– Ma come sarebbe che non vuoi occuparti del figlio di mio figlio? non riuscì a trattenersi la suocera.
– Innanzitutto non giro certo il naso davanti a Riccardino. Vorrei solo ricordare che in questa casa sono proprio io, ogni sera dopo il lavoro, da brava moglie e madre, a farmi un secondo turno fra cucina, bucato e pulizie.
Posso dare una mano o qualche suggerimento, ma non intendo caricarmi sulle spalle tutte le responsabilità genitoriali.
– Che vuol dire che non intendi farlo? Allora è così che sei, ipocrita!
– Dai, smettila, Rita. Che senso ha lavorare se poi non ti pagano? come sempre, Simonetta durante la rimpatriata degli ex compagni non aveva perso l’abitudine di criticare tutto e tutti.
Ma ormai quei tempi in cui Rita non sapeva cosa rispondere erano finiti. Adesso aveva sempre la battuta pronta e quelloccasione non se la sarebbe fatta sfuggire per rimettere Simonetta al suo posto.
– Se ti capita di domandarti come sbarcare il lunario non significa che tutti abbiano i tuoi stessi problemi rispose con unalzata di spalle. Dal papà ho ereditato due appartamenti a Milano.
Uno era suo, ci vivevamo prima che lui e mamma divorziassero. Laltro era dei nonni, passato prima a papà e poi a me.
E gli affitti lì, capite bene, non sono certo da queste parti: mi basta per vivere e togliermi qualche sfizio, quindi posso permettermi di scegliere un lavoro che mi piaccia e non purché paghi.
Dopotutto è per questo che tu hai lasciato la medicina per fare la commessa?
Questa, in realtà, doveva restare una confidenza. Rita si era ripromessa di non farla trapelare.
Ma se davvero Simonetta voleva tener nascosto il fatto, avrebbe dovuto pensarci due volte prima di insultare Rita davanti a tutti.
Pensava davvero che le sarebbe passato tutto liscio? Se sì, la poco sveglia non era certo Rita.
– Commessa, sul serio?
– Ma avevi promesso di non dirlo a nessuno! strillò Simonetta ferita.
Allistante afferrò la sua borsa e si precipitò fuori dal ristorante, trattenendo a stento le lacrime.
– Se lè cercata, commentò Andrea dopo un attimo di silenzio.
– Appunto. Aveva proprio stufato. Ma chi lha invitata? domandò Tania.
– Ho invitato tutti io, si scusò Anna, lex capoclasse e ora organizzatrice delle serate. Sì, ricordo che Simonetta a scuola non era il massimo, ma le persone cambiano… almeno così si dice. Alcune.
– Ma non sempre, scrollò le spalle Rita.
Risero tutti. Poi iniziarono a tempestare Rita di domande sul suo lavoro.
La loro curiosità era sincera (nessuna offesa per le sue scelte o intelligenza); era comprensibile, dopotutto pochi si trovano in quel campo e nessuno se lo augurerebbe nemmeno al peggior nemico.
Rita cominciò a sfatare uno dopo laltro tutti i falsi miti parlando con i vecchi amici.
– Ma che senso ha curarli se tanto non serve? chiese uno degli ex compagni.
– E chi lha detto che non serve? Per esempio, seguo un bimbo di cinque anni. Durante il parto qualcosa è andato storto, unipossia, e ora ha un ritardo cognitivo.
Il bello è che il suo quadro è più favorevole di quanto pensaste: ha cominciato a parlare verso i tre anni, e ora i suoi sono impegnati tra logopedista e neuropsichiatra infantile.
Ma ci sono ottime possibilità che il piccolo possa frequentare la scuola normale e crescere sereno, senza grandi handicap.
E se non se ne fossero occupati? Andava tutto molto peggio.
– Insomma, non dovendo rincorrere leuro, lavori in un campo socialmente utile, concluse Valerio.
Così la conversazione scivolò sulle vite e le famiglie degli altri ex compagni.
Rita però cominciò a sentirsi osservata, anche se archiviò quella sensazione come semplice paranoia. Poi capitò di nuovo: si sentì addosso uno sguardo e, quando si voltò, nessuno la stava fissando. In fondo, tra tutti quei clienti, nessuno poteva conoscerla davvero.
Così si godette la compagnia degli amici dellinfanzia, dimenticando quello strano senso di disagio.
Passò una settimana dallincontro tra ex compagni.
Una mattina presto, mentre scendeva in cortile per andare al lavoro, Rita vide che la sua auto era intrappolata dal parcheggio di un altro.
Chiamò il numero segnato sulla macchina: un giovane le rispose inondata di scuse e le promise che sarebbe sceso subito a spostarla.
– Mi perdoni, disse, arrivando trafelato ma sono venuto per affari e non cera davvero posto. Io sono Massimo.
