Al mattino, la salute di Michele Sergeevich peggiorò: faticava a respirare. — Nikita, non voglio niente. Né le vostre medicine, né altro. Ti prego solo, lasciami salutare il mio Amico. Te lo chiedo, stacca tutto quanto… L’uomo indicò le flebo. — Non posso andarmene così, capisci?… Una lacrima gli scese sulla guancia. Nikita sapeva: se avesse staccato tutto, rischiava di non arrivare neppure all’uscita. Gli uomini della stanza si avvicinarono. — Nikita, davvero non c’è niente che puoi fare? Non è giusto così… — Lo so… Ma qui è un ospedale, è tutto sterile. — Ma chi se ne importa… Guarda: non riesce nemmeno ad andarsene in pace. Nikita sapeva già. Ma cosa poteva fare? Si alzò. Tutto può fare. Al diavolo i regolamenti, al diavolo quell’azienda di suo padre. Anche se lo licenziano. Si voltò di scatto, incrociando lo sguardo di Anna; nei suoi occhi, ammirazione. Nikita corse fuori. — Amico, te lo chiedo, solo piano. Forse non se ne accorgerà nessuno. Vieni, andiamo dal padrone. Aveva già aperto la porta, ma il passaggio fu bloccato: davanti a lui c’era la dottoressa Emma De Angelis. — E questo cos’è? — Dottoressa Emma… La prego, solo cinque minuti. Lasci che si salutino. Capisco tutto. Mi licenzi dopo. Lei tacque un istante. Chi sa che cosa passò nella sua mente, ma si fece da parte. — Va bene. Allora che licenzino anche me. — Amico, vieni! Nikita iniziò a correre nel corridoio dell’ospedale, Amico al fianco. Davanti, Anna aprì la porta. Il cane, come se avesse capito, balzò davanti alla stanza… ancora un salto, e Amico era sulle zampe posteriori accanto al letto di Michele, le anteriori sul bordo. In stanza, silenzio assoluto. L’uomo aprì gli occhi. Provò a sollevare la mano, non ci riusciva, le flebo impedivano i movimenti. Allora con l’altra le strappò via. — Amico! Sei venuto… Il cane posò la testa sul petto di Michele. Lui lo accarezzò, una, due volte. Sorrise… Il sorriso rimase sulle sue labbra. La mano scivolò. Qualcuno sussurrò: — Il cane piange… Nikita si avvicinò al letto. E davvero, Amico piangeva. — Basta. Andiamo… *** Nikita si sedette sulla staccionata, Amico si sdraiò fra i cespugli. Gli si avvicinò un uomo della stanza, quello che una volta aveva ceduto le sue polpette. Gli porse un pacchetto di sigarette. Nikita lo guardò, stava per dire che non fuma, poi lasciò perdere. Accese. Accanto si accomodò Anna. Occhi rossi, naso gonfio. — Anna… oggi è il mio ultimo giorno. — Perché? — Vedi, all’inizio ero qui per punizione, poi perché volevo dimostrare a mio padre che potevo farcela… Doveva lasciarmi l’azienda. Ma non conta nulla. Non ce la faccio. Tornerò a casa. Gli dirò chiaro: tuo figlio non vale niente. Scusami, Anna… Nikita se ne andò. Scrisse le dimissioni, raccolse le sue cose. Anna lo guardò dalla finestra mentre arrivava al portone con la sua Mercedes, scendeva. Aprì lo sportello e si diresse verso i cespugli. Disse qualcosa ad Amico, poi salì in macchina, aspettò. Il cane arrivò dopo cinque minuti, lo guardò a lungo negli occhi e poi saltò sull’auto. Anna pianse ancora. — Tu non sei nessuno! Tu sei il migliore! *** Qualche giorno dopo, Anna vide arrivare il primario accompagnato da un uomo molto simile a Nikita. Scese di corsa le scale, uscì in strada. — È lei il papà di Nikita? Il primario la guardò sorpreso. — Anna, che succede? — Attenda, dottor Sergio Nicola, mi può licenziare dopo! Allora, è lei? Vadim Olegovich – così si chiamava – la guardò perplesso. — Sì. — Non osi! Capito? Non osi pensare che Nikita non valga niente! È il migliore! L’unico che ha avuto il coraggio di far salutare un uomo morente al suo amico! Nikita ha cuore e anima! Anna si voltò ed entrò nell’edificio. Vadim sorrise. — Hai visto che carattere? Il primario rispose: — Eh, che ci vuoi fare? Una brava ragazza, ma sempre la verità in faccia! — È un male? — Non sempre è un bene… *** Sono passati tre anni. Dalla villa elegante uscì una famiglia: Nikita spingeva il passeggino, Anna teneva al guinzaglio un enorme cane dal pelo lucido. Arrivarono al fiume, Anna liberò il cane. — Amico, non allontanarti troppo! Il cane corse verso il fiume a grandi balzi. Pochi minuti dopo il bambino nel passeggino strillò. Amico, tempestivo, tornò con le stesse grandi falcate. Anna rise. — Nikita, mi sa che la tata non ci serve. Ma cosa corri? Sonia aveva solo perso il ciuccio. Il bimbo si riaddormentò, Amico guardò nel passeggino, si accertò che fosse tutto a posto e tornò a inseguire una farfalla…

