– Voglio finalmente pensare a me stesso e dormire, – ha dichiarato mio marito mentre usciva di casa Tre mesi. Questo è quanto è durato il delirio. Tre mesi di notti insonni in cui il piccolo Massimino urlava talmente forte che i vicini bussavano sul muro. Tre mesi in cui Marina girava per casa come uno zombie dagli occhi rossi e dalle mani tremanti. E Igor? Passeggiava per l’appartamento corrucciato come una nuvola nera. – Ti rendi conto che al lavoro sembro un barbone? – tuonò un giorno, fissandosi allo specchio. – Ho delle occhiaie che arrivano alle ginocchia. Marina taceva. Dava il biberon, cullava, di nuovo nutriva. Un circolo vizioso. E Igor, suo marito, invece di aiutarla si lamentava soltanto. – Senti, magari tua madre può venire ad aiutarci? – propose una sera, stiracchiandosi dopo la doccia. Lui era sempre fresco, riposato. – Mi è venuta un’idea, forse potrei andare una settimana dal mio amico in campagna… Marina rimase di sasso con il biberon in mano. – Ho bisogno di riposo, Marina. Sul serio. – iniziò a riempire una borsa sportiva – È da settimane che non dormo bene. E lei invece dormiva?! Le si chiudevano gli occhi, ma appena si coricava Massimino iniziava a piangere. Ed era già la quarta volta quella notte. – Non è facile neanche per me, – sussurrò Marina. – Lo so che è dura, – tagliò corto Igor, infilando nella borsa la sua camicia preferita. – Ma io ho un lavoro serio, tante responsabilità. Non posso presentarmi dai clienti con questa faccia. Poi accadde qualcosa di strano. Marina si vide dall’esterno: lei, col vecchio accappatoio, i capelli arruffati, un neonato urlante in braccio. E lui che prepara la valigia per scappare via. – Voglio vivere per me e dormire, – borbottò Igor senza nemmeno guardarla. La porta sbatté. Marina rimase lì in mezzo al soggiorno col figlio piangente, sentendo dentro di sé tutto crollare. Passò una settimana. Poi un’altra. Igor chiamò tre volte appena, chiedendo come stava. Il tono distaccato, come chi parla con una conoscente lontana. – Vengo nel weekend. Ma non venne. – Domani ci sono di sicuro. Non arrivò neanche stavolta. Marina cullava Massimino che urlava, cambiava pannolini, preparava pappe. Dormiva mezz’ora per volta fra un pasto e l’altro. – Va tutto bene? – le chiese l’amica. – Benissimo, – mentì. Perché mentire? Che vergogna. Che vergogna che il marito se n’è andato. Che è sola con un neonato. Peggio non poteva andare! Ma il bello iniziò al supermercato, quando incontrò la collega di Igor. – E tuo marito dov’è? – chiese Elena. – Lavora tanto. – Chiaro. Tutti gli uomini, appena ci sono figli, si piazzano al lavoro. – Si chinò: – Ma Igor è spesso in trasferta, vero? – Quali trasferte? – Ma sì, è appena stato a Milano! A un seminario. Ci ha mostrato pure le foto. A Milano? Quando?! Marina ricordò: la settimana precedente Igor non aveva chiamato per tre giorni, dicendo che era impegnato. Non era impegnato, era in vacanza a Milano. Igor arrivò sabato. Con i fiori. – Scusa se sono stato assente, c’è tanto lavoro. – Sei stato a Milano? Si bloccò col mazzo in mano. – Chi te l’ha detto? – Non importa chi. Importa il perché mi menti. – Non mentivo. Solo pensavo ti sarebbe dispiaciuto sapere che ci sono andato senza di te. Senza di lei?! Lei con un neonato non sarebbe comunque andata da nessuna parte! – Igor, io ho bisogno di aiuto. Capisci? Non dormo da settimane. – Prendiamo una tata. – E con che soldi? Tu non li dai. – Come no? Pago l’affitto, le