Diario, 12 giugno
Quella sera del gran gala a Milano… Lui mi lasciò sola proprio allingresso. Eppure sono andata via in un modo che ha fatto sì che mi cercasse tutta la notte.
La cosa più umiliante non è quando un uomo ti tradisce.
La vera umiliazione arriva quando ti lascia sola davanti agli altri, con un sorriso di circostanza, come se addirittura ti facesse un favore a essere lì insieme a lui.
Quella serata era uno di quegli eventi dove le donne sfoggiano abiti come promesse e gli uomini i loro abiti come alibi. Sale dai soffitti alti, bagliori caldi dei lampadari, prosecco in calici sottili e musica che profuma di denaro e nobiltà.
Ero sulluscio e sentivo addosso lo sguardo di tutti, leggero ma insistente come la polvere del tramonto.
Indossavo un abito di raso color avorio: pulito, elegante, sobrio, senza eccessi. I miei capelli scendevano morbidi sulle spalle. Gli orecchini, piccoli e preziosi, quasi invisibili. Come me stasera: preziosa, riservata, controllata.
E lui… lui non mi guardava affatto.
Mi trattava come chi porta una compagna da fotografia, non una donna.
«Entra e sorridi», mi ha detto aggiustandosi la cravatta, «questa sera è importante».
Ho accennato un sì con la testa.
Non perché fossi daccordo.
Ma perché sentivo già che sarebbe stata lultima sera in cui tentavo di essere comoda per qualcun altro.
È entrato per primo.
Non mi ha tenuto la porta.
Non si è fermato ad aspettarmi.
Non mi ha preso la mano.
È solo scivolato nella luce tra la gente che voleva impressionare.
Sono rimasta sulla soglia un secondo di troppo.
E proprio in quellattimo ho avvertito quella vecchia sensazione… non ero al suo fianco, ma sempre un passo dietro.
Sono entrata calma.
Non per vendetta.
Non per orgoglio ferito.
Con la serenità di una donna che rientra nei suoi pensieri.
Dentro, ad accogliermi, il fragore delle risate. La musica. Profumi intensi. Luci di festa.
In fondo, lo vidi: con un bicchiere in mano, già al centro di un piccolo cerchio di amici, già a casa sua.
E subito anche lei.
La donna scelta con cura per far colpo.
Bionda, pelle chiara come porcellana, vestito da far colare gli sguardi, occhi che non chiedevano, ma prendevano.
Era troppo vicina a lui.
Rideva troppo.
La sua mano sulla sua con la stessa naturalezza di una confidenza che non avevo mai avuto io.
E lui non la spostava.
Non si ritraeva.
Mi guardò per un attimo come si guarda un cartello sulla strada, pensando: Ah sì, esiste ancora.
Poi tornò a conversare.
Non sentii dolore.
Provai solo chiarezza.
Quando una donna capisce la verità, non piange.
Smette di sperare.
Sentii dentro di me qualcosa scattare come il bottone di una borsa costosa.
Silenzioso.
Definitivo.
Mentre gli ospiti ruotavano attorno a lui, io avanzavo sola per la sala non come abbandonata, ma come donna che fa una scelta.
Mi fermai al tavolo del prosecco.
Raccolsi un calice.
Bevetti.
E la vidi: mia suocera.
Sedeva a un altro tavolo, in un abito che tentava la giovinezza, con lo sguardo di chi ha sempre visto nelle altre donne solo concorrenti. Vicino a lei, proprio quella donna vista poco prima. Entrambe mi fissavano.
La suocera mi sorrise.
Un sorriso vuoto.
Come a dire: Vedi che vuol dire essere inutile?
Restituii il sorriso.
Finto anche il mio.
Ma il mio diceva: Guardami bene, è lultima volta che mi vedi accanto a lui.
Sai… per anni ho cercato di essere la nuora giusta. La donna giusta. Di non vestire troppo, di non parlare troppo, di non desiderare troppo.