La mattina, a Michele Sergio stava proprio peggio. Faticava a respirare.
Nicolò, non voglio niente, davvero. Niente delle vostre medicine, niente. Ti chiedo solo una cosa, fammi salutare per lultima volta il mio Amico. Te lo chiedo, staccami tutto questo
Guardò le flebo con rassegnazione.
Non riesco ad andarmene così, capisci, non ci riesco proprio
Una lacrima gli scese giù sulla guancia. Nicolò sapeva che se lo avesse staccato da tutte quelle cose, forse non avrebbe avuto neppure la forza di arrivare fino alluscita.

Gli altri uomini della stanza si erano avvicinati, restando in silenzio.
Nicolò, davvero non cè un modo? Non può finire così
Vi capisco Ma qui è un ospedale, tutto sterile, sai come sono
Ma chissenefrega Guarda luomo, non riesce ad andarsene.

Anche Nicolò lo capiva benissimo. Ma che poteva fare lui? Si alzò, e si rispose che, alla fine, può fare tutto. Al diavolo il regolamento, al diavolo lazienda di suo padre. Se vogliono licenziarlo, che facciano pure. Si voltò di scatto e incontrò gli occhi di Anita. Dentro ci vide ammirazione.

Nicolò uscì di corsa.
Amico, ti prego, vieni piano, su. Magari nessuno se ne accorge. Dai, andiamo dal tuo padrone.
Stava già aprendo la porta quando si ritrovò davanti Emma Edoardina.
Che succede qui?
Emma Edoardina La prego, solo cinque minuti. Fategli salutare il cane. Se volete, dopo licenziatemi, lo accetto.
Lei lo fissò per un attimo lunghissimo. Chi sa cosa le passò per la testa, perché a un certo punto si scostò di lato e disse:
Va bene. Se ci sarà da licenziare, allora licenziate pure me.
Amico, vieni!
Nicolò cominciò a correre per il corridoio dellospedale, con Amico sempre al suo fianco. Davanti, Anita aveva già aperto la porta. Il cane, intuendo qualcosa, in pochi balzi arrivò al letto di Michele Sergio si tirò su con le zampe anteriori sul bordo del letto. In stanza calò un silenzio profondo. Luomo aprì gli occhi. Provò ad alzare una mano, ma le flebo lo fermavano. Allora si strappò tutto via con laltra, senza nemmeno badare al dolore.
Amico! Sei arrivato
Il cane poggiò la testa sul petto di Michele Sergio. Lui lo accarezzò una, due volte Sorrise. Quella stessa espressione restò sulle sue labbra. La mano scivolò giù. Qualcuno sussurrò:
Il cane sta piangendo
Nicolò si avvicinò al letto. Amico piangeva davvero.
Basta Vieni, andiamo

***
Nicolò si sedette sul muretto fuori, mentre Amico si infilava tra i cespugli e si accovacciava lì, in silenzio. Gli si avvicinò uno degli uomini della stanza, lo stesso che aveva dato le sue polpette tempo fa. Gli porse un pacchetto di sigarette. Nicolò lo guardò, stava per dire che non fumava, poi fece spallucce e accese una sigaretta.

Vicino a lui si sedette anche Anita, con gli occhi rossi e il naso gonfio per il pianto.
Anita Oggi è il mio ultimo giorno qui.
Perché?
Sai, prima ero qui per punizione, poi perché volevo dimostrare a mio padre che valgo Lui doveva lasciarmi lazienda. Ma non è quello il punto. Non ce la faccio. Torno a casa. Gli dirò chiaramente: tuo figlio non vale nulla. Scusami, Anita
Nicolò se ne andò. Scrisse la lettera di dimissioni, raccolse le sue cose. Anita lo osservò dalla finestra mentre parcheggiava la sua Mercedes davanti allingresso, scese, aprì la portiera del passeggero e andò verso i cespugli. Disse qualcosa ad Amico, poi tornò verso la macchina, si appoggiò e aspettò. Il cane arrivò dopo cinque minuti, guardò Nicolò negli occhi per un po, poi saltò in macchina.