bollette. – E per il cibo? I pannolini? Le medicine? Silenzio. Poi: – Potresti tornare a lavorare? Anche solo part-time? Che stai a fare a casa. Mettiamo la tata. Stare a casa, come se fosse una vacanza! A quel punto Marina prese in braccio Massimino, guardò Igor e capì: quell’uomo non la ama. Proprio no. Non l’ha mai amata. – Vattene. – Dove dovrei andare? – Via. E non tornare finché non decidi cosa vuoi davvero: famiglia o libertà. Igor prese le chiavi e se ne andò. Stette via due giorni. Poi scrisse: “Ci sto pensando”. E Marina, quell’intero tempo, non dormiva. Pensava anche lei. Provate voi a ritrovarvi soli con le vostre idee, la prima volta dopo mesi. Telefonò la madre: – Marinka, come va? Igor non c’è? – È in trasferta. Ancora bugie. – Vengo io, ti aiuto? – Ce la faccio. Ma la madre arrivò comunque. – Com’è qui? – guardò attorno. – Madre santa, Marina, guardati! Marina si specchiò. Davvero, bella situazione. – E Igor? – Lavora. – Alle otto di sera? Marina tacque. – Cosa sta succedendo? E Marina scoppiò a piangere. Davvero, come una bambina: forte, disperata. – È andato via. Vuole pensare a sé. La madre taceva. Poi: – Che schifo. Proprio schifo. Marina rimase stupita: sua madre non aveva mai insultato nessuno. – Ho sempre pensato che Igor fosse debole. Ma così tanto… – Mamma, magari ho sbagliato io? Dovevo capirlo? – Marina, a te non pesa tutto questo? Con la franchezza materna, Marina capì: aveva sempre pensato solo a Igor. Alla sua stanchezza, al suo benessere. Mai, una volta, a sé stessa. – Che devo fare? – Vivere. Senza di lui. Meglio sola che con uno così. Igor tornò sabato. Abbronzato. Evidentemente “ha pensato” in campagna. – Possiamo parlarne? – Sì. Si sedettero al tavolo: – Marina, capisco che è dura. Ma anche per me non è stato facile. Possiamo trovare un accordo? Passo i soldi, vengo a trovare il piccolo. Però ora voglio vivere da solo. – Quanto? – Cosa? – I soldi. Quanto? – Tipo diecimila euro. Diecimila euro per bambino, cibo, medicine. – Igor, vattene all’inferno. – Cosa?! – Hai capito. E non farti più vedere. – Marina, è una proposta seria! – Seria? Vuoi la libertà? E la mia libertà? Igor disse la frase che chiarì tutto: – Ma tu non hai libertà. Sei madre! Marina lo guardò: ecco il vero Igor. Un egoista infantile che pensa che la maternità sia una condanna. – Domani chiedo gli alimenti. Un quarto dello stipendio. Per legge. – Non lo farai mai! – Eccome se lo faccio. Se ne andò sbattendo la porta. E per la prima volta Marina si sentì più leggera. Massimo piangeva. Ma ora sapeva: ce l’avrebbe fatta. Passò un anno. Igor tentò di tornare due volte. – Marina, ci riproviamo? – Troppo tardi. Igor la chiamava “arpia”. Ma non ci credeva nemmeno lui. Marina trovò una tata, si mise a lavorare come infermiera. In ospedale conobbe Andrea, un medico. – Figli? – Un maschietto. – E il papà? – Vive per sé. Lo presentò. Andrea portò un trenino a Massimino. Giocavano e ridevano insieme. Poi spesso uscivano tutti al parco. Igor lo scoprì. Chiamò: – Il bambino ha un anno e tu già con un altro? – Cosa pensavi? Che ti aspettassi? – Ma tu sei madre! – Sì, madre. E poi? Non chiamò più. Andrea era un uomo diverso. Quando Massimo si ammalava, veniva subito. Quando Marina era sfinita, la portava in campagna. Oggi Massimino ha due anni. Chiama Andrea “zio”. Igor non se lo ricorda più. Igor si è risposato. Paga gli alimenti. Marina non è più arrabbiata. Anche lei ora vive per sé stessa. Ed è bellissimo.

