Caro diario,
sono passati anni da quando Ginevra Bianchi è nata in una famiglia benestante di Borgo San Lorenzo.
Mio padre era un dirigente di una grande azienda, mentre mia madre, casalinga, passava le giornate a stirare i suoi abiti eleganti e a preparare conserve tradizionali.
Dopo la scuola elementare Ginevra si è trasferita a Firenze per gli studi universitari. Lì ha incontrato Alessandro Rossi, ci siamo sposati e, per un po, sembrava che tutto fosse perfetto: una casa accogliente, lavori stabili, una vita in sintonia.
Cè solo una macchia sul nostro quadro: non riuscivamo ad avere figli. Abbiamo consultato innumerevoli medici, anche allestero, e tutti hanno detto la stessa cosa: la nostra salute è impeccabile.
Quando lultimo test di gravidanza è risultato negativo, Ginevra è scoppiata in lacrime. Quante volte devo chiedere al cielo? Chi non vuole figli non li avrà, ma chi li desidera con tutto il cuore sembra che il destino gli chiuda la porta.
In quel giorno di riposo, Ginevra ha deciso di passeggiare al Parco delle Cascine. Il sole splendeva, gli uccellini cinguettavano e laria profumava di primavera, ma dentro di lei regnava un vuoto.
Su una panchina ha notato una signora anziana che nutriva dei piccioni con semi. I volatili le hanno fatto da coro, così Ginevra si è avvicinata e si è seduta accanto a lei. La vecchia, senza dire una parola, le ha porso un sacchetto di semi e Ginevra ha iniziato a spargerli.
Spinta da un impulso, Ginevra ha iniziato a parlare. Le ha confidato il suo dolore per lassenza di figli, e la signora ha ascoltato in silenzio. Poi, con voce dolce, le ha chiesto: Dimmi, Ginevra, cè qualcuno che hai ferito così tanto da volerlo dimenticare?
Ginevra ha riflettuto e ha risposto di no. Sei certa? Magari a scuola, per caso?
Io, che ascoltavo in quel momento, ho ricordato una compagna di classe, Lidia. Lidia era una ragazza timida, cresciuta con la nonna, i genitori poco presenti. La chiamavano la benedetta perché sembrava sempre assorta nei propri pensieri. Subìva gli scherni dei compagni, ma non reagiva.
Alcune volte ci sentivamo al telefono di casa, parlavamo di libri, film e compiti. Fuori dalla scuola, però, non la cercavo, per timore di essere giudicato.
Un giorno, Lidia ha deciso di indossare una giacca e una gonna anziché luniforme. Durante la ricreazione la cerniera si è rotta, lei lha riparata con un fermaglio. Alcuni ragazzi, divertiti, hanno sfilato il fermaglio e la gonna è caduta a terra. Risate fragorose hanno riempito il corridoio. Ginevra ha osservato, incapace di intervenire per paura del ridere.
Lidia, in preda al panico, è corsa verso il fiume e ha tuffato nellacqua fredda di fine autunno. Lì, quasi perdeva i sensi, finché un uomo di passaggio non lha salvata, avvolgendola nella sua giacca e chiamando lambulanza. Lidia è finita in ospedale, è rimasta in coma per qualche giorno, poi è stata dimessa con una seria infezione da ipotermia. Solo la nonna le faceva visita.
La notizia della sua degenza è passata inosservata tra i compagni. Ginevra aveva pensato di farle visita, ma poi se nè dimenticata. Lidia non è più tornata a scuola; si è parlato di un disturbo emotivo. Da allora non ne ho più sentito parlare.
Quellepisodio è stato lunico in cui Ginevra ha provato rimorso per non aver difeso qualcuno. Quando ha cercato la signora per raccontarle di Lidia, la vecchia era sparita e i piccioni erano volati via.
Il giorno dopo, Ginevra ha preso un permesso dal lavoro e ha deciso di tornare al suo paesino dinfanzia, dove i genitori ora vivono altrove. Ha prenotato una camera in un albergo e, subito, si è diretta alla casa di Lidia.
La porta è stata aperta dalla nonna. Ginevra? Che ci fai qui?
Buongiorno, vorrei parlare con Lidia, è a casa?
La è, dentro. Entra pure.
Lidia lha ricevuta nella sua stanza, con la schiena rivolta verso una tela. Ciao Lidia, sono Ginevra Bianchi, ti ricordi di me?
Sì, ti ricordo. Dimmi, cosa vuoi?
Ginevra ha raccontato tutto, dal dolore per non avere figli alla signora del parco. Lidia si è voltata, rivelando un volto cambiato, più maturo.
Ginevra, ti ho aspettata in ospedale, vicino al fiume, ogni giorno. Tu non ti sei più ricordata di me. Non ti porto rancore, perché sapevo che avresti subito il morso dei compagni se mi avessi difeso. Ma ero disperata, sola, e quando i medici mi hanno detto che non avrei mai avuto figli, ho desiderato che anche tu non ne avessi. È stato un pensiero amaro, ma non ti ho mai odiata.
Le lacrime di Ginevra sono cadute sul pavimento. Lidia, perdonami, sono stata egoista, ho pensato solo a me e non sono corsa in tuo aiuto. Il karma mi ha colpito.
Lidia, con dolcezza, lha sollevata. Anche io ti perdono, Ginevra. Non porto più peso di quel pensiero. Facciamo quel tè insieme.
Hanno condiviso una tazza di tè, chiacchierato, e Ginevra è ripartita promettendo di chiamare spesso.
Tre mesi dopo, Ginevra ha acquistato un nuovo test di gravidanza. Quando le due linee sono apparse, ha chiamato subito Lidia, che ha riso di gioia, sollevata dal pensiero di non essere stata la causa della sua sterilità. Ha poi telefonato a me, ai miei genitori e a tutti i familiari: la notizia è stata accolta con festa. La gravidanza è trascorsa serenamente, e una bimba di nome Sofia è venuta al mondo. Lidia ha accettato di essere la madrina, felice di condividere il ruolo.
Questa vicenda mi ha ricordato un proverbio: Chi semina vento, raccoglie tempesta. Le parole cattive e i desideri di male tornano indietro come boomerang. Impariamo a non parlare per male degli altri, a vivere in pace e armonia. Oggi, più che mai, credo che il perdono sia il pilastro su cui si costruisce una vita serena.
Fine.






