Verso una nuova vita
Mamma, ma quanto dobbiamo ancora restare in questo paesino sperduto? Qui non siamo neanche in provincia, siamo nella provincia della provincia! cantilenava mia figlia preferita, Chiara, rincasando dal bar sotto casa.
Chiara, te lho detto mille volte: qui cè la nostra casa, le nostre radici. Io non mi muovo da qui.
Mia madre era distesa sul divano con le gambe sopra un cuscino, quella che lei chiamava la posizione di Garibaldi a Marsala.
Ancora con sta storia delle radici! Tra dieci anni le tue radici saranno marce, e arriverà il prossimo tipo strambo che proverai a farmi chiamare papà.
Dopo queste parole un po cattive, mamma si alzò e si avvicinò allo specchio nellarmadio.
Le mie radici stanno benissimo, non esagerare
Dico solo che per ora sono fresche, ma tra un po finirai a scegliere tra una zucca, una rapa o una patata dolce. Decidi pure, da chef sei libera.
Figlia mia, se vuoi andare, vai. Hai già letà per fare tutto quello che vuoi, restando nei limiti della legge. Io perché ti servirei?
Per la mia coscienza, mamma. Se parto per una vita migliore, chi si preoccuperà di te qui?
Assicurazione sanitaria, stipendio fisso, internet, e poi si troverà qualcuno, proprio come hai detto tu. Per te è facile cambiare, sei giovane e al passo coi tempi, e non sei ancora stufa dei ragazzi moderni. Io invece sento già il richiamo del cimitero monumentale.
Ma dai! A sentirti sembri una coetanea dei miei amici, e hai solo quarantanni
Ecco, dovevi proprio ricordarmelo? Giusto per rovinarmi la giornata?
Sempre meglio suonare la cifra in anni da gatto, no? Solo cinque si è subito corretta Chiara.
Perdonata.
Mamma, finché siamo in tempo prendiamo questo benedetto treno e partiamo! Qui, ormai, non cè niente che ci trattenga.
Solo un mese fa ho ottenuto che il nostro cognome fosse scritto giusto sulla bolletta del gas. E siamo pure agganciate a questa ASL! tirò fuori gli ultimi argomenti mamma.
Con la tessera sanitaria puoi andare ovunque! E la casa possiamo anche non venderla, così casomai torniamo indietro. Bastano pochi mesi e ti faccio vedere davvero come si vive!
Come mi disse il ginecologo durante lecografia: Stia certa, non le darà mai tregua. Credevo scherzasse. Poi quel medico vinse il bronzo a Chi ha il sesto senso. Va bene, partiamo. Ma se non funziona, prometti che mi lasci tornare senza tragedie.
Promesso!
Lo stesso mi aveva detto il tuo autore in Comune, ma siete troppo simili voi due
***
Non perdevano tempo con la città capoluogo, e puntarono dritto su Roma. Prelevarono tutti i loro risparmi tre anni di sacrifici ed entrarono trionfanti in un monolocale in periferia, stretto tra il mercato e la stazione degli autobus, pagando quattro mesi daffitto in anticipo. I soldi finirono molto prima che potessero spenderli davvero.
Chiara era tranquilla e piena di energia. Non perse neanche un minuto con lallestimento della casa: si buttò a capofitto nella vita creativa, mondana e notturna della città. Sembrava nata già romana: faceva amicizia al volo, imparò subito i locali più frequentati, si vestiva e si muoveva come una vera capitolina, come se fosse spuntata da Piazza di Spagna, non da qualche paese dimenticato tra le colline.
Mamma invece viveva tra una tisana rilassante al mattino e una pastiglia per dormire la sera. Già il primo giorno, nonostante gli inviti di Chiara a uscire, si mise subito a cercare lavoro. Le offerte romane sembravano uno scherzo: tanto richieste quanto sottopagate, con sempre qualche fregatura dietro langolo. Dopo un paio di conti veloci, previde senza laiuto di maghi: sei mesi al massimo, poi si torna a casa.
Non ascoltando le critiche della figlia, seguì la sua strada: trovò lavoro come cuoca in una scuola privata, e la sera lavava i piatti in un baretto sotto casa.
Mamma, sei di nuovo sempre tra i fornelli! Sembra che non ci siamo mai mosse! Così non scoprirai mai le gioie della città. Imparati qualcosa di nuovo! Fai la designer, la sommelier, la truccatrice almeno! Va in metro, bevi caffè, ambientati, dai!
Chiara, io non sono pronta a rimettermi a studiare. E poi cavolo, mi adatto, figurati Pensa a te piuttosto.
Dopo qualche sospiro per le vedute datate della madre, Chiara si sistemava a suo modo: si piazzava al bar dove pagavano per lei giovani emigrati come lei; trovava il suo equilibrio mentale tra social, rune e consigli esoterici; e si infilava ovunque si parlasse di successo e soldi. Di lavorare per davvero, però, per il momento, non ne aveva alcuna intenzione: a suo parere doveva prima tastare il polso della città.
Dopo quattro mesi la mamma riuscì a pagare laffitto con i soldi guadagnati, lasciò il secondo lavoro da sguattera e iniziò a cucinare per una seconda sede della scuola. Chiara intanto aveva già mollato qualche corso, fatto un provino in radio, partecipato come comparsa a un film universitario (pagata in pasta al ragù) e conosciuto due aspiranti musicisti romani alla maniera dei fratelli Grimm, di cui uno si rivelò un vero asino, laltro un casanova allergico alla monogamia.
