Amore o Magia: Un Dilemma Incantevole

«Lamore è una magia pericolosae per ogni incantesimo bisogna pagare il prezzo», diceva la nonna Morigi, mentre tramandava a Morgana Bianchi larte delle streghe.
Morgana non dimenticò mai quelle parole. In effetti, con gli uomini le cose non andavano mai bene: qualunque potenziale compagno finiva per essere sparato fuori dalla sua orbita, come se venisse lanciato nello spazio profondo. Cera chi beveva troppo, chi si credeva il re del mondo, chi la spingeva al punto da volerlo trasformare in animale, e chi si comportava da vero asino senza alcun aiuto magico.

Alla fine, la strega di stirpe antica sbuffò: «Se non ho fortuna in amore, tanto vale! Basta romanticismo, prendo un gatto nero e scontroso, lo chiamerò Puff».

Un giorno arrivò un invito scritto su pergamena nera, portato da un corvo, da parte di una vecchia compagna dellAccademia delle Arti Oscure, Elvira Rossi. Sulla pergamena, in lettere rosse con riccioli, si leggeva:

«Ciao Morgana! Noi ragazze abbiamo deciso di organizzare una cena di famiglia il venerdì 13. Gli sabati di stregoneria vanno bene, ma siamo anche amiche, non solo colleghe di magia, e le nostre famiglie non si sono mai incontrate. Perciò è il momento di riunirci con i nostri metà. Io e Lelio vi aspettiamo a casa nostra, con Lelio da cinque anni»

Morgana si chiedeva: «Chi è questo Lelio?» Ricordava a malapena la vita sentimentale di Elvira. Scoprì che la lista era quasi una barzelletta: «Ginevra arriverà con il suo Franco. Bret porterà Ernesto. E Maddalena forse con Marco o con Massimo, non ricordo più i nomi. Venite, tu e il tuo amato. Se sei ancora sola, non preoccuparti, noi ragazze ti accoglieremo a braccia aperte».

«Niente di grave?! balzò Morgana «Felici di me, strega sola?».

Come avrebbero potuto le sue amiche aggirare la maledizione delle streghe, quella sfortuna cronica in amore? Forse Elvira, con il suo Lelio, aveva trovato un modo. O forse Morgana era così potente da non aver bisogno di amore. La sua mente correva a chiedersi dove avessero trovato i loro fidanzati, e dove avrebbe potuto trovarne uno lei stessa.

Scartò subito lidea di un incantesimo di amore: per le laureate dellAccademia, lanciare una pozione damore era considerato volgare, come cercare di curare un calazio infilzando il dito con una pinzetta da dentista. Cinque amiche streghe avevano giurato di non usare mai questi trucchi, altrimenti avrebbero preferito una faccia piena di brufoli.

Il tempo stringeva, e la lista degli invitati maschili non accennava a svuotarsi. Più Morgana pensava alla serata, più capiva che doveva presentarsi, e non da sola. Potrebbe andare in solitaria, mascherando il suo potere, ma sarebbe stato più divertente avere una spalla maschile su cui appoggiarsi e sorprendere le compagne con un piccolo colpo di scena.

Tre giorni prima della cena, Morgana si agitò, poi, unora prima di partire, perse la capacità di ragionare con chiarezza, ma guadagnò una straordinaria rapidità di azione. Guardò la stanza, i suoi occhi si posarono su Puff, che leccava con devozione una zampa.

«No! disse a sé stessa.
Sì! replicò, tirando fuori un antico incantesimo.

Con qualche parola sussurrata, trasformò il gatto in un uomo.

Il nuovo uomo era alto, muscoloso e nero!

«Sei africano? chiese la strega, sorpresa.
«Non è un problema. Hai qualcosa contro il mio aspetto?», rispose il nuovo uomo, leccandosi la mano con nonchalance, lanciando quello sguardo alcolico che solo i gatti sanno dare.

Morgana balbettò: «Niente, ma aspetta, che voce è quella?»

Il suo falsetto non assomigliava per nulla al maschile alfa che aveva immaginato.