Voglio vivere un po per me stesso e finalmente dormire, ha detto mio marito quando se ne è andato.

Tre mesi. Tanto è durata questa follia. Tre mesi di notti insonni, con Matteo che urlava talmente forte che i vicini bussavano sul muro. Tre mesi in cui Martina sembrava un fantasma, con gli occhi rossi e le mani che tremavano.

E io, Giacomo, andavo in giro per la casa cupo come una nuvola di tempesta.

Te lo immagini? Sembro un barbone al lavoro! mi lamentai una mattina, fissandomi allo specchio. Le occhiaie arrivano alle ginocchia.

Martina taceva. Allattava nostro figlio, lo cullava, poi ancora lo allattava. Un giro senza fine. E io, invece di darle una mano, continuavo solo a lamentarmi.

Senti, magari tua mamma potrebbe venire un po qui, proposi una sera stiracchiandomi dopo la doccia, fresco e riposato. Magari passo una settimana da Luca a una casa in campagna.

Martina rimase lì, con il biberon tra le mani.

Mi serve riposo, Martina. Sul serio. E cominciai a mettere vestiti nella borsa sportiva. Non dormo bene da settimane.

E lei di certo non riposava! Gli occhi le si chiudevano, ma appena si sdraiava, Matteo iniziava a piangere. E per la quarta volta quella notte.

Anche per me è dura, sussurrò Martina.

Lo so che è dura, risposi, infilando la camicia preferita nella borsa. Ma io ho una professione seria, responsabilità. Non posso presentarmi così davanti ai clienti.

Quella sera successe qualcosa di strano. Martina mi guardò come da lontano: lei con la vestaglia sporca, i capelli arruffati, in braccio il piccolo che gridava. Io, che preparavo la valigia per scappare via.

Voglio vivere per me e finalmente dormire, borbottai, senza neanche guardarla.

La porta sbatté.

Martina rimase in piedi nel mezzo del soggiorno, con Matteo che piangeva. Sentiva franare tutto dentro.

Passò una settimana. Poi unaltra.

Chiamai tre volte solo chiedevo come stavano. Voce distante, fredda, come se parlassi con una conoscente.

Torno nel weekend.

Non tornai.

Domani arrivo di sicuro.

E di nuovo non ci fu traccia di me.

Martina cullava il piccolo urlante, cambiava i pannolini, preparava il latte. Dormire? Mezzora ogni tanto, tra una poppata e laltra.

Tutto bene? le chiedeva unamica.

Benissimo, mentiva.

Perché mentiva? Si vergognava. Si vergognava di essere stata lasciata da me, sola con un bambino piccolo.

Pensava non potesse andar peggio! Ma la sorpresa arrivò al supermercato: incontrò Claudia, una mia collega.

E tuo marito dovè finito? chiese Claudia.

Lavora tanto.

Capisco. Sono tutti uguali: appena arriva il bambino, si rifugiano sul lavoro, Claudia si avvicinò: Ma Giacomo ha spesso trasferte? Parlo delle ultime settimane

Che trasferte?

Eh, è stato a Milano da poco! Per un convegno. Mi ha fatto vedere le foto.

A Milano? Quando!?

Martina ricordò: la scorsa settimana non chiamai per tre giorni. Avevo detto di essere impegnato.

Mentivo, non ero impegnato. Ero in vacanza a Milano.

Tornai il sabato, con dei fiori.

Scusa se sono stato via a lungo. Tanto da fare a lavoro.

Sei stato a Milano?

Mi bloccai con il mazzo di fiori in mano.

Chi lo dice?

Non importa chi. Importa perché menti.

Non sto mentendo. Solo, pensavo ti dispiacesse se ti avessi lasciata a casa sola.

Sola!? Lei comunque con un neonato non sarebbe potuta venire.

Giacomo, io ho bisogno di aiuto. Capisci? Io non dormo da settimane.

Facciamo così: prendiamo una tata.

Con quali soldi? Non mi dai niente.

Come non ti do? Pago laffitto, la luce, il gas.

E per la spesa? I pannolini? Le medicine?

Restai in silenzio. Poi:

Potresti tornare al lavoro. Almeno part-time. Che senso ha stare a casa? Così prendiamo una tata.

Come se stare a casa fosse una vacanza!

