Vi avevo pregato di non portare i vostri figli al matrimonio! La piccola grande battaglia per una festa senza bambini, tra drammi di famiglia, tradizione all’italiana e il coraggio di dire “no” nel giorno più bello

Ma avevo scritto chiaramente: niente bambini al matrimonio!

Le porte della sala ricevimenti si aprirono lentamente, inondando latrio di una calda luce dorata. Io ero lì, nel mio abito bianco, reggendo con cautela la gonna, facendo attenzione a non tradire il tremolio delle mani. La musica era soffusa, gli invitati sorridevano, i camerieri allineavano i calici di Prosecco Tutto era esattamente come io e Arturo avevamo sognato.

Quasi tutto.

Mentre cercavo di riprendere fiato prima di entrare nella sala, fuori si sentì improvvisamente il rumore di una frenata. Attraverso le porte a vetri vidi fermarsi davanti alle scale un vecchio monovolume grigio. La portiera si spalancò ed ecco scendere una compagnia rumorosa: zia Graziella, sua figlia con il marito e cinque bambini, già pronti a correre attorno alla macchina.

Mi sentii gelare.

Questo no sussurrai.

Arturo si avvicinò.

Sono venuti davvero? chiese fissando anche lui la scena.

Sì. E coi bambini.

Ci fermammo sulla soglia, pronti a entrare tra gli invitati, ma invece restammo lì come due attori che allimprovviso hanno dimenticato la battuta della prima.

E fu in quellattimo che capii: se adesso cedevo, lintera giornata sarebbe rovinata.

Ma per spiegare come eravamo finiti in questo assurdo pasticcio, bisogna tornare indietro di qualche settimana.

Quando io e Arturo avevamo deciso di sposarci, eravamo sicuri di una cosa: la festa sarebbe stata intima, raccolta e accogliente. Solo quaranta invitati, jazz dal vivo, luci morbide, atmosfera calda. E niente bambini.

Non per antipatia verso i piccoli, ma perché volevamo trascorrere una serata senza schiamazzi, corse, cadute dai gonfiabili, succo rovesciato e scenette educative che non ci riguardavano.

Tutti i nostri amici lo presero bene. Anche i miei genitori. I genitori di Arturo, un po sorpresi, alla fine si adattarono.

Ma la parentela più lontana

Per prima chiamò zia Graziella donna la cui voce sembra sia stata progettata per dirigere il traffico a Napoli.

Immacolata! esordì subito, senza nemmeno salutare. Ma che notizia è questa, che i bambini non sono invitati al matrimonio? Parli sul serio?

Sì, zia, risposi tranquilla. Vogliamo una serata serena, così gli adulti si rilassano.

Rilassarsi dai bambini?! replicò, indignata, come se le avessi chiesto di bandire i neonati dalla Penisola. Ma tu sai che famiglia siamo noi? Sempre tutti insieme, ovunque!

È la nostra giornata. Nessuno è obbligato a venire, ma questa è la regola.

Silenzio. Denso come il torrone di Benevento.

Benissimo. Allora non veniamo, tagliò corto, e mi chiuse il telefono in faccia.

Restai lì, il cellulare in mano, come uno che ha appena lanciato il missile che scatenerà la catastrofe.

Dopo tre giorni arrivò Arturo con unaria nera.

Imma parliamo? domandò togliendosi la giacca.

Che succede?

Caterina piange. Dice che è unumiliazione per la famiglia. Che i suoi tre figli non sono degli scalmanati, ma bravi bambini. E che se non vengono loro, non vengono né lei, né suo marito, né i suoceri.

Quindi meno cinque invitati?

Otto, corresse lui, sprofondando sul divano. Dicono che stiamo rompendo la tradizione.

Scoppiai a ridere in modo strozzato e nervoso.

La tradizione di portare i bambini ai matrimoni per farli correre tra i camerieri con i vassoi?

Anche Arturo abbozzò una risata.

Meglio non dirglielo, sono già abbastanza agitati.

Ma lattacco non era finito.

La settimana dopo, durante una cena coi suoi, arrivò la sorpresa.

La nonna di Arturo, la pacata signora Antonella Palumbo, di solito sempre in disparte, improvvisamente prese la parola.

I bambini sono una benedizione, disse con tono di rimprovero. Senza di loro, il matrimonio è vuoto.

Stavo per rispondere, ma la madre di Arturo mi precedette.

Mamma, basta! sbottò, buttandosi indietro sulla sedia. I bambini portano solo caos nei matrimoni. Quante volte ti sei lamentata che fanno confusione? Quante volte li abbiamo rincorsi sotto i tavoli?

Però la famiglia deve stare unita!

E la famiglia deve rispettare le regole di chi si sposa, replicò pacata la suocera.

Avrei voluto alzarmi e applaudirla. Ma la nonna scosse solo la testa:

Io continuo a pensare che sia sbagliato.

E capii: la cosa ormai era diventata un melodramma familiare degno di una fiction RAI. Io e Arturo, re e regina che stanno tentando di essere deposti.

Il vero colpo di grazia arrivò poco dopo.

Telefonò lo zio di Arturo, Michele. Luomo più calmo della famiglia, uno di quelli che dicono sempre fate voi.

Immacolata, ciao, esordì gentile. Senti io e Olga ci siamo chiesti perché i bambini no? Fanno parte di noi. Da sempre veniamo tutti insieme ai matrimoni.

Michele, sospirai stanca, davvero, sogniamo solo una serata serena. Non stiamo vietando niente a nessuno…

Sì, sì, capisco. Ma Olga ha detto che, se i figli non vengono, nemmeno lei viene. Né io.

