Ho dato alla luce una terna di gemelli, ma mio marito ha avuto paura e se n’è andato – nemmeno in ospedale è venuto a trovarmi.

Ho appena partorito dei terzini, e mio marito si spaventa e scappa non è neanche venuto a trovarmi in maternità.

Terzini?! Ma sei una vera eroina, Valentina Bianchi! E tutti sono sani un maschietto e due bambine! Che miracolo!

Sono solo una mamma, sorrido tra la nebbia della stanchezza, cercando di comprendere tutto quello che è accaduto nelle ultime diciotto ore.

È davvero un miracolo, ma anche una fonte dansia. I primi giorni in reparto scorrono come un sogno, tra lesaurimento fisico e una gioia infinita.

Sono su un letto dospedale rigido, cercando di riprendermi dopo un travaglio duro, e immagino Alessandro che vedrà per la prima volta i nostri piccoli.

Nella mia testa Lorenzo ha già i suoi occhi, le bambine sono scure come me. I medici promettono di consegnarci i neonati non appena terminano le procedure.

Aspetto Alessandro il giorno dopo, ma non appare. Ricevo una telefonata dal postino: Devo lasciarti un biglietto forse non è stato consegnato? Forse è ancora nei campi di agricoltura, a controllare le parcelle.

Il terzo giorno mi arrivano una caraffa di marmellata, dei formaggini e dei pannolini puliti. Ma è una consegna di una vicina, non sua.

Su un foglio di carta cè scritto: «Alessio è di nuovo fuori, Val. Pensiamo che il nonno Gregorio ti venga a prendere. Non ti preoccupare, ti daremo una spalla». Firmato: Tania, Vera, Zoe.

Le mie mani si raffreddano allimprovviso, un terrore appiccicoso scivola sotto la pelle.

Cinque giorni fa ero una semplice donna di campagna che aspettava il primo figlio, ora sono madre di tre piccoli che il loro padre non vuole nemmeno vedere. Il senso di tradimento stringe il petto.

Un rumore di passi pesanti proviene dal corridoio.

Valentina, compare linfermiera, è venuto a prenderti il nonno Gregorio. Dice che è arrivato con la slitta! Sta aspettando davanti allingresso secondario, vicino alla mensa.

Linfermiera mi aiuta a raccogliere le cose, a vestire i neonati. Le sue mani sono rapide, sicure, piene di esperienza, avvolgono delicatamente i miei piccoli nelle coperte.

Tieni, mi porge un fagotto. È la tua figlia più grande.

Prendo in braccio Alessia, il nome che ho scelto per la più silenziosa dei tre. Lostetrica dice che è venuta al mondo due minuti prima della sorella.

La seconda bambina la chiamo Vittoria, con la speranza che possa resistere a tutto. Il maschietto è Lorenzo, in onore del mio nonno.

Usciamo sul portico. Cammino con cautela, ogni passo è un dolore sordo.

Il nonno Gregorio sta accanto a una vecchia slitta trainata da una cavalla stanca. Ci vede e lancia una manciata di neve nellaria.

Allora, mamma? Partiamo, dice, prendendo delicatamente le mani dellinfermiera e sistemando gli altri due neonati nelle coperte pronte. Ce la facciamo.

Il viaggio è silenzioso. La neve si addensa, ma la strada verso il paese è battuta, e il carro scivola piano tra i cumuli.

Gregorio tira leggermente le redini, brontolando fra sé. Passiamo i campi del collettivo, la pineta, attraversiamo un ponte, e finalmente intravedo da lontano il tetto della nostra casa.

Tieni duro ancora un attimo, brontola il nonno, aiutandomi a scendere.

I bambini rimangono nel carro, e temo anche solo per un attimo allontanarmi. Devo aprire la porta, accendere il fuoco.

Gregorio solleva le culle, le mie mani tremano per la stanchezza e lansia. È il primo a entrare, io lo seguo. E mi fermo al centro della stanza.

Al centro cè Alessandro, circondato da una valigia aperta, vestiti sparsi. Solleva lo sguardo, mi guarda come se fossi unestranea.

Che fai? la mia voce è rauca, non risponde a me.

Non ero pronto. Non mi aspettavo dei terzini, la sua occhiata scivola via. Ce la farai da sola. Scusa.

Il nonno Gregorio posiziona le culle vicino al focolare. Vedo le vene del suo collo gonfie di sangue.

