Caro diario,
Questa sera non potrò dimenticarla facilmente. Nel pomeriggio io e Massimo siamo finalmente rientrati a casa dopo una settimana in Puglia. Appena ho infilato la chiave nella porta, sono rimasta di sasso: dalla sala provenivano voci e il suono acceso della televisione. Cera un odore che non era il nostro. Massimo dietro di me ha quasi lasciato cadere la valigia per lo spavento.
«Stai ferma», gli ho sussurrato, allungando una mano per fermarlo. «Cè qualcuno dentro.»
Sul nostro divano color crema, quello dove guardiamo i film la sera, cerano due persone che non avevo mai visto: un uomo in tuta da casa con il telecomando in mano e accanto una donna robusta che lavorava a maglia. Sul tavolino cerano tazze, piatti sporchi e qualche scatola di medicine.
«Scusate, ma voi chi siete?» La mia voce era incerta.
Non si sono scomposti minimamente.
«Ah, siete tornati», ha detto la donna senza neanche smettere di sferruzzare. «Siamo parenti di Lidia. Ci ha dato lei le chiavi, ha detto che i proprietari erano via.»
Massimo è impallidito.
«Quale Lidia?»
«Tua madre», ha risposto luomo alzandosi. «Siamo di Avellino, siamo venuti per portare Michele a fare delle visite. Ha detto che ci ospitavate volentieri.»
Sono entrata lentamente in cucina. Cera un ragazzino di una quindicina danni che friggeva salsicce e il frigo pieno zeppo di roba loro. Sul tavolo un mucchio di piatti da lavare.
«E tu chi sei?» ho chiesto.
«Michele», si è girato. «Non si può mangiare? La nonna Lidia ci ha detto che potevamo.»
Sconvolta, sono tornata nellingresso, dove Massimo aveva già preso il telefono.
«Mamma, ma che hai combinato?» Il suo tono era basso ma tremava di rabbia.
Dallaltra parte, la voce squillante della suocera: «Massimino, già a casa? Comè andata in vacanza? Senti, ho dato le chiavi a Silvana e Vittorio, sono venuti da me a Roma, Michele doveva fare le visite. Pensavo, tanto non ci siete, la casa è vuota, che senso ha lasciarla così? Restano solo una settimana.»
«Mamma, e ci hai chiesto prima?»
«Ma che cera da chiedere? Non ceravate. E poi ditegli che puliscano tutto. Io garantisco.»
Le ho tolto il telefono di mano.
«Signora Lidia, ma siete davvero seria? Avete fatto entrare degli sconosciuti in casa nostra?»
«Quali sconosciuti? È mia cugina Silvana! Da bambine dormivamo insieme nello stesso letto.»
«E a me cosa importa dove avete dormito? Questa è casa mia!»
«Angela, non fare storie. È famiglia. Sono educati, non toccheranno niente, il ragazzino sta male. O cosa, sei tirchia?»
Massimo si è ripreso il telefono: «Mamma, hai unora. Vieni e li porti via. Tutti.»
«Massimo, ma restano solo fino a giovedì! Hanno già pagato la clinica, ho voluto aiutarli a risparmiare sullalbergo!»
«Mamma, unora. Se no chiamo i carabinieri.»
Ha chiuso la chiamata. Mi sono seduta sul pouf e mi sono coperta il volto con le mani. Le valigie ancora lì, senza essere toccate. Dal salotto veniva il rumore della televisione e dalla cucina il profumo della salsiccia fritta. Due ore prima, sullaereo, sognavamo il ritorno. Ora, mi sento unintrusa a casa mia.
«Ci scusiamo», è apparsa Silvana nel corridoio, tra colpevole e imbarazzata. «Lidia pensava non vi dispiacesse. Non avevamo il vostro telefono. Ci ha offerto lei, noi ci siamo fidati. Avevamo solo bisogno di appoggio qualche giorno per le visite di Michele.»
Massimo fissava il cortile. Aveva la schiena tutta tesa, il che, ormai lo so, succede quando è furioso con sua madre ma non sa come dimostrarlo.
«Dovè il nostro gatto?» mi è venuto in mente dimprovviso.
«Quale gatto?»
«Marsilio. Quello rosso. Gli abbiamo lasciato la casa apposta.»
«Boh», Silvana ha fatto spallucce. «Mai visto.»
Mi sono precipitata a cercarlo. Era rintanato sotto il letto in camera, nascosto in un angolo. Miagolava piano, il pelo tutto arruffato, sguardo terrorizzato. Ho provato a prenderlo: ha soffiato e rizzato le orecchie.
«Marsilio, amore, sono io. Va tutto bene.» Mi sono sdraiata sul parquet. Lui mi scrutava sospettoso. Laria puzzava di altro. Sul mio comodino medicine sconosciute, lenzuola rifatte in modo sbagliato, pantofole non nostre sul pavimento.
Massimo si è seduto accanto a me.
«Scusami.»
«Per cosa? Non sapevi niente.»
«Per mia madre. Per come è fatta.»
«Lei si crede sempre dalla parte della ragione.»
«Ha sempre fatto così», ha risposto amaro. «Ricordi quando ci siamo trasferiti e si presentava senza avvisare? Pensavo di averle spiegato che non si fa. Evidentemente no.»
Dallingresso sono arrivate delle voci. Lidia era arrivata. Mi sono alzata, mi sono sistemata i capelli ed ero pronta.
Lidia era lì, risentita: «Massimo, sei matto?»
«Mamma, siediti», lui ha indicato la cucina.
«Siediti cosa? Silvana, Vittorio, andate, ci mandano via. Venite da me!»
«Mamma, ti ho detto di sederti.»
