Voglio vivere un po per me stesso e finalmente dormire, ha detto mio marito quando se ne è andato.
Tre mesi. Tanto è durata questa follia. Tre mesi di notti insonni, con Matteo che urlava talmente forte che i vicini bussavano sul muro. Tre mesi in cui Martina sembrava un fantasma, con gli occhi rossi e le mani che tremavano.
E io, Giacomo, andavo in giro per la casa cupo come una nuvola di tempesta.
Te lo immagini? Sembro un barbone al lavoro! mi lamentai una mattina, fissandomi allo specchio. Le occhiaie arrivano alle ginocchia.
Martina taceva. Allattava nostro figlio, lo cullava, poi ancora lo allattava. Un giro senza fine. E io, invece di darle una mano, continuavo solo a lamentarmi.
Senti, magari tua mamma potrebbe venire un po qui, proposi una sera stiracchiandomi dopo la doccia, fresco e riposato. Magari passo una settimana da Luca a una casa in campagna.
Martina rimase lì, con il biberon tra le mani.
Mi serve riposo, Martina. Sul serio. E cominciai a mettere vestiti nella borsa sportiva. Non dormo bene da settimane.
E lei di certo non riposava! Gli occhi le si chiudevano, ma appena si sdraiava, Matteo iniziava a piangere. E per la quarta volta quella notte.
Anche per me è dura, sussurrò Martina.
Lo so che è dura, risposi, infilando la camicia preferita nella borsa. Ma io ho una professione seria, responsabilità. Non posso presentarmi così davanti ai clienti.
Quella sera successe qualcosa di strano. Martina mi guardò come da lontano: lei con la vestaglia sporca, i capelli arruffati, in braccio il piccolo che gridava. Io, che preparavo la valigia per scappare via.
Voglio vivere per me e finalmente dormire, borbottai, senza neanche guardarla.
La porta sbatté.
Martina rimase in piedi nel mezzo del soggiorno, con Matteo che piangeva. Sentiva franare tutto dentro.
Passò una settimana. Poi unaltra.
Chiamai tre volte solo chiedevo come stavano. Voce distante, fredda, come se parlassi con una conoscente.
Torno nel weekend.
Non tornai.
Domani arrivo di sicuro.
E di nuovo non ci fu traccia di me.
Martina cullava il piccolo urlante, cambiava i pannolini, preparava il latte. Dormire? Mezzora ogni tanto, tra una poppata e laltra.
Tutto bene? le chiedeva unamica.
Benissimo, mentiva.
Perché mentiva? Si vergognava. Si vergognava di essere stata lasciata da me, sola con un bambino piccolo.
Pensava non potesse andar peggio! Ma la sorpresa arrivò al supermercato: incontrò Claudia, una mia collega.
E tuo marito dovè finito? chiese Claudia.
Lavora tanto.
Capisco. Sono tutti uguali: appena arriva il bambino, si rifugiano sul lavoro, Claudia si avvicinò: Ma Giacomo ha spesso trasferte? Parlo delle ultime settimane
Che trasferte?
Eh, è stato a Milano da poco! Per un convegno. Mi ha fatto vedere le foto.
A Milano? Quando!?
Martina ricordò: la scorsa settimana non chiamai per tre giorni. Avevo detto di essere impegnato.
Mentivo, non ero impegnato. Ero in vacanza a Milano.
Tornai il sabato, con dei fiori.
Scusa se sono stato via a lungo. Tanto da fare a lavoro.
Sei stato a Milano?
Mi bloccai con il mazzo di fiori in mano.
Chi lo dice?
Non importa chi. Importa perché menti.
Non sto mentendo. Solo, pensavo ti dispiacesse se ti avessi lasciata a casa sola.
Sola!? Lei comunque con un neonato non sarebbe potuta venire.
Giacomo, io ho bisogno di aiuto. Capisci? Io non dormo da settimane.
Facciamo così: prendiamo una tata.
Con quali soldi? Non mi dai niente.
Come non ti do? Pago laffitto, la luce, il gas.
E per la spesa? I pannolini? Le medicine?
Restai in silenzio. Poi:
Potresti tornare al lavoro. Almeno part-time. Che senso ha stare a casa? Così prendiamo una tata.
Come se stare a casa fosse una vacanza!