«Ti ricordi quel giorno terribile? Quello in cui sei stata in ospedale, con aghi e camici bianchi, il veterinario?».

«Almeno non corri più per i vicoli del quartiere», rispose a mezza voce Morgana, stanca.

«È per il tuo bene. Dimmi cosa vuoi, o stai solo testando un nuovo incantesimo?».

«Devi andare al ballo ops, alla cena di famiglia», si spiegò Morgana, più confusa che mai. «La voce deve cambiare, facciamo finta che tu sia raffreddato. Ti farò parlare al posto mio. Ti chiamerò Alessandro. Fai finta di essere il fidanzato innamorato, capito?».

Alessandro annuì, continuando a leccarsi il pelo.

«E cosa farai quando arriveremo?».

«Non mi piacciono le case altrui», rispose il gatto, giocando con lamuleto sospeso al soffitto. «Corro nella stanza più lontana, mi infilo sotto il letto e sibilo a chiunque provi a tirarmi fuori. Posso anche mordere, se necessario».

«No, no, no! Niente nascondigli, né morsi!».

«Che cosa, allora?», chiese il gatto, con unespressione di sfida.

Morgana, realizzando che minacciare un gatto trasformato era inutile, abbassò il tono: «Se fai quello che ti dico, ti darò fegato di pollo prelibato per tutta la vita».

«E salmone».

«E il muso non si romperà?».

«Se non trovo il bagno, ruberò le scarpe di qualcuno».

«Va bene, salmone. E valeriana».

«Ti avveleno!».

«E valeriana», sospirò Morgana, «sei una scroccone!».

Al suono della campanella, i due si avvicinarono alla porta di Elvira, pronti a bussare. Elvira li accolse fianco a fianco con un alto biondo snodato. Per un attimo Morgana pensò che Alessandro stesse sibilando, ma quando si voltò, lui sorrideva innocente.

Le ragazze erano già riunite: Franco di Ginevra un bronzo muscoloso con volto pallido e una figura imponente, Ernesto di Bret, simile a una roccia. Marco (o Massimo, a seconda di come Maddalena lo chiamasse) era un tipo ordinario, guardando la sua compagna con occhi di amore eterno. Alessandro si comportava bene, ma una volta afferrò il bordo della gonna di Bret, e Morgana lo sgridò, minacciandolo di privarlo del salmone.

La serata andava liscia: Alessandro rimaneva in silenzio, le amiche chiacchieravano delle loro storie damore, di come si fossero conosciute e dei piani per il futuro. Morgana, però, lottava per inventare una leggenda romantica su come avesse conquistato quel ragazzo nero. Alla fine, si rilassò un po, finché

Alessandro si alzò improvvisamente.

«Dove vai? ringhiò Morgana nel suo orecchio.

«Devo andare», sbottò lui.

«Dove è il bagno? Sai dove è la stanza?».

«Certo, calmati».

Uscì di corsa, lasciando Morgana a pensare a dove potesse confondere bagno e guardaroba. Passò mezzora, e Alessandro non tornò. La stanza era piena di gente: Ginevra aggiustava la cravatta di Franco, Bret cercava di far sorridere Ernesto, e Maddalena ascoltava unaltra dichiarazione damore da MarcoMassimo. Elvira lanciava occhiate al Lepre, il gatto di Lelio, che rosicchiava una carcassa di pollo.

Morgana si alzò, cercando il mostro. Lo trovò in cucina, sul tavolo.

«Via! sussurrò, a voce alta. Via dal tavolo! Cosa fai qui?!».

«Cè la salsiccia», rispose Alessandro, torcendo il muso.

«Anchio ho la salsiccia! È nella tua ciotola!».

«È più buona la mia», ruggì il gatto, aumentando il ron-ron.

Morgana lo afferrò, ma lui si ribellò, cadendo a terra tra tazze e piatti, atterrando sul fondoschiena come un umano, non più su quattro zampe. Proprio in quel momento entrò Elvira.

«Che succede? Alessandro, ti senti male?».

«Sì! balzò nella mente di Morgana il pensiero di aiuto. È solo agitato!».