Sei impazzito, Alessandro? Lasci i tre bambini e la moglie? la sua voce rimbomba come un tuono.

Non ti immischiare, vecchio! sbuffa Alessandro, tornando a sistemare le sue cose.

Non hai coscienza! il nonno lo afferra al braccio, ma lui si libera, chiude la valigia.

Alessandro, faccio un passo avanti. Guardali almeno un attimo

Lui lancia unocchiata alle culle, poi silenzioso si dirige verso la porta. Oltrepassa la soglia, attraversa il cortile, esce dalla porta di casa e scompare nella bufera, come se non fosse mai stato qui.

Cado a terra, sento dentro di me spegnersi qualcosa. Respiro, ma dentro cè un vuoto.

Il primo anno è una prova dura, più di quanto si possa desiderare anche a un nemico.

Ogni giorno mi alzo allalba e non mi corico prima di mezzanotte. Pannolini, body, biberon, tettarelle. La vita diventa un cerchio infinito di cure. Nutri uno, laltro piange

Rimettere in ordine i tre è un ritorno allinizio. La pelle delle mani si screpola per il lavaggio continuo, le dita sono coperte di vesciche per il continuo torcere i pannolini bagnati.

Sopravviviamo grazie a un miracolo. Ogni mattina appare qualcosa di nuovo sul davanzale: una brocca di latte, una bustina di cereali, un faglio di legna. Gli abitanti del villaggio aiutano in silenzio, senza parole.

Di solito viene Tania. Mi lava i neonati, mi insegna a preparare il latte artificiale quando il mio nonno non è più capace.

Resisti, Valentina, dice, avvolgendo Lorenzo con maestria. Qui al paese nessuno ti abbandona. E quel tuo Alessandro è solo un idiota. Tu sei fortunata, Dio ti ha benedetta con questi bambini.

Il nonno Gregorio passa ogni sera, controlla che il fuoco sia acceso, che il tetto non perda.

Una volta porta con sé alcuni uomini: riparano il capannone, sostituiscono le tavole marce, chiudono le finestre.

Quando arrivano i primi ghiacci, Vera porta calzini di lana piccolissimi, tre paia per ogni misura. I bambini crescono non a giorni, ma a ore, nonostante il cibo scarso e le difficoltà della vita.

Con larrivo della primavera i bimbi cominciano a sorridere. Alessia è equilibrata, anche da neonata osserva il mondo come se già lo comprendesse.

Vittoria è invece chiassosa, sempre a piangere forte. Lorenzo è curioso e intraprendente: appena riesce a girarsi, inizia a esplorare tutto intorno.

quellestate imparo a vivere di nuovo. Leggo una carrozzina sulla schiena, metto gli altri due bambini in un carretto artigianale e vado al campo. Lavoro tra una poppata e laltra, tra i lavaggi, tra brevi sonnellini.

Alessandro non appare più. Solo di tanto in tanto sento dire che lhanno visto in un villaggio vicino: gonfio, incolto, con lo sguardo annebbiato.

Non lo odio più. Non ho più forze per lottare contro di lui. Lunica cosa che mi resta è lamore per i miei figli e la lotta per ogni nuovo giorno.

Entro la quinta invernia la vita comincia a prendere forma. I bambini crescono, diventano più autonomi.

Si aiutano a vicenda, giocano insieme, e poi vanno allasilo. Io trovo lavoro nella biblioteca del paese, anche solo parttime. Ogni sera porto a casa libri e li leggo ai piccoli prima di dormire.

Linverno arriva un nuovo fabbro, Andrea. Un uomo alto, con la barba argentata, rughe attorno agli occhi. Sembra quasi quaranta, ma è così agile da sembrare più giovane. Entra per la prima volta in biblioteca a febbraio, quando fuori imperversa una tempesta di neve.

Buongiorno, dice con voce rauca. Cè qualcosa di interessante da leggere la sera? Forse Dumas?

Gli porgo un volume logoro dei Tre Moschettieri. Lui ringrazia e se ne va. Il giorno dopo ritorna con un giocattolo di legno in mano.

È per i vostri piccoli, dice, porgendomi un cavallino intagliato. Ho la mano per il legno.

Da allora viene spesso: cambia i libri, porta nuovi giochi.