In quel momento Martina prese Matteo in braccio, mi guardò e capì: non lavevo mai amata.
Mai.
Vai via.
Dove?
Fuori. E non tornare finché non capisci se ti importa di più la famiglia o la libertà.
Presi le chiavi e me ne andai. Per due giorni. Poi mandai un messaggio: Sto pensando.
Nel frattempo Martina non dormiva. E pensava anche lei.
Immaginate di essere rimasti soli, finalmente, con i vostri pensieri dopo mesi.
Sua madre chiamò:
Martì, come va? Giacomo non è a casa?
In trasferta.
Di nuovo mentì.
Vuoi che venga io? Ti do una mano.
Faccio da sola.
Sua madre arrivò ugualmente.
Comè la situazione qui? guardò in giro. Santo cielo, Martì, guardati!
Martina si guardò allo specchio. Era un disastro.
E Giacomo dovè?
A lavoro.
Alle otto di sera?
Martina taceva.
Cosè successo?
E Martina scoppiò a piangere. Come una bambina: forte, disperata.
Se nè andato. Ha detto che vuole vivere per sé.
Sua madre stette zitta a lungo. Poi:
Stronzo. Stronzo vero.
Martina era stupita: non laveva mai sentita dire una parolaccia.
Ho sempre pensato che Giacomo fosse debole. Ma così tanto no.
Mamma, forse ho sbagliato. Forse avrei dovuto capirlo.
Martì, ma tu non sei stanca?
In quella semplicità, Martina capì: aveva sempre pensato solo a me, Giacomo. Alla mia stanchezza, al mio benessere.
Mai una parola su sé stessa.
Che dovrei fare?
Vivere. Senza di lui. Meglio sola che con uno così.
Tornai il sabato. Abbronzato. Pensando evidentemente in campagna.
Parliamo?
Sì.
Ci sedemmo.
Senti, Martì, capisco che è dura. Ma anche per me non è facile. Possiamo trovare un accordo? Ti aiuto con i soldi, vengo a trovare Matteo, ma intanto vivo per conto mio.
Quanto?
Cosa?
Soldi. Quanto?
Boh, tipo 500 euro al mese.
Cinquecento euro. Per latte, pannolini, medicine.
Giacomo, vattene.
Cosa?!
Hai capito. Non tornare.
Ma ti faccio una proposta seria!
Proposta? Vuoi la tua libertà? E la mia dovè?
E allora dissi la frase che mise ogni cosa al suo posto:
Ma che libertà vuoi tu, che ormai sei madre!
Martina mi guardava; lì ero proprio io. Un immaturo egoista che pensa che essere madre sia una condanna.
Domani faccio domanda per gli alimenti. Un quarto dello stipendio. È la legge.
Non hai il coraggio!
Ce lho.
Me ne andai sbattendo la porta. E Martina, per la prima volta, sentì che respirava meglio.
Matteo piangeva. Ma lei sapeva: ce lavrebbe fatta.
Passò un anno.
Provai a tornare due volte.
Martì, riproviamo?
Troppo tardi.
Mi lamentavo che Martina era diventata una stronza. Ma nessuno ci credeva.
Martina trovò una tata; iniziò a lavorare come infermiera.
In ospedale conobbe il dottor Andrea.
Hai figli?
Un figlio.
E il papà?
Vive per sé stesso.
Li fece conoscere. Andrea regalò una macchinina a Matteo. Giocavano e ridevano assieme.
Poi andarono spesso tutti e tre al parco.
Scoprii della cosa e la chiamai.
Il bambino ha un anno, e tu già con altri uomini!
Che pensavi? Che ti aspettassi qui?
Ma sei madre!
Già, madre. E quindi?
Non chiamai più.
Andrea era diverso. Quando Matteo stava male, arrivò subito. Se Martina era troppo stanca, la portava nella sua casa in campagna.
Ora Matteo ha due anni. Chiama Andrea “zio”. Non si ricorda di me.
Io mi sono risposato. Pago gli alimenti.
Martina non mi odia.
Ora anche lei vive per sé stessa. Ed è una cosa bellissima.
Dal racconto di tutto questo ho imparato che la libertà vera viene dal rispetto reciproco, dal non avere paura di stare soli e dal coraggio di ripartire quando la vita lo chiede.






