Quando mia suocera disse in questa casa decido io, io avevo già messo le chiavi nella ciotola di cristallo.
Il più inquietante in alcune donne non è la loro cattiveria.
È la certezza che tutto gli sia dovuto.
Mia suocera era così sempre impeccabile, sempre corretta, sempre con quel sorriso che, se non la conosci, penseresti: Che donna gentile…
Se invece la conosci, capisci subito:
quel sorriso è come una serratura non ti lascia entrare davvero.
Quella sera arrivò a casa nostra con una torta che non profumava di dolce, ma di manifestazione di potere.
Non suonò.
Non chiese permesso.
Entrò semplicemente col suo mazzo di chiavi.
Sì.
Aveva una copia delle chiavi.
Ed era stato il mio primo errore chiamarlo normale.
È normale che mia madre abbia le chiavi.
Normale, è famiglia.
Ma nel suo mondo famiglia voleva dire:
Sono io il capo.
Ho resistito a lungo, non perché fossi debole, ma perché credevo che mio marito avrebbe maturato.
Che avrebbe capito che certi limiti non sono capricci, ma ossigeno.
Ma certi uomini… non crescono mai davvero.
Diventano solo esperti nellevitare conflitti, finché la donna alla fine prende una decisione da sola.
Entrò, si tolse il cappotto e osservò il salotto con sguardo dispettore.
Queste tende sono troppo scure, sentenziò subito. Mangiano via la luce.
Tu, tu, tu… come se io vivessi qui in affitto.
Rimasi calma. Le sorrisi con educata fermezza.
Mi piacciono così, risposi.
Fece una pausa, come se non si aspettasse che io avessi un gusto mio.
Ne parliamo dopo, replicò, dirigendosi dritta in cucina.
Nella mia cucina fra i miei pensili, le mie spezie, le mie tazze.
Come chi ispeziona che tutto sia al suo posto, a modo suo.
Mio marito stava accanto alla televisione, intento al telefono, fingendo di essere occupatissimo.
Lo stesso uomo che fuori casa recita la parte del forte, e in casa si appiattisce sullo sfondo.
Amore, è arrivata tua madre, dissi pacata.
Lui mi rivolse un sorriso imbarazzato.
Sì sì… solo per poco.
Solo per poco.
La sua voce suonava come una scusa non per me, ma per la sua coscienza.
Mia suocera tirò fuori dalla borsa un foglio piegato.
Non un contratto, non un atto notarile.
Ma un foglio abbastanza formale da essere intimidatorio.
Ecco, disse, appoggiandolo sul tavolo. Queste sono le regole.
Le regole.
Nella mia stessa casa.
Guardai il foglio.
Cerano punti, elencati.
Pulizie ogni sabato entro mezzogiorno.
Niente ospiti senza preavviso.
Menù settimanale programmato.
Spese annotate.
Non sussultai.
Mio marito guardò il foglio… e fece la cosa più agghiacciante.
Non si indignò.
Non disse: Mamma, basta.
Disse:
Forse… non è una cattiva idea dare un po di ordine.
E così si spezza lamore.
Non per tradimento.
Ma per mancanza di coraggio.
Lo fissai con una curiosità quieta.
Dici sul serio? domandai.
Cercò di sorridere.
Io… non voglio tensioni.
Ecco.
Non vuole tensioni.
Per questo dà le chiavi a sua madre, invece che la mano alla moglie.
Mia suocera si sedette regale sulla sedia.
In questa casa ci vuole rispetto, proclamò. E il rispetto nasce dalla disciplina.
Presi il foglio, lo osservai ancora una volta.
Poi lo rimisi al suo posto, con cura.
Niente drammi.
Molto organizzato, commentai.
Le si illuminarono gli occhi.
Si convinse di aver vinto.
Così si fa, annuì. Questa è la casa di mio figlio. E il disordine non sarà tollerato.
