Maria Bianchi viveva ai margini di un piccolo borgo toscano, dimenticato dal tempo. La sua casetta, con le persiane scrostate e il giardino selvaggio, sembrava unoasi di silenzio che riecheggiava dentro le mura. Dopo la morte del marito e il trasferimento dei figli a Firenze, la sua esistenza si era ridotta a una routine di tè, maglia, ortaggio e le trasmissioni serali della Rai.
In un autunno grigio, quando il cielo era una coltre di nuvole e le foglie cadevano come lettere bruciate, Maria scorse unombra dietro il recinto. Era un cane, magro, sporco, con le costole a vista e occhi che tradivano una qualche umanità nascosta. Non abbaiò, non guaì: solo osservava.
Maria gli porse una fetta di salame e qualche pezzo di pane raffermo. Il cane si avvicinò con cautela, divorò tutto e scomparve. Il giorno seguente tornò, e così continuò, giorno dopo giorno.
Lo chiamò Barone, anche se assomigliava più a un vagabondo che a un nobile. Con il tempo, Barone cominciò a fidarsi di lei: scodinzolava, si strofinava alla mano e la accompagnava persino fino al pozzo.
Una notte udì un latrato forte e improvviso. Uscì in corte e trovò Barone che correva pazzo intorno al capanno. Avvicinandosi, sentì un fruscio: qualcuno era lì dentro. Accese la lanterna, spalancò la porta e quasi svanì dal punto di vista. Davanti a lei cera un ragazzino, sporco, magro, con una giacca stracciata e occhi pieni di paura.
Per favore, non picchiatemi sussurrò il ragazzo.
Era un bambino scappato da un orfanotrofio. Fuggito da un educatore crudele, si era rifugiato nei boschi, dove Barone lo aveva trovato, lo aveva nutrito con ciò che poteva e lo aveva scaldato con il proprio corpo, portandolo infine da una persona che emanava gentilezza.
Maria non esitò: nascose il ragazzo. Quando la polizia, allertata dai vicini per il latrato e la luce, arrivò, non lo consegnò immediatamente. Dopo aver parlato con lunico agente del posto, scoprì che il ragazzo era ricercato da tempo e che leducatore era già stato licenziato. Il fanciullo fu affidato a una nuova famiglia, ma prima di partire sussurrò:
Adesso sei la nonna che non ho mai avuto Posso scriverti?
Barone rimase al suo fianco. Non era più un randagio: era diventato il vero sovrano del cortile.
Da quel momento, Maria Bianchi aveva di nuovo una famiglia: un cane fedele, lettere settimanali dal nipote e la consapevolezza che la vita, come la coda di un cane, può girare di colpo e portare inaspettata felicità.