– Rita, si presentò lei. In Massimo cera qualcosa di rassicurante.
Il modo in cui si muoveva, si vestiva, perfino il suo profumo la colpì tanto che accettò senza indugio un invito a cena.
Poi un altro, e dopo tre mesi, non riusciva più a immaginare la sua vita senza Massimo.
Anche la madre di lui e il figlio dal primo matrimonio accolsero Rita come una di famiglia.
Il bambino aveva delle difficoltà, ma Rita, grazie al suo lavoro, trovò subito la chiave per comunicare con Riccardo.
Suggerì anche a Massimo alcune tecniche per aiutare il figlio a inserirsi meglio.
Dopo un anno andarono a convivere. Più precisamente, fu Rita a trasferirsi nellappartamento di Massimo e Riccardo.
Il suo piccolo bilocale lo affittava abitualmente tramite la stessa agenzia che seguiva gli immobili ereditati a Milano. Lei, con la valigia in mano, andò a vivere con il futuro marito e suo figlio.
Fu allora che cominciarono i primi segnali preoccupanti.
All’inizio si trattava di piccole cose aiuta Riccardo a prepararsi, o sta con lui mezzoretta mentre vado a fare la spesa.
Fino a lì, Rita aiutava volentieri: aveva un buon rapporto con il bambino e non aveva altri impegni in quel momento.
Le richieste però divennero via via più pesanti.
Così un giorno Rita affrontò Massimo: il figlio era suo e toccava soprattutto a lui occuparsene.
Lei era sempre disponibile a dare una mano, ma non voleva caricarsi di più di una piccola parte della cura di Riccardo: aveva già a che fare ogni giorno con casi simili per lavoro.
Massimo sembrò capire, ma poco prima delle nozze lui e sua madre presero a discutere pubblicamente il programma di riabilitazione del bambino, come se dovesse occuparsene Rita, nei suoi ritagli di tempo.
– Alt, basta così, li fermò subito lei. Massimo, tra noi cera un accordo: tu ti occupi di tuo figlio.
Non ti chiedo di andare a pulire da mia madre, farle lavori in casa o risolverle i problemi, vero? A ognuno le proprie cose!
– Ma che paragone fai? sbottò la futura suocera. Una madre è una madre, una donna adulta che vive da sola è un conto. Un bambino è tutta unaltra cosa.
Oppure pensi che dopo il matrimonio continuerai a rifilare Riccardino e noi dovremmo accettarlo senza batter ciglio?
– Io non giro certo il naso davanti a lui. In questa casa, dopo il lavoro da brava donna di casa porto avanti la cucina, il bucato, le pulizie.
Ma cè un limite: la riabilitazione di Riccardo deve restare un compito di Massimo, perché è suo figlio. Io posso aiutare e consigliare, ma non mi faccio carico di tutto.
– Quindi proprio non vuoi occupartene? Bella coerenza, davvero! Tanto brava a raccontare dei tuoi successi lavorativi agli amici, ma quando cè da occuparsi concretamente di un bambino, sparisci!
– Ma di cosa state parlando? non capiva Rita.
Poi ricordò un dettaglio: la madre di Massimo faceva la lavapiatti in quel ristorante dove si era svolta la rimpatriata.
Tutto tornava.
Allora era tutto organizzato apposta per rifilarmi la responsabilità di vostro figlio?
– Pensavi davvero che fossi entusiasta di mettermi con una come te? sbottò Massimo. Se non fosse per Riccardo e il tuo lavoro, non ti avrei mai degnata di uno sguardo…
– E allora non guardarmi più, disse Rita, sfilandosi lanello e lanciandolo addosso allormai ex fidanzato.
– Te ne pentirai, minacciarono lui e sua madre. Un vero uomo non vuole una donna senza futuro né soldi.
– Ho due appartamenti a Milano, quindi i soldi non mi mancano, replicò Rita, colpendo nel segno.
Si lasciò scorrere addosso lo stupore sui loro volti e si mise a preparare le valigie.
Ovviamente partirono subito tentativi di riconciliazione, promesse che Massimo avrebbe badato lui a Riccardo, che non avrebbe parlato più così, che il lavoro lo aveva stressato, che lamava, che non avrebbe mai più fatto una cosa simile.
Ma Rita, non essendo ingenua, a queste promesse non credette. Ironizzò solo: Hai perso il topo, Massimo, e non mi pare che sia io quella che deve rimpiangere qualcosa.
Poi con gli ex compagni ci rise su.
E ancora oggi Rita nutre la speranza di incontrare qualcuno che la ami, non per i soldi o per le sue competenze, ma per la donna che è.
Nel frattempo, le bastano il suo lavoro, gli amici e, perché no, magari un gatto: almeno lui, a differenza di certi uomini, si lascia educare.






