Il mio ex mi ha invitata a cena “per chiedermi scusa”… ma io sono arrivata con un regalo che non si sarebbe mai aspettato.

Il mio ex mi ha invitato a cena per chiedere scusa ma io sono arrivato con un regalo che non si aspettava.

Linvito è arrivato in una giornata come tante, forse proprio per questo mi ha colto così di sorpresa. Il telefono ha vibrato mentre stavo sistemando qualcosa in cucina, le mani bagnate e i capelli raccolti frettolosamente. Niente di quello che avevo davanti mi aveva preparato al passato che stava per bussare.

Ciao. Possiamo vederci? Solo per una cena. Vorrei dirti una cosa.

Ho letto il messaggio lentamente. Non perché faticassi a comprenderlo, ma per il peso che trasmetteva.

Qualche anno fa, sarei corso subito a quella speranza, illudendomi che fosse un segnale, una sorta di risarcimento delluniverso verso ciò che credevo mi fosse dovuto. Ma io non ero più quelluomo.

Ora ero un uomo che poteva spegnere la luce e prendere sonno senza aspettare una telefonata. Un uomo che sapeva stare solo senza sentirsi abbandonato. Uno che non regalava più la propria tranquillità a chi, in passato, laveva trattata con leggerezza.

Eppure ho risposto.

Va bene. Dove?

Solo dopo ho realizzato qualcosa: non avevo scritto perché?. Non un cosè successo?, nemmeno un come stai? o, tanto meno, mi manchi.

Questo mi ha fatto sorridere. Non tremavo, stavo scegliendo.

Il ristorante era uno di quei posti in cui la luce cade morbida sui tavoli, come oro. Musica soffusa, tovaglie bianche, bicchieri che suonano come cristallo quando li sfiori. Sono arrivato in anticipo. Non per impazienza, ma perché mi piace avere il tempo di osservare la sala, di individuare luscita, di ordinare i pensieri.

Quando lui è entrato, allinizio quasi non lho riconosciuto. Non che fosse cambiato radicalmente, ma sembrava più stanco.

Indossava un completo che pareva fatto su misura per qualcun altro: troppo impegnato, troppo poco disinvolto. Mi ha visto e mi ha fissato per qualche istante di troppo. Non era desiderio. Non era amore. Era quel silenzioso riconoscimento: Non è rimasto tutto fermo dove lavevo lasciato.

Ciao ha detto.

La voce più bassa del solito.

Ho annuito con un leggero sorriso.

Ciao.

Si è seduto, ha ordinato un vino; senza chiedermi nulla ha ordinato anche per me quello che anni fa mi piaceva tanto. Gesto che un tempo avrebbe scaldato il mio cuore. Ora lo trovavo quasi una furbizia.

Certi uomini credono che, se ricordano i tuoi gusti, allora si siano guadagnati di nuovo il tuo spazio. Ho bevuto un sorso, con calma, senza fretta.

Ha esordito con la frase che suonava giusta:

Sei davvero bella.

E attendeva quasi che mi sciogliessi. Gli ho sorriso appena.

Grazie.

E nulla di più.

Lui ha deglutito.

Non so da dove cominciare ha aggiunto.

Prova dalla verità ho risposto tranquillo.

Un attimo difficile. Quando una donna (o un uomo) smette di aver paura della verità, laltro inizia ad aver paura a dirla.

Lui guardava il vino nella coppa.

Ho sbagliato con te.

Pausa.

Le sue parole sembravano un treno in ritardo: sì, arriva, ma ormai in stazione non aspetta più nessuno.

In che senso hai sbagliato? ho chiesto pacato.

Ha accennato un sorriso amaro.

Tu sai.

No. Dimmelo.

Solleva lo sguardo.

Ti ho fatto sentire piccolo.

Ecco. Finalmente.

Non ha detto ti ho lasciato. Non ha detto ti ho tradito. Non ha detto avevo paura di te.

Ha ammesso la verità: che mi aveva ridotto per sentirsi più grande.

Così ha iniziato a parlare. Dello stress. Delle ambizioni. Di quanto non era pronto. Che io ero troppo forte.

