Nel sogno, sulle rive ondeggianti dellArno, il mio compleanno si srotolava come uno spettacolo irreale in un piccolo salone di Firenze. I lampadari lanciavano petali di luce sulle tavole, le candele tremolavano e la musica, una nenia di violino quasi liquida, mi avvolgeva come una sciarpa setosa. Attorno a me, parenti e poche amiche: Isabella dai capelli scuri come lespresso, Ginevra con la sua risata di campane lontane, e ovviamente lui: Riccardo, mio marito, con quello sguardo da statua fiorentina che tutte notavano.
«Che fortuna, Martina che uomo hai accanto», dicevano le voci, come echi nella bottiglia di vino rosso che si riempiva da sola. Io sorridevo soltanto, sapendo che dietro il sorriso si celava il segreto pungente del ghiaccio che ormai abitava il nostro palazzo. Niente urla no non era mai stato brusco. Anzi, il suo distacco lo sentivo più profondo proprio perché non aveva errori rumorosi da offrirmi come prova. Svaniva e basta: nelle sue stanze, nei riflessi del telefonino, nellodore di qualcuno che non ero io.
Ogni mercoledì, Riccardo si dissolveva nelle tenebre dorate della città, tornando tardi, con una fragranza nuova sulla pelle e una piega diversa sulla bocca. Non chiedevo, io. Le donne non chiedono se non vogliono sentirsi supplicanti. Preferivo osservare, silenziosa come i cipressi tra le rovine.
Poi venne la settimana prima del mio compleanno, impilata tra sogno e realtà: il suo telefono lampeggiava come una lucciola impazzita sul tavolo di marmo. Un messaggio sospeso, misterioso. Non sono mai stata una donna invadente, io. Eppure, quella sera di silenzio quasi metafisico, una voce mi sussurrò allorecchio come un vecchio proverbio toscano: “Guarda. Non per catturare, ma per liberarti.”
Sullo schermo, poche parole. «Mercoledì, al solito posto. Voglio che tu sia solo mia.»
Solo mia. Mi aspettavo che queste parole squarciassero il cuore, invece lo mettevano in ordine, come una vecchia zia sistemerebbe i vasi sul terrazzo. Il mio cuore tacque, limpido, e capii: non avevo più un marito; solo un uomo seduto alla mia tavola.
Così, dentro il sogno, senza lacrime né gesti teatrali, cominciai a danzare coi miei pensieri: nessuna scena notturna, nessuna chiamata segreta, nessuna lettera anonima. Soltanto un piano, breve e sottile come una striscia di pasta fresca stesa sulla spianatoia.
Il giorno del mio compleanno, il salone era già pieno di risate ovattate, di bottiglie di Chianti che si riempivano e si svuotavano. Lui, Riccardo, più dolce del solito, con un mazzo monumentale di peonie tra le mani, mi chiamava amore mio davanti a tutti, seminando pietre preziose di perfezione mentre sotto la superficie si stendeva la sua ombra lunga dinganno. Indossavo un abito blu notte, semplice come la luna nuova sopra il Lungarno. I miei capelli cadevano sulla spalla come una carezza appena sognata.
Mi volevo ricordare così: fiera, composta, mai implorante. Una donna che esce con eleganza dalla menzogna.
Quando la torta arrivò, grande e bianca, con sottili filetti dorati e piccole gemme di crema come violette di Parma, le candele tremolarono come occhi curiosi. Le amiche intonavano Tanti auguri, Martina! e Riccardo si avvicinò per baciarmi sulla guancia mai sulle labbra. Mi scostai appena, come in un valzer rallentato di sogno.
Presi il microfono. Vi ringrazio di essere qui con me, dissi, la mia voce rimbalzava sui muri di pietra. Non ho bisogno di troppe parole, vorrei solo parlare damore.
Tutti sorridevano, aspettando parole zuccherate. Lui mi guardava come si guarda un trofeo. Ma io lo guardai come si guarda uno sconosciuto in uno specchio. Lamore non è condividere una casa grande. Lamore è essere onesti, anche quando nessuno guarda
Qualcuno si mosse nervoso, forse unombra dietro le tende. E poiché oggi è il mio giorno sorridevo appena, come la Gioconda mi faccio un regalo: la verità.
Il silenzio si fece di vetro. Sotto il tavolo tirai fuori una piccola scatola nera, opaca e semplice. La posai davanti a Riccardo.
Lui la toccò con dita poco sicure. Che cosè questa?
Aprila, dissi, con la dolcezza di una madre che invita il bambino a guardare fuori dalla finestra.
Adesso? Davanti a tutti?
Sì. Proprio adesso.
Nessuno respirava. Dentro la scatola, una chiavetta USB e un biglietto piegato. Lui lesse la prima riga e la sua maschera si sciolse come gelato al sole di maggio. Ma non ci fu panico solo lo svelarsi del volto vero.
Mi rivolsi agli ospiti: Non abbiate timore, non è uno scandalo. È semplicemente il mio punto finale. Poi a lui: Mercoledì. Il solito posto. Solo mia.
Dietro di me cadde un calice; non per errore, ma dallo shock. Lui tentò di parlare. Ti prego
Alzai la mano, eterea: No. Non qui. Hai scelto di essere perfetto qui dentro, ora la perfezione mostra la sua ombra. Lascia che tutti vedano.
Cercava di tenere saldo il suo castello di carte, ma io gli prendevo il controllo, il suo giocattolo preferito.
Non urlerò, dissi lieve. Non piangerò. È il mio compleanno, e voglio regalarmi la dignità. Posai il microfono: Grazie di avermi fatto da testimoni. Certe verità hanno bisogno di pubblico, per uscire dalla menzogna.
Presi la mia pochette di pelle lucida come una notte di pioggia, attraversai la sala che ora sembrava una stazione di treni silenziosi, uscii tra la folla di sguardi increduli.
Fuori, laria profumava di vero e di gelido come una notte dinverno sui colli di Fiesole. Non ero distrutta. Ero libera.
Davanti al portone, posai la borsa sul cuore e sentii cadere la pietra che non volevo più portare. Per la prima volta dopo tanto tempo, sapevo che il mattino non mi avrebbe chiesto: Mi ama, ancora? perché lamore si mostra nei gesti, non nelle domande.
Quando lazione è menzogna, una donna non deve mai dimostrare di meritare la verità.
Deve solo andare. Con eleganza.
E tu, come avresti fatto in una Firenze che è sogno? Avresti nascosto la ferita tra le lenzuola di lino, o avresti portato la verità alla luce come una statua grezza che chiede la carezza del sole?