In quel momento Martina prese Matteo in braccio, mi guardò e capì: non lavevo mai amata.

Mai.

Vai via.

Dove?

Fuori. E non tornare finché non capisci se ti importa di più la famiglia o la libertà.

Presi le chiavi e me ne andai. Per due giorni. Poi mandai un messaggio: Sto pensando.

Nel frattempo Martina non dormiva. E pensava anche lei.

Immaginate di essere rimasti soli, finalmente, con i vostri pensieri dopo mesi.

Sua madre chiamò:

Martì, come va? Giacomo non è a casa?

In trasferta.

Di nuovo mentì.

Vuoi che venga io? Ti do una mano.

Faccio da sola.

Sua madre arrivò ugualmente.

Comè la situazione qui? guardò in giro. Santo cielo, Martì, guardati!

Martina si guardò allo specchio. Era un disastro.

E Giacomo dovè?

A lavoro.

Alle otto di sera?

Martina taceva.

Cosè successo?

E Martina scoppiò a piangere. Come una bambina: forte, disperata.

Se nè andato. Ha detto che vuole vivere per sé.

Sua madre stette zitta a lungo. Poi:

Stronzo. Stronzo vero.

Martina era stupita: non laveva mai sentita dire una parolaccia.

Ho sempre pensato che Giacomo fosse debole. Ma così tanto no.

Mamma, forse ho sbagliato. Forse avrei dovuto capirlo.

Martì, ma tu non sei stanca?

In quella semplicità, Martina capì: aveva sempre pensato solo a me, Giacomo. Alla mia stanchezza, al mio benessere.

Mai una parola su sé stessa.

Che dovrei fare?

Vivere. Senza di lui. Meglio sola che con uno così.

Tornai il sabato. Abbronzato. Pensando evidentemente in campagna.

Parliamo?

Sì.

Ci sedemmo.

Senti, Martì, capisco che è dura. Ma anche per me non è facile. Possiamo trovare un accordo? Ti aiuto con i soldi, vengo a trovare Matteo, ma intanto vivo per conto mio.

Quanto?

Cosa?

Soldi. Quanto?

Boh, tipo 500 euro al mese.

Cinquecento euro. Per latte, pannolini, medicine.

Giacomo, vattene.

Cosa?!

Hai capito. Non tornare.

Ma ti faccio una proposta seria!

Proposta? Vuoi la tua libertà? E la mia dovè?

E allora dissi la frase che mise ogni cosa al suo posto:

Ma che libertà vuoi tu, che ormai sei madre!

Martina mi guardava; lì ero proprio io. Un immaturo egoista che pensa che essere madre sia una condanna.

Domani faccio domanda per gli alimenti. Un quarto dello stipendio. È la legge.

Non hai il coraggio!

Ce lho.

Me ne andai sbattendo la porta. E Martina, per la prima volta, sentì che respirava meglio.

Matteo piangeva. Ma lei sapeva: ce lavrebbe fatta.

Passò un anno.

Provai a tornare due volte.

Martì, riproviamo?

Troppo tardi.

Mi lamentavo che Martina era diventata una stronza. Ma nessuno ci credeva.

Martina trovò una tata; iniziò a lavorare come infermiera.

In ospedale conobbe il dottor Andrea.

Hai figli?

Un figlio.

E il papà?

Vive per sé stesso.

Li fece conoscere. Andrea regalò una macchinina a Matteo. Giocavano e ridevano assieme.

Poi andarono spesso tutti e tre al parco.

Scoprii della cosa e la chiamai.

Il bambino ha un anno, e tu già con altri uomini!

Che pensavi? Che ti aspettassi qui?

Ma sei madre!

Già, madre. E quindi?

Non chiamai più.

Andrea era diverso. Quando Matteo stava male, arrivò subito. Se Martina era troppo stanca, la portava nella sua casa in campagna.

Ora Matteo ha due anni. Chiama Andrea “zio”. Non si ricorda di me.

Io mi sono risposato. Pago gli alimenti.

Martina non mi odia.

Ora anche lei vive per sé stessa. Ed è una cosa bellissima.

