Se ripari questo motore, ti passo il mio incarico disse il capo, ridendo.
Maria Bianchi, a differenza degli altri dipendenti, non rise alla battuta.
Conosceva quel ragazzo. Sapeva che, una volta alla settimana, appariva con una vecchia borsa chiedendo le riviste tecniche che andavano a finire nella spazzatura, domandando se poteva tenere i manuali strappati, i cataloghi datati, qualsiasi foglio con disegni di parti o schemi elettrici.
Allinizio alcuni venditori avevano mosso il naso.
Un ragazzo che raccoglie rottami che ostacola i clienti
Ma Maria non aveva mai permesso di allontanarlo.
Se aveste la metà della fame di imparare che ha lui, la concessionaria sarebbe già raddoppiata diceva, senza timore.
Quel giorno lo vedeva, piccolo di fronte a un motore che sembrava un mostro smontato.
Gli occhi socchiusi, concentrati, le dita snelle accarezzavano ogni pezzo come se volessero percepire una storia invisibile.
Maria sospirò, prese la bottiglia dacqua e scese in officina.
Non hai pranzato, vero? chiese, appoggiandosi a una colonna, senza invadere il suo spazio.
Luca si irrigidì al suono della voce. Era così immerso tra cilindri, tubi e sensori che aveva dimenticato persino lo stomaco.
Signora Bianchi balbettò, un po imbarazzato. Ancora no. Volevo approfittare che gli altri fossero a pranzo per mettere ordine qui.
Guardò il banco.
I pezzi, prima gettati a caso, ora erano raggruppati. Viti allineate per dimensione, anelli di tenuta disposti come collane, ingranaggi più grandi su panni puliti.
Hai un metodo commentò, impressionata. Non è solo coraggio, è testa.
Luca sorrise a mezza bocca.
Nei libri si legge che, se non capisci la logica, impari a memoria e ti perdi quando il problema cambia rispose. Io voglio capire. Per questo allinizio ci metto più tempo. Ma poi
Mormorò, incerto se fosse troppo.
Maria tirò fuori dalla borsa due panini avvolti in carta da forno.
Prendi offrì. Li ho comprati per me, ma oggi sei più bisognoso.
Luca esitò.
Non ho come pagare.
Pagherai quando sarai direttore, certo replicò, ironica. Mangia subito, prima che il signor Filippo torni con quel suo sorriso insopportabile.
Il ragazzo non ebbe bisogno di altro incoraggiamento. Mentre masticava, Maria lo osservava.
Non vedeva solo un ragazzo magro e vestito di stracci. Vedeva la signora Giulia, anni prima, entrare nella concessionaria con un panno in mano e gli occhi stanchi, chiedendo lavoro di pulizia.
È solo finché il ragazzo non cresce un po, aveva detto con voce umile che nascondeva la durezza della vita.
Quel ragazzo ora era di fronte a lei, fissando il motore più costoso del locale come chi guarda un enigma, non una condanna.
Luca chiamò, mentre ingoiava lultimo pezzo sai che il signor Filippo ha detto quella frase per scherzo, vero? Non crede davvero che tu lo ripari.
Lo so rispose, strofinandosi le mani sui pantaloni. Ma se non provo, rimarrò sempre fuori. E inspirò profondamente sono stanco di guardare.
Maria sentì un nodo al petto.
Tua madre sa che sei qui? domandò.
Luca scrollò le spalle.
Sa che vengo a prendere riviste. Non sa del motore. Se lo sapesse, mi farebbe uno spavento. Penserebbe che voglio far esplodere lofficina.
Riserero entrambi.
Allora proviamo a far andare bene prima che lei faccia svenire il direttore disse Maria. Se ti serve qualcosa attrezzo, manuale, caffè chiamami. Non capisco di motori, ma capisco chi merita una possibilità.
Luca annuì.
Grazie, signora Bianchi.
Maria risalì, lasciandolo con un po più di pane nello stomaco e molta più coraggio nellanima.
Nei giorni seguenti fu una maratona silenziosa. La mattina Luca andava alla scuola pubblica di Milano, annotava tutto con la stessa intensità con cui osservava i motori: prendeva appunti, chiedeva quando nessuno chiedeva, assorbiva.
I compagni lo chiamavano Cervellone. Non come complimento, ma a lui non importava. Il pomeriggio aiutava la signora Giulia a casa: portava secchi dacqua, riparava cassetti, rattoppava sedie.
Lo fai con la stessa dolcezza con cui accarezzi un gatto osservava la vecchia, vedendolo sistemare il piede di un tavolo. Tuo padre biologico doveva essere meccanico o falegname.
Luca taceva. Non ricordava alcun padre, né una madre prima di Giulia. Sapeva solo di essere stato trovato avvolto in una coperta davanti alla porta in una fredda sera dautunno. Il resto era immaginazione.
