L’Uomo della Fotografia

Quando Alessandra compì trentanni, la vita le apparve come una lunga pausa.

Di giorno era chiusa nella piccola azienda informatica di una zona industriale di Milano, corretta testi per il sito, aggiustava virgole e scriveva brevi etichette per i pulsanti. La sera tornava nella sua monolocale al settimo piano di un palazzo di mattoni, con dalla finestra solo la parete grigia delledificio accanto e una stretta striscia di cielo. Condivideva la vita con Andrea, programmatore nello stesso ufficio, ma il loro rapporto da un anno era fermo tra ci vediamo e qualcosa di più definito.

Si incontravano duetre volte a settimana. A volte Andrea restava da lei, a volte lei andava a casa sua, in un appartamento ordinato, quasi spoglio, con pareti bianche e la TV appoggiata al muro. Le conversazioni si limitavano sempre più a progetti, serie TV e a dove fosse più conveniente comprare la spesa. Quando il discorso si spostava sul futuro, Andrea scherzava o diceva che non è il momento di correre.

Alessandra annuiva, ma dentro sentiva una stretta che si stringeva ogni volta. Non riusciva a formulare ciò che desiderava davvero. Da un lato la spaventava lidea del matrimonio e dei figli, con la paura di dover rinunciare a qualcosa. Dallaltro, quellincertezza prolungata la logorava.

Allinizio di aprile la madre la chiamò: bisognava sistemare le cose vecchie della nonna. Lappartamento dove la nonna viveva doveva essere venduto, parte dei mobili e dellutensileria fossero smontati. La nonna era morta lautunno scorso e nessuno aveva toccato il suo armadio e le sue mensole.

Sei la più ordinata di noi, le disse la madre. Lavoro fino a tardi, zia Nina verrà ad aiutare, ma le è pesante trasportare le scatole. Vai a dare unocchiata e vedi cosa possiamo buttare.

Alessandra accettò senza entusiasmo. Amava la nonna, ma negli ultimi anni la donna viveva in un proprio mondo, confondeva i nomi e dimenticava chi era venuto il giorno prima. I ricordi di lei erano più legati al profumo di marmellata e al fruscio dei giornali vecchi.

Sabato mattina prese il treno per la casa della nonna a un sobborgo di Torino, in una palazzina di nove piani. Lingresso puzzava di polvere e di qualcosa di antico. La porta cigolò come sempre. Dentro cera lo stesso tappeto logoro, il divano grigio coperto da una coperta, le credenze con ante di vetro.

Zia Nina era già lì, una donna bassa e rotonda, avvolta in una vestaglia blu scuro, con un panno in mano, che indicava dove mettere libri e stoviglie.

Non buttare gli album fotografici, disse subito. La mamma li ha tenuti tutti.

Alessandra annuì e si avvicinò alla credenza inferiore, dove giacevano vecchie cartelle e scatole. La polvere solleticava il naso, il vetro tremolava appena quando spostava le pile di buste ingiallite.

Tra quaderni e cartoline trovò una piccola cornice di legno con una foto. Il vetro era un po offuscato, ma i volti erano chiari. Una donna di circa trentanni, forse un po più, stava in un parco. Cappelli tirati indietro, un vestito chiaro a fantasia. Accanto a lei un uomo in uniforme militare, senza copricapo, capelli corti e scuri, che guardava verso la fotocamera mentre la donna lo fissava. Nei suoi occhi cera qualcosa che Alessandra non aveva mai visto in altri ritratti.

Girò la cornice. Sul retro, con inchiostro sbiadito, era scritto: Lidia e Carlo. 1947. Sotto, lettere illeggibili, come se qualcuno avesse iniziato a scrivere e poi avesse interrotto.

Zia Nina, chi è? domandò Alessandra, mostrando la cornice.

Zia Nina la fissò, trattenendo il respiro per un attimo.

Oh, è roba vecchia, disse frettolosamente girandosi. Mettila con le altre.

Ma la nonna e quel Carlo. Non ne ho mai sentito parlare.

Si fotte con chi vuole farsi foto, scrollò le spalle. Dopo ti spiego. Guarda in fondo, ci sono gli album, non confonderli con le riviste.

Il tono era troppo rapido. Alessandra sentì linteresse riaccendersi. Riguardò il volto delluomo: non cera nulla di familiare, né nei lineamenti né nellespressione. Ma lo sguardo della nonna verso di lui la teneva incollata.

Il resto del giorno lo passarono a smistare cose. Alla sera Alessandra portò a casa una scatola di foto e lettere, dicendo che le avrebbe sistemate. Zia Nina alzò le spalle.

Fai come vuoi. A me queste carte non servono più.