Dal racconto di tutto questo ho imparato che la libertà vera viene dal rispetto reciproco, dal non avere paura di stare soli e dal coraggio di ripartire quando la vita lo chiede.

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– Voglio finalmente pensare a me stesso e dormire, – ha dichiarato mio marito mentre usciva di casa Tre mesi. Questo è quanto è durato il delirio. Tre mesi di notti insonni in cui il piccolo Massimino urlava talmente forte che i vicini bussavano sul muro. Tre mesi in cui Marina girava per casa come uno zombie dagli occhi rossi e dalle mani tremanti. E Igor? Passeggiava per l’appartamento corrucciato come una nuvola nera. – Ti rendi conto che al lavoro sembro un barbone? – tuonò un giorno, fissandosi allo specchio. – Ho delle occhiaie che arrivano alle ginocchia. Marina taceva. Dava il biberon, cullava, di nuovo nutriva. Un circolo vizioso. E Igor, suo marito, invece di aiutarla si lamentava soltanto. – Senti, magari tua madre può venire ad aiutarci? – propose una sera, stiracchiandosi dopo la doccia. Lui era sempre fresco, riposato. – Mi è venuta un’idea, forse potrei andare una settimana dal mio amico in campagna… Marina rimase di sasso con il biberon in mano. – Ho bisogno di riposo, Marina. Sul serio. – iniziò a riempire una borsa sportiva – È da settimane che non dormo bene. E lei invece dormiva?! Le si chiudevano gli occhi, ma appena si coricava Massimino iniziava a piangere. Ed era già la quarta volta quella notte. – Non è facile neanche per me, – sussurrò Marina. – Lo so che è dura, – tagliò corto Igor, infilando nella borsa la sua camicia preferita. – Ma io ho un lavoro serio, tante responsabilità. Non posso presentarmi dai clienti con questa faccia. Poi accadde qualcosa di strano. Marina si vide dall’esterno: lei, col vecchio accappatoio, i capelli arruffati, un neonato urlante in braccio. E lui che prepara la valigia per scappare via. – Voglio vivere per me e dormire, – borbottò Igor senza nemmeno guardarla. La porta sbatté. Marina rimase lì in mezzo al soggiorno col figlio piangente, sentendo dentro di sé tutto crollare. Passò una settimana. Poi un’altra. Igor chiamò tre volte appena, chiedendo come stava. Il tono distaccato, come chi parla con una conoscente lontana. – Vengo nel weekend. Ma non venne. – Domani ci sono di sicuro. Non arrivò neanche stavolta. Marina cullava Massimino che urlava, cambiava pannolini, preparava pappe. Dormiva mezz’ora per volta fra un pasto e l’altro. – Va tutto bene? – le chiese l’amica. – Benissimo, – mentì. Perché mentire? Che vergogna. Che vergogna che il marito se n’è andato. Che è sola con un neonato. Peggio non poteva andare! Ma il bello iniziò al supermercato, quando incontrò la collega di Igor. – E tuo marito dov’è? – chiese Elena. – Lavora tanto. – Chiaro. Tutti gli uomini, appena ci sono figli, si piazzano al lavoro. – Si chinò: – Ma Igor è spesso in trasferta, vero? – Quali trasferte? – Ma sì, è appena stato a Milano! A un seminario. Ci ha mostrato pure le foto. A Milano? Quando?! Marina ricordò: la settimana precedente Igor non aveva chiamato per tre giorni, dicendo che era impegnato. Non era impegnato, era in vacanza a Milano. Igor arrivò sabato. Con i fiori. – Scusa se sono stato assente, c’è tanto lavoro. – Sei stato a Milano? Si bloccò col mazzo in mano. – Chi te l’ha detto? – Non importa chi. Importa il perché mi menti. – Non mentivo. Solo pensavo ti sarebbe dispiaciuto sapere che ci sono andato senza di te. Senza di lei?! Lei con un neonato non sarebbe comunque andata da nessuna parte! – Igor, io ho bisogno di aiuto. Capisci? Non