in mano e le sottrazioni senza fine: meno bollette, meno medicinali, meno la spesa per mamma, meno la retta di Anna. Cosera rimasto? Una camera in affitto in una casa condivisa, un cappotto invernale di sei anni e un vecchio sogno dimenticato: una casa tutta sua.
Un tempo Maria voleva visitare Firenze. Solo per il gusto un fine settimana tra le viuzze, una passeggiata agli Uffizi e sulle rive dellArno. Aveva anche iniziato a mettere da parte qualcosina e poi il primo ricovero serio di mamma aveva prosciugato tutto il salvadanaio.
Dovresti riposarti un po, figlia mia, Elena le accarezzò la mano. Hai una faccia stanca.
Riposerò. Presto.
Presto. Quando Anna avrebbe trovato lavoro. Quando la salute di mamma si sarebbe stabilizzata. Quando sarebbe stato finalmente possibile smettere di tirare la cinghia e respirare. Maria lo diceva da cinque anni quel presto.
Il diploma di economista, Anna lo prese in giugno. E pure con il massimo dei voti Maria era riuscita ad avere un permesso al lavoro pur di esserle accanto. Guardava la sorella salire sul palco con l’abito nuovo che lei stessa le aveva comprato, e pensava: è fatta. Ora cambierà tutto. Ora Anna troverà lavoro e sarà il momento, finalmente, di smettere di vivere contando ogni moneta.
Passarono quattro mesi.
Mari, tu non capisci, Anna era sul divano, rannicchiata, coi calzini di lana ai piedi. Non ho studiato cinque anni per lavorare per due lire.
Cinquemila euro non sono due lire.
Per te magari no, per me sì.
Maria strinse i denti. Nel suo principale lavoro prendeva duemilaquattrocento. Con le ripetizioni serali arrivava a guadagnarne altre milletrecento se aveva fortuna. Tre mila settecento euro, di cui per sé restavano, se andava bene, millecinquecento.
Anna, hai ventidue anni. Dovresti almeno iniziare, da qualche parte.
Lo so, comincerò, ma non in un piccolo studio dove pagano quattro soldi.
Elena si agitava in cucina, facendo rumore con i piatti faceva finta di non sentire. Era sempre così quando le figlie si scontravano: spariva, si nascondeva, e poi, quando Maria stava per andare via, sussurrava: Non arrabbiarti con Anna, è ancora giovane, non capisce.
Non capisce. Ventidue anni e ancora niente.
Non sono eterna, Annina.
Dai, non esagerare. Non sto mica chiedendo soldi, no? Cerco solo un lavoro vero.
Non chiede. Tecnicamente non chiede. È la mamma che chiede. Mariuccia, ad Anna servono dei corsi per ripassare linglese. Mariuccia, il telefono di Anna non funziona più, le serve per mandare i curriculum. Mariuccia, Anna avrebbe bisogno di un cappotto nuovo, arriva linverno
Maria pagava, comprava, mandava i bonifici. Senza battere ciglio. Perché così era sempre stato: lei si caricava la famiglia sulle spalle e tutti lo davano per scontato.
Devo andare, si alzò, stasera ho ancora ripetizioni.
Aspetta che ti metto in una borsa delle focaccine! gridò mamma dalla cucina.
Le focaccine erano ripiene di scarola. Maria prese il sacchetto e uscì nel pianerottolo. Nellandare cera un odore di umidità e di gatti. Dieci minuti a passo svelto fino alla fermata, poi unora sul tram, poi otto ore in piedi. Poi, se andava bene, altre quattro ore davanti al computer con le ripetizioni private.
E Anna restava a casa, a sfogliare offerte di lavoro, aspettando che il destino le regalasse il posto perfetto: duemila euro al mese senza muoversi dal divano.
La prima vera discussione accadde a novembre.
Ma fai davvero qualcosa? Maria sbottò vedendo la sorella nella stessa posizione della settimana prima. Almeno un curriculum lo hai mandato?
Tre, ne ho mandati tre.
Tre, in un mese?
Anna sbuffò e si rifugiò nel telefono.
Non capisci come va adesso il mercato del lavoro. La concorrenza è terribile, bisogna scegliere bene.
Scegliere? Cosa? Un posto dove ti pagano stare sdraiata?
Elena spuntò dalla cucina, le mani tormentate dal grembiule.
Ragazze, volete del tè? Ho fatto la crostata
Mamma, lascia stare, Maria si massaggiava le tempie. Aveva mal di testa ormai da tre giorni. Semplicemente spiegami perché io devo lavorare in due posti e lei in nessuno?