Tornata al suo monolocale, pose la scatola sul tavolo e la fissò per un po. Andrea le aveva mandato un messaggio dicendo che non sarebbe potuto venire, un deadline urgente. Lei rispose va bene e silenziò il telefono.

Il rumore della carta riempì la stanza mentre sfogliava le foto. Cerano la nonna adolescente in uniforme scolastica, la madre piccola con un cappellino di lana, un tavolo da giardino con gente sconosciuta. La foto con luomo in uniforme era leggermente spostata, appoggiata al muro.

Alessandra si scoprì a guardare quellimmagine più e più volte, finché, infine, la pose davanti a sé.

Lidia e Carlo. 1947.

La famiglia aveva sempre detto che la nonna Lidia si era sposata con il nonno Vittorio alla fine degli anni 40. Parlavano poco della guerra, solo frasi generiche. Il nonno era morto quando la madre aveva cinque anni. Nessun altro uomo della vita di Lidia era mai stato menzionato.

Scattò due foto con il cellulare per mostrarle alla madre e ripose la cornice in un angolo. Quella notte non riuscì a dormire, la mente popolata da domande.

Il giorno dopo andò a trovare la madre, che abitava a due fermate dalla metropolitana, in un bilocale con un balcone pieno di vasi di fiori.

Allora, hai smontato? chiese la madre, servendo tè e biscotti. Nina si è lamentata?

Si è lamentata, ma con calma, rispose Alessandra, tirando fuori la foto. Mamma, la conosci?

La madre prese la cornice, strinse gli occhi. Il suo volto cambiò leggermente, poi tornò al solito.

È tua nonna. Non la riconosci?

E luomo?

Che uomo? fingeva di osservare lo sfondo. Ah, quello. Non lo ricordo, forse un conoscente. Era il 1947, tutti si scattavano foto.

Cè scritto Lidia e Carlo. Non mi hai mai parlato di lui.

La madre posò la cornice sul tavolo e prese il tè.

Già, la vita è breve. Avevo la mia giovinezza, i miei amici. Che senso ha scavare nel passato?

Ma dovevi sapere chi era. Era in uniforme, forse un compagno di guerra?

Perché ti interessa? la voce della madre si indurì. Luomo non è più, e tua nonna non è più. Perché scavare nei ricordi?

Alessandra sentì la frustrazione crescere.

Solo curiosità. Ho capito che conosco così poco di lei. Non parlava mai di nulla.

Allora non dovevi volerlo, tagliò la madre. Alcune cose è meglio lasciarle tranquille.

Alessandra si alzò, andò in cucina a preparare altro tè. Il dialogo era chiuso.

Guardò ancora la foto. Non era tanto lassenza di risposta a colpirla, quanto la difensiva improvvisa. Se fosse stato solo un conoscente, la madre non avrebbe reagito così.

Tornata a casa, ingrandì il retro della foto sul cellulare. Sotto Lidia e Carlo. 1947 cera una scritta quasi invisibile: Giugno. Nientaltro.

Nei giorni seguenti il lavoro proseguì, ma il pensiero alluomo in uniforme non la lasciava. Durante le pause, fissava il volto sullo schermo del telefono, tentando di intuire il suo carattere.

Andrea la invitava più volte a uscire, ma trovava sempre un impegno: una sessione di palestra, un incontro con amici, una correzione urgente di codice. Alessandra accettava di rimandare, sentendo crescere una stanchezza più profonda.

Una sera, mentre sfogliava la scatola di lettere, trovò una foto in cui la nonna, in giacca di lana, posava davanti a uninsegna Casa della Cultura dei Ferrovieri, con la data Calcinato, 1949. Capì che dopo la guerra la nonna aveva vissuto per un po in quella cittadina.

Accese il laptop e cercò informazioni sul luogo, trovò un forum di appassionati di storia locale, dove si discuteva di liste dei caduti e dei dispersi. Pensò che, se Carlo fosse stato militare, il suo cognome sarebbe comparso lì.

Il fine settimana chiamò zia Nina.

Zia Nina, la nonna ha vissuto a Calcinato dopo la guerra?

Sì, per un po. Lì lhanno evacuati e ci sono rimasti finché non poterono tornare. Perché lo chiedi?

Non ricordi chi è Carlo nella foto?

Ah, quel Carlo esitò. Ascolta, Alessandra, lascia perdere. La guerra, la fame, la gente che arrivava e se ne andava.

Ma sai qualcosa.

So, ma non voglio parlare. Non è che ci sia un segreto, è che mi fa male ricordare. E a tua madre non piacerebbe che roviniamo il suo passato.

Non voglio giudicare nessuno, voglio solo capire che tipo era la nonna, non solo la vecchia signora che ricordo.