dormo da settimane. – Prendiamo una tata. – E con che soldi? Tu non li dai. – Come no? Pago l’affitto, le bollette. – E per il cibo? I pannolini? Le medicine? Silenzio. Poi: – Potresti tornare a lavorare? Anche solo part-time? Che stai a fare a casa. Mettiamo la tata. Stare a casa, come se fosse una vacanza! A quel punto Marina prese in braccio Massimino, guardò Igor e capì: quell’uomo non la ama. Proprio no. Non l’ha mai amata. – Vattene. – Dove dovrei andare? – Via. E non tornare finché non decidi cosa vuoi davvero: famiglia o libertà. Igor prese le chiavi e se ne andò. Stette via due giorni. Poi scrisse: “Ci sto pensando”. E Marina, quell’intero tempo, non dormiva. Pensava anche lei. Provate voi a ritrovarvi soli con le vostre idee, la prima volta dopo mesi. Telefonò la madre: – Marinka, come va? Igor non c’è? – È in trasferta. Ancora bugie. – Vengo io, ti aiuto? – Ce la faccio. Ma la madre arrivò comunque. – Com’è qui? – guardò attorno. – Madre santa, Marina, guardati! Marina si specchiò. Davvero, bella situazione. – E Igor? – Lavora. – Alle otto di sera? Marina tacque. – Cosa sta succedendo? E Marina scoppiò a piangere. Davvero, come una bambina: forte, disperata. – È andato via. Vuole pensare a sé. La madre taceva. Poi: – Che schifo. Proprio schifo. Marina rimase stupita: sua madre non aveva mai insultato nessuno. – Ho sempre pensato che Igor fosse debole. Ma così tanto… – Mamma, magari ho sbagliato io? Dovevo capirlo? – Marina, a te non pesa tutto questo? Con la franchezza materna, Marina capì: aveva sempre pensato solo a Igor. Alla sua stanchezza, al suo benessere. Mai, una volta, a sé stessa. – Che devo fare? – Vivere. Senza di lui. Meglio sola che con uno così. Igor tornò sabato. Abbronzato. Evidentemente “ha pensato” in campagna. – Possiamo parlarne? – Sì. Si sedettero al tavolo: – Marina, capisco che è dura. Ma anche per me non è stato facile. Possiamo trovare un accordo? Passo i soldi, vengo a trovare il piccolo. Però ora voglio vivere da solo. – Quanto? – Cosa? – I soldi. Quanto? – Tipo diecimila euro. Diecimila euro per bambino, cibo, medicine. – Igor, vattene all’inferno. – Cosa?! – Hai capito. E non farti più vedere. – Marina, è una proposta seria! – Seria? Vuoi la libertà? E la mia libertà? Igor disse la frase che chiarì tutto: – Ma tu non hai libertà. Sei madre! Marina lo guardò: ecco il vero Igor. Un egoista infantile che pensa che la maternità sia una condanna. – Domani chiedo gli alimenti. Un quarto dello stipendio. Per legge. – Non lo farai mai! – Eccome se lo faccio. Se ne andò sbattendo la porta. E per la prima volta Marina si sentì più leggera. Massimo piangeva. Ma ora sapeva: ce l’avrebbe fatta. Passò un anno. Igor tentò di tornare due volte. – Marina, ci riproviamo? – Troppo tardi. Igor la chiamava “arpia”. Ma non ci credeva nemmeno lui. Marina trovò una tata, si mise a lavorare come infermiera. In ospedale conobbe Andrea, un medico. – Figli? – Un maschietto. – E il papà? – Vive per sé. Lo presentò. Andrea portò un trenino a Massimino. Giocavano e ridevano insieme. Poi spesso uscivano tutti al parco. Igor lo scoprì. Chiamò: – Il bambino ha un anno e tu già con un altro? – Cosa pensavi? Che ti aspettassi? – Ma tu sei madre! – Sì, madre. E poi? Non chiamò più. Andrea era un uomo diverso. Quando Massimo si ammalava, veniva subito. Quando Marina era sfinita, la portava in campagna. Oggi Massimino ha due anni. Chiama Andrea “zio”. Igor non se lo ricorda più. Igor si è risposato. Paga gli alimenti. Marina non è più arrabbiata. Anche lei ora vive per sé stessa. Ed è bellissimo.