Lho ascoltato davvero, non per giudicarlo, ma per capire se quelluomo sapesse guardarsi allo specchio senza usarmi come riflesso.

Quando ha finito, ha sospirato.

Vorrei tornare insieme.

Così, di colpo. Senza preavviso. Come se bastasse un scusa per rendere naturale il ritorno.

Cè un momento che noi uomini conosciamo bene: quando il passato bussa non perché ha capito, ma perché non ha trovato un luogo più comodo per il proprio ego.

Lho guardato e ho sentito qualcosa di sorprendente.

Non rabbia. Non dolore. Solo chiarezza.

Era un uomo tornato non per amore, ma per bisogno. E io non ero più la soluzione ai bisogni di qualcun altro.

Arriva il dolce. Il cameriere posa un piccolo piatto davanti a noi.

Lui mi scruta.

Ti prego… dammi una possibilità.

Una volta quel ti prego mi avrebbe fatto tremare. Ora suonava come unultima scusa a qualcuno che è già uscito dalla scena.

Ho tirato fuori dalla borsa una scatolina.

Non era un regalo di marca. Era una scatola semplice, elegante, senza fronzoli: la mia.

Lho appoggiata sul tavolo, tra noi.

Lui ha strizzato gli occhi, curioso.

Che cosè?

Per te gli ho detto.

I suoi occhi hanno brillato. La speranza maschile, di nuovo viva: che la donna sia ancora morbida, disposta a dare.

Ha aperto la scatola. Cera una chiave. Solo una, con un semplice portachiavi dacciaio.

Lui si è smarrito.

Ma… cosè questa?

Ho preso un altro sorso di vino e, calmo, ho spiegato:

La chiave del vecchio appartamento.

Il suo volto si è irrigidito.

Quellappartamento… lì avevamo vissuto i nostri ultimi giorni. Lì era successo qualcosa che non avevo mai raccontato a nessuno. Ricordava. Certo che ricordava.

Prima che me ne andassi, anni fa, mi aveva detto: Lascia la chiave. Questo non è più tuo.

Laveva pronunciato come se fossi un oggetto, non una persona.

E io, quel giorno, avevo lasciato la chiave sul tavolo prima di andarmene. Nessuna scena. Nessuna spiegazione.

Solo che la verità era diversa: non lavevo lasciata. Avevo tenuto la copia di riserva, non per vendetta, ma perché sapevo che un giorno mi sarebbe servito un punto. Ogni storia merita il suo punto fermo, non i puntini di sospensione.

E ora eccoci lì.

Stesso uomo.

Stesso tavolo.

Ma un altro uomo, dentro.

Lho tenuta ho detto. Non perché sperassi tornassi, ma perché sapevo che un giorno avresti voluto riavere me.

È impallidito. Ha provato a sorridere.

Stai scherzando?

No ho risposto a voce bassa. È la mia liberazione.

Ho preso la chiave dalla sua mano, chiuso la scatola e rimessa in borsa.

Sono venuto a questa cena non per accettarti di nuovo ho detto ma per essere certo di una cosa.

Quale?

Lho guardato.

Stavolta senza amore, senza odio. Solo con chiarezza.

Che la decisione presa allora era quella giusta.

Ha cercato le parole, ma gli si sono bloccate in gola. Era abituato a gestire lui la fine delle conversazioni. Ora la fine era tra le mie mani.

Mi sono alzato e ho posato dei contanti per la mia parte sul tavolo.

Si è alzato deciso.

Aspetta… così finisce? Tutto qui?

Ho sorriso piano. Quasi con tenerezza.

No. Così comincia.

Cosa comincia?

La mia vita senza i tuoi tentativi di rientrare.

Lui è rimasto fermo.

Ho afferrato con calma il cappotto: in certi momenti non bisogna avere fretta.

Prima di uscire, mi sono girato unultima volta.

Grazie per la cena ho detto Ora non ho più domande. Nessun e se.

Sono uscito.

Fuori, laria era fresca.

Pulita.

Come se la città mi dicesse: Benvenuto nella libertà che ti sei guadagnato.

La lezione di quella sera? Ho capito che dare un punto fermo al passato è il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi. Non per chiudere una porta in faccia a qualcuno, ma per aprirne una nuova, tutta nostra.

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