Nel tardo pomeriggio, quando il sole iniziava a calare dietro gli edifici bassi del quartiere, Luca arrivava alla concessionaria. Filippo non gli aveva dato alcun tesserino, né autorizzazione formale. Ma Maria, discreta, aveva avvisato i guardiani:
Lasciate entrare il ragazzo. Sta aiutando in un lavoro. Se il direttore fa storie, può chiamarmi.
Così ogni pomeriggio Luca si infilava nellofficina. Alcuni meccanici ridevano.
E allora, direttore? Hai già trovato il pezzo che fa miracoli?
Luca fingeva di non sentire. Altri, a poco a poco, si avvicinavano.
Ragazzo, hai mai visto questo tipo di iniezione elettronica? chiese uno curioso.
Solo nei diagrammi rispose Luca, indicando i cavi. Ma qui credo che qualcuno abbia collegato il fascio al modulo sbagliato. Guarda i segni.
Il meccanico, incuriosito, si avvicinò.
Humm non lavevo notato.
Così, con piccoli gesti, Luca cominciò a guadagnarsi un rispetto che Filippo non aveva immaginato fosse possibile.
La terza notte, dopo aver smontato e rimontato mentalmente il motore più di dieci volte, Luca notò qualcosa di strano. I danni non erano solo errori. Cerano graffi in posti insoliti, marchi ripetuti come se qualcuno avesse forzato la stessa parte più volte.
Premette il vecchio cellulare e ingrandì una foto del prima.
Zomm.
Lì cera: il segno di una vite diversa, a testa piatta, che non corrispondeva allo standard originale.
Luca aggrottò la fronte, prese un manuale datato che Maria aveva ottenuto con un accordo di caffè e torta di mais, sfogliò fino alla pagina del modello.
In piccolo: vite di specifica X, testa esagonale, coppia di serraggio per tenuta senza fessura. Quella sul banco era diversa, più piccola, più fragile.
Qualcuno ha risparmiato sulla componente mormorò.
Capì subito il significato. Aveva letto storie simili nei forum del vecchio cellulare, nei hotspot di internet del quartiere. Concessionarie che sostituiscono parti originali con equivalenti più economici per aumentare il profitto, e poi incolpano i meccanici.
Respirò a fondo. Non era il momento di accusare. Era il momento di riparare. Ma quellinformazione rimase impiantata nella mente, pronta a servire un giorno.
Venerdì, due giorni prima della scadenza, Filippo entrò nella officina, più irritato del solito.
Dovè il ragazzo? chiese, scrutando intorno.
Un meccanico indicò il fondo. Luca era inginocchiato, quasi immerso nel cofano, armeggiando con limpianto elettrico. Filippo si avvicinò, i tacchi lucidi a contrastare il pavimento sporco di olio.
Allora, genio? provocò. Hai già preso il posto di direttore o stai ancora giocando a Lego?
Luca si alzò, asciugandosi la fronte. Era sporco, stanco, ma gli occhi brillavano.
Manca poco, signor Filippo disse, rispettoso. Credo di aver individuato il problema principale e anche un secondario.
Filippo alzò un sopracciglio.
Due problemi? Certo rise amaro. Cè sempre un problema secondario quando chi non sa nulla. Fammi indovinare: se lauto non parte, è colpa di quel secondo problema.
No rispose Luca, cercando di mantenere la voce ferma. Se non funziona, è colpa mia. Ho accettato la sfida. Solo sarebbe bello se lei fosse qui quando accendo il motore per la prima volta. E forse anche il proprietario.
Filippo esitò un attimo.
Il proprietario non ha bisogno di sapere nulla interruppe bruscamente. Deve solo ricevere il veicolo funzionante. E questo è colpa mia. Se fallisci, tornerai a raccogliere riviste. Daccordo?
Luca lo fissò un istante. Non gradì il tono con cui Filippo diceva il proprietario non deve sapere. Ma inspirò profondamente.
Daccordo.
Filippo si girò verso la porta, dove incrociò Maria.
Aveva le mani incrociate e unespressione che lui riconosceva bene: chi ha sentito più di quanto vorrebbe.
Teresa, mia cara provò, usando il soprannome affettuoso che solo lui usava. Non dovevi girare intorno allofficina. Hai troppi fogli da sistemare in alto.
I fogli li risolvo ribatté, senza sorridere. Quello che mi preme è il motore. E quel ragazzo.
Filippo fece un gesto sprezzante.
Se lui sbaglia, chiamo il carro attrezzi della casa madre. Mandano un tecnico, paghiamo una fortuna, e basta. Il cliente non saprà della confusione.
E cosa gli hai promesso, al ragazzo? insistette Maria.
Che ragazzo? fingeva di non capire.
Maria strinse gli occhi.