Zia Nina fece una pausa, poi disse:

Vieni domenica da me, solo tu. Parliamo.

La settimana successiva Alessandra camminò come su aghi. Al lavoro correggeva meccanicamente i testi; la sera setacciava le lettere, sperando di trovare un riferimento a Carlo. Tuttavia, le buste contenevano principalmente cartoline da amiche e qualche raro messaggio di Vittorio.

Giovedì Andrea propose una vacanza al mare.

Possiamo prendere un volo low cost, due settimane, disse al telefono. Hai già chiesto il permesso per le ferie?

Sì, rispose Alessandra. E poi?

Che intendi?

Beh, andremo, ci rilasseremo. E dopo?

Lui rimase in silenzio.

Dopo avrà luogo lautunno, i progetti, il lavoro la vita, concluse infine. Ti sembra?

Alessandra avvertì crescere lirritazione che già conosceva.

Va bene, ne parleremo più tardi, disse, chiudendo la chiamata.

Domenica arrivò alla casa di zia Nina, una vecchia palazzina di mattoni vicino a un parco. Laria profumava di cipolla fritta e di bucato asciutto. Sui muri cerano tappeti con motivi di cervi e foto di bambini e nipoti.

Entra, disse Nina, aggiustandosi gli occhiali. Vuoi un tè?

Si sedettero al tavolo della cucina. Nina pose la tazza davanti a lei, poi incrociò le mani.

Allora, vuoi sapere di Carlo, iniziò senza preamboli. Ascolta, poi pensa a come dirlo a tua madre. Lei ha vissuto tutto a modo suo.

Alessandra trattenne il respiro.

Tua nonna Lidia è nata qui, a Milano, continuò Nina. Prima di allora viveva a Calcinato. Durante levacuazione ha incontrato Carlo, un tenente ferito, ricoverato in un ospedale. Lo tennero vicino alla guarnigione, quasi come una guardia.

Un sorso di tè, un attimo di silenzio.

Si amavano, sussurrò Nina. Ricordo che portava cioccolato, una rarità allora. Lidia rideva con lui. Io ero piccola, ma lo ricordo.

Perché non è diventato mio nonno? chiese Alessandra, sentendo il peso del suo cuore.

Perché lo portarono via, rispose Nina, fissando fuori dalla finestra. Nel 1947 ci furono controlli, verifiche. Si scoprì che il fratello di Carlo era stato prigioniero. Lo arrestarono, e non tornò più. Lidia lo aspettò per un anno, poi due, poi la famiglia le consigliò di non cercarlo più, altrimenti avrebbero sparito anche loro. Così si risposò con Vittorio, un operaio del reparto e membro del partito. Era un uomo onesto, ma non lamava come Carlo.

Una pausa carica di emozione.

Tua madre lo sapeva? domandò Alessandra.

Lo scoprì per caso, quando era adolescente, trovò alcune lettere. Lidia le strappò, dicendo che erano vecchie sciocchezze. Ma la ragazza capì che sua madre aveva unaltra vita, un altro amore, e che quellamore era finito senza che potesse farci nulla.

Alessandra sentì un nodo salire in gola. Provava compassione per la nonna, per la madre, per quelluomo in uniforme.

Perché tua madre reagisce così? chiese. Sono passati decenni.

Perché ha vissuto tutta la vita con la sensazione che suo padre non fosse quello che più amava, la voce di Nina divenne più flebile. Ha detto: Sono solo un ostacolo. Se non fossi stata io, mamma avrebbe potuto aspettare Carlo. I figli tendono a pensare così. Poi, anche da adulta, quel sentimento rimane. Perciò si aggrappa alla famiglia giusta, alla sicurezza, e ogni ricordo di Carlo è per lei un coltello.

Alessandra ricordò i detti della madre: Il più importante è la famiglia, Non inventarti passioni, vivi tranquilla. Ora quelle parole suonavano diverse.

La nonna si pentiva? chiese piano.

Non lo so. Non lo ha mai detto apertamente. A volte, quando pensava che non la vedessi, apriva una lettera e la leggeva. Il suo volto era vivo, triste, forse colmo di rimorso. La gente di allora temeva molto.

Silenzio. Unauto passò fuori, le lancette dellorologio ticchettavano.

Non odi tua madre, concluse Nina. È sua verità. Non tutto deve emergere, ma neanche farsi finta di nulla. Hai scoperto qualcosa, ed è bene. Forse vedrai le cose da una prospettiva più ampia.

Al ritorno, Alessandra camminò a piedi, evitando la metropolitana, e i ricordi di Nina le rimbalzavano nella testa: la nonnaAlessandra, guardando la foto di Lidia e Carlo, capì che il silenzio del passato non era più una catena, ma la chiave per aprire il proprio futuro.

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