Anita si mise di nuovo a piangere.
Non è vero che non vali! Sei il migliore!

***
Dopo qualche giorno, Anita vide arrivare insieme al primario un uomo che somigliava tantissimo a Nicolò. Prese le scale di corsa, uscì fuori.
Lei è il papà di Nicolò?
Il primario la osservò stupito.
Anita, che succede?
Aspetti, Sergio Nicola, mi licenzi dopo! Ma è lei, giusto?
Vadim Olegio, anche lui un po sorpreso, la guardava, questa ragazzina piena di lentiggini.
Sì, sono io.
Non osi pensare che Nicolò non vale niente! Lui è il migliore! È stato lunico ad avere il coraggio di far salutare un uomo al suo amico prima di morire! Nicolò ha cuore, e ha anima, eccome!
Anita si voltò e rientrò nel palazzo. Vadim Olegio sorrise.
Hai visto che roba?
Sergio Nicola sbuffò e disse:
E che ci vogliamo fare? È brava, ma sempre a dire la verità vuole stare!
Ti sembra negativo?
Non sempre serve, sai

***
Passarono tre anni.

Dal cancello di una bella villa uscì tutta una famiglia. Nicolò spingeva la carrozzina del bimbo, e Anita teneva al guinzaglio un gigantesco cane lucidissimo. Camminarono fino al fiumiciattolo, dove Anita lasciò libero il cane.
Amico, non allontanarti troppo!
Il cane si precipitò verso lacqua con grandi salti. Dopo poco il bimbo nella carrozzina iniziò a lamentarsi. Subito Amico tornò di corsa, saltando come una lepre.
Anita scoppiò a ridere.
Nicolò, mi sa che la tata non ci serve proprio. Che cè venuto a fare? Sonia aveva solo perso il ciuccio!
Il bimbo si riaddormentò, Amico guardò dentro la carrozzina per assicurarsi che fosse tutto a posto, e poi riprese a inseguire una farfalla Dai, Sonia, ecco qui, lha riportato Amico, vero? disse Nicolò, raccogliendo il ciuccio dalla bocca del cane.
La bambina si illuminò e smise di piangere.

Sedettero sotto un vecchio salice, osservando le increspature leggere dellacqua. Anita poggiò la testa sulla spalla di Nicolò.
A volte penso a quella stanza dospedale. sussurrò.
Anche io. Mi ha cambiato tutto.
Ma tu non sei cambiato, lo eri già lo corresse lei.
Nicolò sorrise, incerto, mentre il sole filtrava tra i rami e illuminava le macchie dorate sul dorso di Amico.
Il cane, sfinito da una corsa, si accoccolò tra loro, la testa sulle ginocchia di Nicolò, lo sguardo fedele fisso nei suoi.
Anita prese una mano di Nicolò e la strinse forte.
Abbiamo fatto bene, vero?
Sì rispose lui, accarezzando il cane. Abbiamo fatto proprio bene.

Per un attimo la voce del tempo si fermò, e restarono lì, insieme. Un bambino che rideva, un cane che vegliava, e due cuori che sapevano di aver trovato, dopo tanta fatica, il posto dove restare.
E da qualche parte, dove forse cominciano le storie più belle, un vecchio amico si voltò a guardarli e sorrise.