E a forza di volermi giusta, mi hanno insegnato a essere solo comoda.
Ma una donna comoda si trova sempre chi la sostituisce.
Questa non era la prima volta che lui prendeva le distanze. Ma era la prima volta che lo faceva così, pubblicamente.
Da settimane aveva iniziato a lasciarmi sola alle cene. A cancellare impegni. A rincasare con il volto freddo e la frase: Non iniziare ora.
E io non iniziavo nulla.
Solo oggi ho capito perché.
Non voleva drammi.
Voleva esaurirmi senza rumore, mentre preparava unaltra versione della sua felicità.
E il peggio… Che era certo che sarei rimasta.
Perché sono tranquilla.
Perché perdono sempre.
Perché sono una brava donna.
Stasera si aspettava il solito da me.
Non sapeva che il silenzio ha due nature.
Uno è attesa.
Laltro è la fine.
Lo guardai da lontano era lì a ridere con quella donna.
E mi dissi:
Bene. Stasera sia la sua vetrina. Io mi prendo il mio finale.
Mi avviai verso luscita.
Non verso di loro.
Non verso il tavolo.
Verso le porte.
Senza fretta.
Senza voltarmi.
Le persone si facevano da parte, perché sentivano che irradiavo qualcosa dirresistibile: la decisione.
Raggiungi le porte; mi fermai un attimo.
Indossai il mio cappotto, beige, morbido, costoso. Lo gettai sulle spalle come un punto conclusivo.
Raccolsi la pochette.
Solo allora mi voltai.
Non cercavo il suo sguardo.
Cercavo il mio.
E in quel momento lo sentii: mi stava guardando.
Separato dagli altri, quasi impaurito, come se solo allora ricordasse di avere una moglie.
I nostri occhi si incrociarono.
Nessun segno di dolore.
Nessuna rabbia.
Gli mostrai la cosa più tremenda, per un uomo come lui:
lassenza di bisogno.
Come a dirgli: Potevi perdermi in mille modi. Hai scelto il più stupido.
Fece un passo verso di me.
Io restai ferma.
Poi un altro.
E capii in quellistante non era amore.
Era paura.
Paura di perdere il controllo sulla storia.
Paura che non fossi più il personaggio da riscrivere.
Che non fossi più, lì, dove voleva trovarmi.
Aprì la bocca, per parlare.
Non lo lasciai fare.
Solo un cenno del capo il gesto di chi chiude un dialogo prima ancora che inizi.
Uscii.
Fuori laria era tagliente e limpida.
Come se il mondo mi dicesse: Ecco. Respira. Ora sei libera.
Il telefono vibrava nella mia borsa mentre camminavo verso casa.
Prima una chiamata.
Poi unaltra.
Poi una raffica di messaggi.
Dove sei?
Che stai facendo?
Perché sei andata via?
Non farmi scenate.
Scenate?
Io non facevo scenate.
Facevo scelte.
Arrivai sotto casa.
Guardai il display.
Non risposi.
Misi il telefono nella pochette.
Mi tolsi le scarpe.
Versai un bicchiere dacqua.
Mi sedetti nella quiete.
E per la prima volta dopo tanto, quel silenzio non era solitudine.
Era forza.
Il giorno dopo tornò come uno che vuole aggiustare con delle scuse quello che ha spaccato.
Con i fiori.
Con le giustificazioni.
Gli occhi che mi cercavano, come se avessi un debito di ritorno.
Io lo guardai tranquilla e dissi:
Non sono andata via dal gala. Sono andata via dal ruolo che mi avevi scritto addosso.
Tacque.
E io capii:
non dimenticherà mai come si presenta una donna che se ne va senza versare una lacrima.
Perché quella è la vera vittoria.
Non ferirlo.
Ma mostrargli che puoi vivere senza di lui.
E solo allora allora comincerà a cercarti.
E tu, che avresti fatto al mio posto? Saresti andata via fiera come me, o saresti rimasta per non creare problemi?