Se ripari questo motore, ti passo il mio incarico. Io ero al bar quando lhai detto, Filippo. E ho sentito altri lhanno sentito.
Filippo scrollò gli occhi.
Teresa, per favore. Era solo uno scherzo, una figura retorica.
Divertente mormorò Maria. Non ricordo di aver visto scherzi del genere con il figlio del proprietario. Solo con chi non ha un cognome importante.
Filippo perse colore.
Non mescolare le cose.
Non mescolo replicò Maria, a bassa voce, avvicinandosi. Tu sei chi mescola, ego e affari. Se questauto non è pronta entro domenica, il contratto con il signor Salazar va in frantumi. E non sarà solo il meccanico a perdere il lavoro.
Il nome Salazar era la roccia sotto i piedi di Filippo da settimane. Il berlina importata non era solo costosa; era lauto personale di Ruggero Salazar, proprietario di una catena di concessionarie e di metà degli immobili di Milano.
Salazar aveva lasciato un semplice messaggio:
Se risolvete il difetto che nessuno risolve, firmo un contratto esclusivo per la linea di lusso. Se no cercherò la concorrenza.
Filippo sapeva che, se falliva, la sua carriera poteva seppellire insieme al motore. Perciò aveva messo il miglior meccanico su quella macchina appena era arrivata. E quando il motore aveva ripreso a tossire e morire dopo tre giorni di tentativi, aveva licenziato il ragazzo. Non sopportava lincompetenza, soprattutto quando minacciava la propria testa. Ma non ammetteva la paura, né il fatto che un quattordicenne fosse al centro della soluzione.
So bene cosa è in gioco rispose, sentendo il sudore sulla schiena nonostante laria condizionata. Ma non darò il mio incarico a un ragazzino, per quanto realizzi questo miracolo.
Maria lo guardò.
Nessuno dice che devi cedere il ruolo disse infine. Ma la tua parola è stata data. E se la infrangi, non solo perdi il contratto con il signor Salazar, ma anche il rispetto di tutti qui dentro. Compreso il mio.
Filippo aprì bocca, la richiuse, ne aprì di nuovo, ma non rispose. Tornò al suo ufficio, si lanciò sulla sedia e guardò la città dalla finestra. In basso, il ragazzo continuava a curvare sul motore. Conosceva quello sguardo; laveva già visto negli specchi anni prima, quando era solo un assistente vendite con un sogno di dirigere. Qualcosa di sepolto in lui si mosse.
Il sabato si svegliò nuvoloso. Luca arrivò presto, gli occhi rossi per il poco sonno. Era rimasto fino a tardi a rivedere lultimo diagramma, a ricostruire mentalmente ogni passo. Giulia lo vide uscire con lo zaino.
Vai presto, figlio mio? chiese.
Vado a dare una mano in concessionaria, mamma rispose, baciandola. È importante.
Lei annuì, scettica ma fiduciosa. Sapeva che non si cacciava in guai, solo in viti.
Lofficina lo aspettava, il motore già montato, lucido, silenzioso, quasi a sfidare.
Oggi è il giorno, direttore scherzò un meccanico, passando. Se funziona, ti chiamo dottore.
Luca sorrise, ma lo stomaco ribolliva. Maria arrivò pochi minuti dopo, con caffè e tazze.
Ci sarà pubblico avvertì. Il signor Salazar ha chiamato ieri. Dice che verrà a vedere lauto oggi.
Luca ingoiò a secco.
Lui stesso? chiese.
Sì confermò lei. E se hai paura, ricorda: tutti hanno paura. Il coraggio è il nome che diamo quando facciamo comunque.
Poco dopo, Filippo entrò, visibilmente teso, senza la cravatta impeccabile. La camicia era bene stirata, ma i primi bottoni erano aperti.
Allora? domandò, evitando il sarcasmo. Pronto?
Luca annuì.
Sì, signore. Ho ricontrollato tutto due volte.
Tre è meglio.
Anche tre rispose, con un mezzo sorriso.
Filippo fece un gesto e fece avvicinare lauto. La berlina bianca, elegante, pareva una bestia addormentata.
Luca salì sul sedile del guidatore, accarezzò il volante in pelle, immaginò di guidarla per le strade di Milano, poi scrollò la testa. Non era lì per sognare, ma per provare.
Filippo e Maria si fermarono fianco a fianco, osservando la scena. Alcuni meccanici e venditori formarono un cerchio discreto. Cera qualcosa di sacro in quellattesa, come il silenzio prima del primo accordo di unorchestra.
Luca girò la chiave. Per un attimo eterno, nulla accadde. Il suo cuore si fermò con il silenzio.
Allora il quadro si accese. Uno a uno, i sistemi inviarono segnale di vita. IlIl motore ruggì vigoroso, e tutti compresero che il futuro apparteneva a chi osa sognare.