Lorenzo lo accoglie subito, corre verso di lui, gli afferra la mano, vuole i tesori. Le bambine sono più caute, ma presto si avvicinano anche loro.

A aprile, quando la neve si scioglie, Andrea porta un sacco di patate.

Sono per voi, dice semplicemente. Una buona varietà, pronta per la semina.

Mi sento un po a disagio, abituata a non ricevere aiuti da uomini dopo Alessandro.

Grazie, ma ci la gestiamo da sole dico.

Lo so, risponde. Tutti sanno quanto siete forti. Ma a volte accettare un aiuto è anche forza.

In quel momento Lorenzo sbuca dalla stalla con un bastone in mano:

Zio Andrea! Guarda, che spada! La facciamo vera?

Certo! sorride Andrea, sedendosi accanto a lui. E per le tue sorelle ne faremo qualcosa di bello.

Corrono verso il capannone, parlando dei progetti futuri. Io li osservo e, per la prima volta da molto tempo, sento il calore nascere nel cuore.

In estate Andrea torna ancora più spesso. Aiuta al campo, ripara il recinto, passa tempo con i bambini.

Alessia e Vittoria non trattengono più il loro silenzio timido: condividono con lui i loro segreti. Con lui mi sento tranquilla, senza affanni né parole inutili.

A settembre, quando i bambini dormono, siamo sul portico. Sopra di noi il cielo stellato, in lontananza si sente il guaito dei cani.

Valentina, dice Andrea, lasciami stare accanto a te non solo come ospite. Ti voglio bene come se fossi della mia famiglia.

Nei suoi occhi cè sincerità, nessun dubbio.

Io resto in silenzio, a guardare le stelle. A volte il destino toglie per restituire molto di più. Basta solo attendere.

Quindici anni sono passati da quando i piccoli sono nati, sembrano un attimo. Il nostro cortile è cambiato: una recinzione solida, un nuovo tetto, un capannone robusto con la stalla. Andrea ha costruito una veranda con grandi finestre.

Ora ogni sera ci ritroviamo lì, tutti insieme. Lorenzo, ora un adolescente alto, ha superato Andrea. Le sue mani sono coperte di calli, ha passato lestate nella fucina.

Alessia si prepara per liscrizione alluniversità di educazione, Vittoria è creativa, riempie i quaderni di poesie.

Io lavoro a tempo pieno in biblioteca. I bambini mi chiamano Signora Valentina Bianchi.

Talvolta sostituisco gli insegnanti, conduco lezioni di letteratura, condivido riflessioni sulla vita, sul coraggio, sulla forza dello spirito.

Andrea è ora un artigiano completo. Ha aperto unofficina dove ripara di tutto: serrature, motori, cose varie.

Lorenzo passa ore al suo fianco, impara i mestieri. Lo chiama papà, le sorelle lo chiamano nostro.

Il giorno della laurea di Vittoria, mentre torniamo a casa, qualcuno ci chiama. Giriamo la testa.

Lì, davanti al cancello della scuola, cè Alessandro. Rugoso, stanco, nella giacca logora. Fa qualche passo.

Andrea, aiutami. Anche una decina

Mamma, chi è quello? chiede Lorenzo, corrugando le sopracciglia.

Il cuore si spezza. Il figlio non riconosce il padre.

Alessia avanza verso di me, come uno scudo. Vittoria stringe Andrea.

Aspetta un attimo, dice Andrea, tirando fuori una banconota da dieci euro.

Alessandro fissa i bambini, forse cerca un volto familiare. Ma ormai non cè più nulla di suo. Sono diventati i nostri.

Vostri? chiede, incerto.

I nostri, risponde fermamente Andrea.

Alessandro prende i soldi, si gira e se ne va. Nessuna parola, nessuno sguardo indietro.

Mamma, chi era? chiede Vittoria quando rientriamo nel cortile.

Lo conoscevo una volta, rispondo a bassa voce, chiudendo il portone. Molto tempo fa.

Quella sera tutto è come al solito. Risate, storie, calore. E la pace che arriva dopo una lunga lotta.

Quando i bambini dormono, io e Andrea ci sediamo sulla veranda. Le sue mani stringono le mie.

A cosa pensi, Valentina?

Alla vita. Che non ogni caduta è la fine. Spesso è solo un nuovo inizio.

E so che tutto quello che è accaduto non è stato vano. Ora ho tutto. Più di quanto avessi mai sognato.

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