Chiusi gli occhi. Altri due in meno.

A questo punto, la lista degli ospiti era così ridotta che sembrava una dieta lampo: meno quindici chili.

Arturo si sedette accanto a me e mi strinse le spalle.

Facciamo la cosa giusta, disse sottovoce. Altrimenti la festa non sarà la nostra.

Ma la pressione cresceva.

Un giorno la nonna suggeriva che senza le risate dei bambini tutto sarebbe stato morto.
Un altro, Caterina pubblicava un post nel gruppo famiglia:
Che tristezza che qualcuno non voglia vedere i bambini ai propri festeggiamenti

Finalmente arrivò il giorno del matrimonio.

Il monovolume parcheggiò davanti alle scale. I bambini scesero per primi, marciando sulle pietre come se stessero preparando la processione. Zia Graziella scese aggiustandosi una ciocca.

Impazzirò sussurrai.

Arturo mi strinse la mano.

Non preoccuparti, ora vediamo.

Uscimmo ad accoglierli.

Zia Graziella era già in cima ai gradini.

Ecco qui gli sposi! spalancò le braccia in modo teatrale. Scusate il ritardo. Ma alla fine abbiamo deciso di venire. Siamo famiglia! I bambini, ovviamente, non avevamo a chi lasciarli. Ma saranno buonissimi. Rimarremo poco.

Buonissimi? sussurrò Arturo, guardando quei piccoli già impegnati a sbirciare sotto larco nuziale.

Feci un respiro profondo.

Graziella avevamo concordato, dissi calma, scandendo le parole. Niente bambini. Tu lo sapevi.

Però è il matrimonio iniziò a giustificarsi.

A quel punto intervenne la nonna.

Siamo venuti per farvi gli auguri, disse con voce ferma. Ma i bambini sono parte della famiglia. Non è giusto separarli.

Signora Antonella le dissi dolcemente, apprezziamo che siate venuti, davvero. Ma la scelta è nostra. E se non viene rispettata, dovremo chiedervi…

Non riuscii a finire la frase.

MAMMA! intervenne la madre di Arturo, affacciandosi dalla sala. Basta rovinare la festa ai ragazzi. Gli adulti festeggiano, i bambini stanno a casa. Punto. Su, andiamo.

La nonna si confuse. Zia Graziella si bloccò. I bambini improvvisamente smisero di fare confusione penso avessero colto il cambio daria.

Graziella soffocò un singhiozzo.

Beh… daccordo, non volevamo litigare. Pensavamo solo fosse meglio così.

Non dovete per forza andarvene, dissi. Ma i bambini devono tornare a casa.

Caterina alzò gli occhi al cielo. Il marito sospirò. Due minuti di silenzio e poi accompagnarono i piccoli in macchina. Il marito di Caterina si mise al volante e li riportò a casa, mentre i grandi restarono.

Per la prima volta di loro spontanea volontà.

Appena entrammo nella sala, latmosfera era perfetta: candele accese, musica jazz, chiacchiere calme. Gli amici alzarono i calici, i gentiluomini ci fecero strada, il cameriere servì il Prosecco.

E in quellattimo capii: avevamo fatto bene.

Arturo mi sussurrò:

Allora, signora ce labbiamo fatta?

Direi di sì, risposi sorridendo.

La serata fu stupenda. Il primo ballo senza bambini tra i piedi. Zero urla, niente pasticcini schiacciati, nessuno con i cartoni animati a tutto volume sul telefono. Gli ospiti chiacchieravano, ridevano e si godevano il jazz.

Qualche ora dopo, arrivò la nonna.

Immacolata, Arturo disse piano. Avevo torto. Oggi è andata bene. Molto bene. Niente confusione.

Le sorrisi con calore.

Grazie, signora Antonella.

È che sospirò. I vecchi fanno fatica a cambiare. Ma vedo che sapevate cosa facevate.

Quelle parole per me furono più importanti di tutti i brindisi.

A fine serata zia Graziella si avvicinò a me, aggrappandosi al bicchiere quasi fosse unarmatura.

Imma sussurrò. Ho esagerato. Scusami. Noi abbiamo sempre fatto così, da sempre. Ma stasera è stato bello. Tranquillo. Da grandi.

Grazie per essere venuti, risposi col cuore.

Con i bambini non ci si riposa mai. Qui… mi sono sentita di nuovo una persona, ammise. Peccato non averci pensato prima.

Ci abbracciammo. La tensione di settimane svanì.

A festa finita, io e Arturo uscimmo sotto i lampioni. Si tolse la giacca e me la posò sulle spalle.

Allora, che ne pensi del nostro matrimonio? chiese.

È stato perfetto, risposi. Perché era nostro.

E perché labbiamo difeso.

Annuii.

Sì, questa era la vera vittoria.

La famiglia conta. Le tradizioni anche. Ma il rispetto dei confini conta altrettanto. E se gli sposi scelgono di non voler bambini, non è un capriccio. È un loro diritto.

E alla fine anche la macchina più arrugginita della famiglia può cambiare, se capisce che una scelta è definitiva.

Questo matrimonio ha insegnato a tutti qualcosa soprattutto a noi:
a volte, per salvare la festa, bisogna saper dire no.

Ed è proprio quel no che rende davvero felice il giorno più bello della vita.

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Vi avevo pregato di non portare i vostri figli al matrimonio! La piccola grande battaglia per una festa senza bambini, tra drammi di famiglia, tradizione all’italiana e il coraggio di dire “no” nel giorno più bello