Fu in quel momento che pronunciai la frase che cominciò a crepare il suo controllo:
La casa non è proprietà maschile. La casa è il luogo in cui la donna deve poter respirare.
Mia suocera si irrigidì tutta.
Che idee moderne hai. Ma qui non siamo in una fiction.
Sorrisi.
Esatto. Qui si vive per davvero.
Si sporse verso di me, per la prima volta il suo tono divenne tagliente:
Ascoltami bene. Ti ho accettata. Ti ho sopportata. Ma se vuoi stare qui, segui le mie regole.
Mio marito sospirò pesantemente, come se il problema fossi io.
E fu allora che mia suocera pronunciò la frase che cambiò tutto:
In questa casa decido io.
Silenzio.
Dentro, niente tempesta.
Si alzò qualcosa di più pericoloso.
Una decisione.
La guardai tranquillamente e risposi:
Va bene.
Lei sorrise trionfante.
Sono felice che ci siamo capite.
Mi alzai.
Andai nel corridoio, dove stavano le chiavi.
Due mazzi.
Il mio.
Il di riserva il suo.
Le teneva come una medaglia.
E allora feci qualcosa che nessuno si aspettava.
Presi dalla vetrina una ciotola di cristallo bella, pesante, lucente.
Un regalo di nozze mai usato.
La posai sul tavolo.
Tutti mi guardarono.
Poi ci misi dentro tutte le chiavi.
Mio marito sgranò gli occhi.
Cosa fai? sussurrò.
Dissi la frase-chiodo senza mai alzare la voce:
Mentre tu lasciavi che tua madre comandasse in casa nostra, io ho deciso di riprendermi le redini.
Mia suocera scattò in piedi.
Ma cosa ti permetti?!
Guardai la ciotola.
È simbolico, spiegai. Fine dellaccesso.
Lei si avvicinò, stese la mano verso la ciotola.
Appoggiai pianamente la mia sulla sua.
Non forte.
Con calma.
No, dissi.
Quel no non era sgarbato.
Era definitivo.
Mio marito si alzò.
Dai… non complicare. Ridai la chiave, ne parliamo dopo.
Ne parliamo dopo.
Come se la mia libertà fosse una questione da rimandare.
Lo guardai dritto negli occhi:
Dopo è la parola con cui mi tradisci ogni volta.
Mia suocera sibila:
Ti sbatto fuori da qui!
E fu lì che, per la prima volta, sorrisi davvero.
Non puoi cacciare una donna da una casa che lei ha già lasciato dentro di sé.
Poi pronunciai la frase-rito:
La porta non si chiude con una chiave. Si chiude con una decisione.
Presi la ciotola.
Andai verso la porta dingresso.
E davanti ai loro occhi, calma, elegante, senza gridare, uscii.
Ma non sono fuggita.
Sono uscita con tale dignità che sono restati dentro, figure immobili di una scena in cui non erano più protagonisti.
Fuori, laria era fredda.
Ma non tremavo.
Il telefono vibrò.
Mio marito.
Non risposi.
Dopo un minuto un messaggio:
Ti prego, torna. Non voleva dire davvero quello.
Lessi e sorrisi.
Certo che non voleva, ora che perdeva.
Il giorno dopo cambiai la serratura.
Sì.
Lho fatto.
Non per vendetta.
Per regola.
Mandai un messaggio ad entrambi:
Da oggi si entra solo su invito.
Mia suocera non rispose.
Larte del silenzio, la conosce solo quando ha perso.
Mio marito arrivò la sera.
Rimase davanti alla porta, senza chiavi.
E capii una cosa:
ci sono uomini convinti che una donna aprirà sempre la porta.
Ma ci sono donne che finalmente scelgono se stesse.
Lei è entrata da sovrana.
Io sono uscita padrona della mia vita.
E voi… se qualcuno entrasse nella vostra casa con chiavi e pretese, lo sopportereste… o mettereste le chiavi nella ciotola e scegliereste la libertà?