Elvira tirò fuori una bottiglietta da un armadietto, versò un cucchiaino in un bicchiere e lo porse ad Alessandro, dicendo: «Bevi, è un calmante».

Morgana non vide nulla, ma Alessandro rovesciò il contenuto, ingoiò la bottiglia e poi il bicchiere intero.

«Non dovrebbe prendere valeriana!», esclamò Morgana, solo allora accorgendosi.

«Può! urlò il gatto con voce da stadio, saltando in piedi. Ora posso tutto!».

Corse per la casa, sbattendo una lattina di birra contro il muro.

«Che succede?», chiese Elvira.

«Allergia allvaleriana», mormorò Morgana, inseguendo il felino impazzito. Lo trovò in camera da letto, dove correva sul divano, saltò sulla tenda, strappò il tendaggio e rotolò sul tappeto. Quando Morgana cercò di afferrarlo, lui balzò verso la dispensa, urlando:

«Corrrrrp!!!».

Tutto il gruppo lo inseguì, ma il gatto finì impagliato in una scatola di microonde, che cigolava sotto il suo peso nero.

«È come il mio gattino!», rise Ginevra.

Morgana si limitò a un classico gesto di capitano Piccard: una battuta di mani sul viso.

«È davvero unallergia?», chiese Elvira, strizzando gli occhi.

«Basta», disse Alessandro, senza smettere di sistemare la sua cosa, «sono un gatto!».

«Accidenti!», gridò Morgana, cercando un incantesimo per scomparire sottoterra.

«Come hai potuto?!», sbuffò Ginevra.

«Gatto castrato», rispose Alessandro con tono beffardo, mentre la scatola si incrinava.

«Morgana», disse Bret, con tono di maestra severa, e il silenzio calò, rotto solo dalle risate di Franco, la cui faccia pallida si tinse di blu.

«Ops», si fece pallida anche Ginevra.

«Che succede?», chiese Elvira, visibilmente agitata.

Morgana osservava il corpo ancora in piedi, mentre la testa di Alessandro tremava sul pavimento.

«Ho… rianimato», balbettò Ginevra, «ma i zombie sono sempre incerti la testa è sul corpo e il resto è un po incompleto».

«Voi due», iniziò Elvira con tono da professoressa, «avete tradito la nostra amicizia! Come avete potuto? Siamo state insieme allAccademia e non ci siamo mai mentite!».

«Ernesto è un golem», sussurrò Bret a malapena.

«luminoso cosa?!», gli occhi neri di Elvira scrutarono il soggetto.

«Io», intervenne Maddalena, «Marco o Massimo è stato io a incantarlo».

Un forte «Ah!», esplose nella stanza.

«Sì, ho infranto il nostro giuramento! Che altro potevo fare? Pensavo che tutti voi foste a posto in amore. Tu, Elvira, parlavi sempre del tuo Lelio. Mi sentivo tradita!».

«Ci siamo tutte incasinate», annuì Morgana.

«Fallite!», sbuffò Elvira, voltandosi. «Andiamo, Lelio».

Ma Lelio era lì, ringhiando contro lAfricano che rotolava nella scatola.

«Lelio!», gridò la proprietaria di casa.

Il ruggito aumentò.

Morgana, convinta che laspetto umano di Alessandro non fosse più adatto, sussurrò un incantesimo per riportarlo alla forma originale. Alessandro tornò a essere il gatto nero Puff, ma anche Lelio si trasformò: si rimpicciò, il suo corpo si coprì di pelliccia e alla fine emerse un piccolo chihuahua rosso che abbaì furiosamente al gatto.

«Che sfiga, Lelio!», scoppiò Maddalena, facendo ridere tutti tranne Elvira, che arrossì profondamente.

Unora dopo, le streghe, lasciati i loro cavalieri falliti, andarono a bere in un bar vicino, scambiandosi sguardi compiaciuti con cinque maghi diplomati dellAccademia delle Arti Oscure. Come da tradizione, ogni venerdì 13 si brindavano al loro perpetuo sfortuna sentimentale, sorseggiando un bicchiere di vino rosso e ridendo dellassurdo destino delle cuori spezzati.

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