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Al mattino, la salute di Michele Sergeevich peggiorò: faticava a respirare. — Nikita, non voglio niente. Né le vostre medicine, né altro. Ti prego solo, lasciami salutare il mio Amico. Te lo chiedo, stacca tutto quanto… L’uomo indicò le flebo. — Non posso andarmene così, capisci?… Una lacrima gli scese sulla guancia. Nikita sapeva: se avesse staccato tutto, rischiava di non arrivare neppure all’uscita. Gli uomini della stanza si avvicinarono. — Nikita, davvero non c’è niente che puoi fare? Non è giusto così… — Lo so… Ma qui è un ospedale, è tutto sterile. — Ma chi se ne importa… Guarda: non riesce nemmeno ad andarsene in pace. Nikita sapeva già. Ma cosa poteva fare? Si alzò. Tutto può fare. Al diavolo i regolamenti, al diavolo quell’azienda di suo padre. Anche se lo licenziano. Si voltò di scatto, incrociando lo sguardo di Anna; nei suoi occhi, ammirazione. Nikita corse fuori. — Amico, te lo chiedo, solo piano. Forse non se ne accorgerà nessuno. Vieni, andiamo dal padrone. Aveva già aperto la porta, ma il passaggio fu bloccato: davanti a lui c’era la dottoressa Emma De Angelis. — E questo cos’è? — Dottoressa Emma… La prego, solo cinque minuti. Lasci che si salutino. Capisco tutto. Mi licenzi dopo. Lei tacque un istante. Chi sa che cosa passò nella sua mente, ma si fece da parte. — Va bene. Allora che licenzino anche me. — Amico, vieni! Nikita iniziò a correre nel corridoio dell’ospedale, Amico al fianco. Davanti, Anna aprì la porta. Il cane, come se avesse capito, balzò davanti alla stanza… ancora un salto, e Amico era sulle zampe posteriori accanto al letto di Michele, le anteriori sul bordo. In stanza, silenzio assoluto. L’uomo aprì gli occhi. Provò a sollevare la mano, non ci riusciva, le flebo impedivano i movimenti. Allora con l’altra le strappò via. — Amico! Sei venuto… Il cane posò la testa sul petto di Michele. Lui lo accarezzò, una, due volte. Sorrise… Il sorriso rimase sulle sue labbra. La mano scivolò. Qualcuno sussurrò: — Il cane piange… Nikita si avvicinò al letto. E davvero, Amico piangeva. — Basta. Andiamo… *** Nikita si sedette sulla staccionata, Amico si sdraiò fra i cespugli. Gli si avvicinò un uomo della stanza, quello che una volta aveva ceduto le sue polpette. Gli porse un pacchetto di sigarette. Nikita lo guardò, stava per dire che non fuma, poi lasciò perdere. Accese. Accanto si accomodò Anna. Occhi rossi, naso gonfio. — Anna… oggi è il mio ultimo giorno. — Perché? — Vedi, all’inizio ero qui per punizione, poi perché volevo dimostrare a mio padre che potevo farcela… Doveva lasciarmi l’azienda. Ma non conta nulla. Non ce la faccio. Tornerò a casa. Gli dirò chiaro: tuo figlio non vale niente. Scusami, Anna… Nikita se ne andò. Scrisse le dimissioni, raccolse le sue cose. Anna lo guardò dalla finestra mentre arrivava al portone con la sua Mercedes, scendeva. Aprì lo sportello e si diresse verso i cespugli. Disse qualcosa ad Amico, poi salì in macchina, aspettò. Il cane arrivò dopo cinque minuti, lo guardò a lungo negli occhi e poi saltò sull’auto. Anna pianse ancora. — Tu non sei nessuno! Tu sei il migliore! *** Qualche giorno dopo, Anna vide arrivare il primario accompagnato da un uomo molto simile a Nikita. Scese di corsa le scale, uscì in strada. — È lei il papà di Nikita? Il primario la guardò sorpreso. — Anna, che succede? — Attenda, dottor Sergio Nicola, mi può licenziare dopo! Allora, è lei? Vadim Olegovich – così si chiamava – la guardò perplesso. — Sì. — Non osi! Capito? Non osi pensare che Nikita non valga niente! È il migliore! L’unico che ha avuto il coraggio di far salutare un uomo morente al suo amico! Nikita ha cuore e anima! Anna si voltò ed entrò nell’edificio. Vadim sorrise. — Hai visto che carattere? Il primario rispose: — Eh, che ci vuoi fare? Una brava ragazza, ma sempre la verità in faccia! — È un male? — Non sempre è un bene… *** Sono passati tre anni. Dalla villa elegante uscì una famiglia: Nikita spingeva il passeggino, Anna teneva al guinzaglio un enorme cane dal pelo lucido. Arrivarono al fiume, Anna liberò il cane. — Amico, non allontanarti troppo! Il cane corse verso il fiume a grandi balzi. Pochi minuti dopo il bambino nel passeggino strillò. Amico, tempestivo, tornò con le stesse grandi falcate. Anna rise. — Nikita, mi sa che la tata non ci serve. Ma cosa corri? Sonia aveva solo perso il ciuccio. Il bimbo si riaddormentò, Amico guardò nel passeggino, si accertò che fosse tutto a posto e tornò a inseguire una farfalla…