Lidia finalmente ha visto il volto del figlio e ha taciuto. Siamo entrati in tre in cucina, Michele divorava le ultime salsicce.
«Mamma», Massimo lha fissata. «Spiegami come ti è venuto in mente di dare casa nostra senza chiedere.»
«Ma volevo solo aiutare! Silvana era disperata, Michele sta male, venivano a Roma e non sapevano dove andare. Ho pensato: la casa è vuota.»
«Mamma, questa non è casa tua.»
«Come no? Ho le chiavi.»
«Le chiavi per nutrire il gatto. Non per fare lalbergo.»
«Massimo, parla chiaro. Questa è famiglia! Silvana è mia sorella, Vittorio lavora sodo, Michele è malato. E tu li mandi via?»
Ho bevuto un bicchiere dacqua. Le mani mi tremavano.
«Signora Lidia, non ci ha chiesto il permesso.»
«Ma eravate via!»
«Proprio per questo doveva chiedere», Massimo alzava la voce. «Abbiamo i telefoni. Bastava una chiamata, un messaggio. Cercavi un accordo. Ne parlavamo.»
«E se vi avessi chiamato? Avreste detto di no?»
«Forse. O magari sì, ma ponendo delle condizioni. Ma almeno lo sapevamo. È rispetto.»
Lidia si è alzata: «Sempre così. Faccio tanto e invece mi attaccate. Silvana, preparati, ce ne andiamo.»
«Mamma, hai un bilocale. Non ci state in quattro.»
«Ci arrangiamo. Meglio che stare con chi è ingrato.»
Ho rimesso il bicchiere sul tavolo.
«Signora Lidia, abbia pazienza. Lei sapeva di sbagliare. Altrimenti ci avrebbe avvisato.»
Si è bloccata.
«Sapeva che eravamo contrari. Per questo ha aspettato di metterci davanti al fatto compiuto. Pensava: Tanto ormai sono qui, che possono fare?»
«Volevo solo aiutare.»
«No. Voleva decidere da sola. Sono due cose diverse.»
Per la prima volta Lidia sembrava smarrita.
«Silvana piangeva. Michele aveva dolori. Mi si è stretto il cuore.»
«Lo capisco», è intervenuto Massimo. «Ma non potevi decidere su qualcosa che non era tuo. Mamma, pensa se fossi andato io da te mentre eri assente, e avessi dato il tuo appartamento ai miei amici. Come avresti reagito?»
«Sarei stata furiosa.»
«Ecco.»
Abbiamo taciuto. Dal salotto si sentiva che raccoglievano le loro cose. Silvana piangeva in silenzio, Vittorio riempiva le borse. Michele ci fissava dalla porta, abbassando lo sguardo.
«Scusate», ha sussurrato il ragazzo. «Pensavo non ci fossero problemi. Lo ha detto la nonna.»
Lho guardato. Un ragazzino come tanti, con paura negli occhi. Non era certo colpa sua.
«Non preoccuparti, tu non centri», gli ho detto piano. «Aiuta i tuoi genitori.»
Lidia ha preso un fazzoletto fra le dita, si è asciugata il viso.
«Volevo solo fare bene. Non mi è nemmeno venuto in mente di chiedere. Siete i miei figli, ho sempre pensato a voi così, come bambini.»
«Non siamo bambini, mamma. Abbiamo più di trentanni. Facciamo la nostra vita.»
«Ho capito», si è alzata. «Volete indietro le chiavi?»
«Sì», ho annuito. «Mi spiace, ma ormai la fiducia…»
«Capisco.»
I parenti di Silvana hanno fatto i bagagli in fretta. Le scuse erano goffe e infinite. Lidia li ha portati via, promettendo che li avrebbe sistemati da lei. Massimo ha chiuso la porta e si è appoggiato, esausto.
Girovagando per casa, il letto da rifare, il frigo da vuotare, piatti e bicchieri da pulire. Ovunque segni del passaggio di altri: oggetti spostati, le loro ciabatte, resti di pranzo. Marsilio era ancora sotto il letto che non voleva uscire.
«Secondo te ha capito?» ho chiesto a Massimo aprendo la finestra della cucina.
«Non lo so. Voglio sperare.»
«E se non lha capita?»
«Saremo più rigidi. Non le darò mai più le chiavi.»
Lho abbracciato forte. Eravamo nel nostro caos dentro casa nostra.
«Sai cosa fa più male?» mi sono staccata. «Il gatto. Tutto questo per lui, eppure è rimasto qui chiuso, affamato e spaventato con tutto questo trambusto.»
«Secondo te, lo avranno nutrito?»
«A vederlo direi di no. La ciotola era vuota e lacqua lurida. Credo proprio di no.»
Massimo si è inginocchiato: «Marsilio, perdonaci. Dora in poi, le chiavi restano con noi.»
Il gatto si è avvicinato, con diffidenza si è strofinato alle sue gambe. Gli ho portato una scatoletta, lha divorata come non mangiava da una settimana.
Abbiamo cominciato a pulire. Buttato il loro cibo, cambiato le lenzuola, lavato piatti e bicchieri. Marsilio, sazio, si è acciambellato sul davanzale addormentandosi. La casa riprendeva piano piano il suo odore.
La sera ha chiamato Lidia, voce bassa, quasi contrita:
«Massimo, ci ho pensato. Avevi ragione. Scusami.»
«Grazie, mamma.»
«Angela ce lha con me?»
Massimo mi ha guardata, ho annuito di sì.
«Un po, mamma, ma passerà. Col tempo.»
Siamo rimasti a lungo in cucina, a bere tè in silenzio. Fuori si faceva buio. Finalmente, la nostra casa era di nuovo solo nostra. In un attimo la vacanza era finita, e anche se amareggiati, sentivamo di essere a casa.