Mariuccia, Anna è giovane, troverà il suo posto
Quando? Fra un anno? Fra cinque? Io, a ventidue, già lavoravo!
Anna scattò.
Scusa se non voglio finire come te! Sempre di corsa, solo lavoro e fatica!
Silenzio. Maria prese la borsa e se ne andò. Nel tram fissava fuori dal finestrino buio e pensava: cavallo stremato, ecco come mi vedono.
Elena la chiamò il giorno dopo, pregandola di non prendersela.
Anna non voleva. È solo un momento difficile, abbi pazienza, troverà il suo lavoro.
Abbi pazienza. Il motto di mamma. Con papà, con Anna, con la vita. Maria aveva avuto pazienza per tutta la vita.
Le liti divennero una consuetudine. Ogni visita a mamma finiva uguale: Maria che cerca di scuotere Anna, Anna che risponde male, Elena che si perde in mezzo a implorare pace. Poi Maria se ne andava e la madre chiamava per scusarsi, e tutto riprendeva da capo.
Devi capire, è tua sorella, diceva la mamma.
E lei deve capire che non sono un bancomat.
Mariuccia
A gennaio fu Anna a chiamare. Nella sua voce vibrava una gioia insolita.
Maria! Maria, mi sposo!
Cosa? Con chi?
Si chiama Dario. Ci siamo conosciuti tre settimane fa. Maria, è perfetto, credimi!
Tre settimane. Maria avrebbe voluto gridare che era una follia, che serve tempo per conoscere una persona, ma tacque. Forse era meglio così. Se si sposava, magari il marito lavrebbe mantenuta e finalmente Maria avrebbe avuto respiro.
Unillusione che durò fino alla cena di famiglia.
Ho già tutto in mente! Anna raggiante. Un ricevimento per cento invitati, musica dal vivo, labito lho trovato in quellatelier su Via Montenapoleone
Maria posò la forchetta.
E quanto costa tutto questo?
Beh Anna fece un sorriso disarmante, cinquantamila euro, forse sessantamila. Ma è una sola volta nella vita! Il matrimonio!
E chi paga?
Maria, lo sai La famiglia di Dario non può, hanno il mutuo. E mamma con la pensione Forse dovresti chiedere un prestito.
Maria fissò la sorella, poi la madre. Elena abbassò lo sguardo.
Siete serie?
Mariuccia, è il suo matrimonio la madre usò quel tono dolce e untuoso che conosceva da piccola . È una festa che segna la vita, non si può essere tirchi
Dovrei chiedere un prestito di cinquantamila euro per pagare le nozze di chi non si è mai impegnata in un lavoro?
Sei mia sorella! Anna sbatté la mano sul tavolo. Devi farlo!
Devo?
Maria si alzò. Dentro aveva una calma tagliente.
Cinque anni. Per cinque anni ho pagato i tuoi studi. Le medicine di mamma. Il vostro cibo, i vestiti, le bollette. Faccio due lavori. Non ho casa, né macchina, né vacanze. Ho ventotto anni e lultimo vestito nuovo che ho comprato per me era più di un anno fa.
Maria, calmati abbozzò Elena.
No! Basta! Per anni vi ho mantenute, e ora venite a parlarmi di doveri? Da oggi penso a me stessa.
Si infilò al volo il vecchio cappotto e uscì. Fuori cerano meno venti, ma Maria non sentì freddo. Dentro provò un tepore nuovo come essersi scrollata finalmente un sacco di pietre dalle spalle.
Il telefono squillò tutta sera. Maria silenziò tutto, bloccò entrambi i numeri.
Passarono sei mesi. Maria prese un piccolo monolocale che finalmente poteva permettersi. In estate andò a Firenze quattro giorni tra Uffizi, Arno e notti chiare. Si comprò un vestito nuovo. E un altro. E anche le scarpe.
Notizie della famiglia le arrivarono solo per caso da unamica dinfanzia che lavorava vicino a casa della madre.
Ma è vero che il matrimonio di tua sorella è saltato?
Maria restò immobile con la tazzina tra le mani.
Cosa?
Pare che lo sposo sia scappato. Ha scoperto che i soldi non cerano e se nè andato.
Maria sorseggiò il caffè. Amaro, ma gustoso come non mai.
Non ne so niente. Non ci sentiamo più.
Quella sera guardava fuori dalla finestra del suo piccolo appartamento e capì che non provava nessuna soddisfazione maligna. Solo uninattesa, dolce tranquillità, come chi finalmente ha smesso di essere un cavallo da soma.