***
Mamma, vuoi uscire stasera? Ordiniamo una pizza e guardiamo un film? Io sono distrutta, zero voglia di muovermi sbadigliava Chiara in posizione Garibaldi sul ponte, mentre mamma si sistemava i capelli davanti allo specchio.
Ordina pure, ti faccio un bonifico. Non lasciarne per me, tanto non penso che avrò fame stasera, quando torno.
Torni da dove? si drizzò Chiara, fissando la schiena della madre.
Mi hanno invitata a cena, si staccò dallo specchio e rise come una ragazzina.
Ma chi? Chiara per nulla entusiasta.
Sono venuti dei controllori a scuola. Gli ho preparato le polpette che tu amavi da bambina. Il capo della commissione ha chiesto di conoscere la chef. Ho riso: chef in una scuola, ah! Ma ci siamo presi un caffè come mi consigliavi tu. Ora mi ha invitata a cena, cucino io qualcosa da portargli.
Ci vai? Da un uomo che neanche conosci? A cena?
E cosa cè di strano?
Non hai pensato che forse non desidera solo cenare, mamma?
Chiara. Ho quarantanni e sono single. Lui quarantacinque, bello, intelligente, libero. Quello che si aspetta da me, qualunque esso sia, mi va bene.
Ma ti rendi conto? Sembri quella che non ha alternative, come una paesanotta spaesata!
Non ti riconosco più. Sei stata tu a trascinarmi qui per farmi VIVERE, no?
Difficile ribattere a simili argomentazioni. Dimprovviso sentii che ci eravamo scambiati i ruoli, e la cosa non mi piaceva affatto. Presi la pizza più grande su Just Eat e cenai abbuffandomi di malinconia. La tortura finì a mezzanotte, quando mamma rientrò. Neanche accese la luce, tanto era radiosa.
Allora? domandai cupo.
Un tipo in gamba, finalmente romano doc ridacchiò, e poi via in bagno a cantare.
Mamma iniziò a uscire spesso: andò a teatro, al cabaret, a un concerto jazz, prese la tessera in biblioteca, si unì a unassociazione del tè in zona, cambiò medico. Dopo sei mesi già si era iscritta a quelli che oggi chiamano corsi di aggiornamento, collezionò certificati di cucina e inventò piatti complicatissimi.
Nemmeno Chiara perse tempo. Non voleva vivere sulle spalle della mamma e provò a farsi strada in aziende importanti; ma più si impegnava, più le grandi opportunità sembravano svanire. Perse anche nuovi amici troppo impegnati a starle dietro, e alla fine si prese un lavoro da barista, poi da barista notturna.
La routine rubava tempo, energia e disegnava profonde occhiaie. Anche la vita sentimentale non decollava: ogni tanto nel bar qualche ubriaco ci provava, ma nessuno era la definizione di vero amore. Alla fine Chiara non ne poté più.
Mamma, avevi ragione, qui non si combina niente. Scusa se ti ho trascinata, torniamo a casa, annunciò sulla porta dopo lennesima notte complicata.
Tornare dove? chiese mamma, mentre chiudeva una valigia.
Ma come dove? A casa nostra! Dove almeno il cognome è giusto sulle bollette e la ASL ti conosce. Tu avevi ragione fin dallinizio.
Io qui mi trovo benissimo ormai, e non ho intenzione di andarmene, la fermò, guardandola negli occhi rossi di lacrime.
Ma io no! Voglio tornare! Qui non mi piace: la metro, il caffè che costa quanto una bistecca, e in questo ambiente nessuno sorride mai sinceramente. Io qui non ho radici, non ho niente! E tu stai pure facendo la valigia!
Mi trasferisco da Marco, dichiarò mamma allimprovviso.
In che senso, ti trasferisci da Marco?
Già. Ormai tu sei sistemata, paghi l’affitto da sola. Questa è una grande opportunità! Guarda che ti sto facendo un regalo: sei indipendente, lavori, vivi a Roma, e puoi costruirti un futuro. disse senza ironia. Devo solo ringraziarti: se non fosse stato per te, sarei ancora avvizzita nella nostra palude. Qui invece la vita trabocca! Grazie davvero, mi baciò sulle guance, mentre io restavo impietrito.
Ma mamma, e io? Chi si preoccuperà di me ora? dissi ormai tra le lacrime.
Tessera sanitaria, stipendio fisso, connessione: qualcuno lo troverai anche tu, citò mamma se stessa sorridendo.
Quindi mi stai mollando? Così?
Non ti abbandono, ma tu mi avevi promesso: niente drammi, ricordi?
Ricordo… Va bene, dammi le chiavi di casa.
Le ho in borsa. Ma solo una cosa ti chiedo.
Cosa?
Anche la nonna sta pensando di trasferirsi. Lho convinta al telefono con la stessa storia della vita migliore e dei nuovi inizi. Qui al centro postale cercano personale, e lei in quel mestiere ci naviga da quarantanni! Conosce la posta come le sue tasche: ti imbuca una lettera per il Polo Nord anche senza francobollo e quella arriva davvero. Aiutala tu, prima che sia troppo tardi e le sue radici appassiscano…






