Vera tornava di corsa a casa con le borse della spesa, la mente piena di pensieri su cena e compiti dei figli, quando vide l’ambulanza davanti al palazzo e temette per suo marito malato: ma scoprì che il soccorso era per la vicina di casa, la signora Nina Alexandrovna, sola e anziana, che prima di essere portata in ospedale le affidò la chiave e la cura della gatta Murka, raccomandandole anche un biglietto con il numero della figlia Svetlana, con cui non parlava da anni a causa di una vecchia lite; dopo molte esitazioni, Vera chiamò Svetlana, trovandola però ancora arrabbiata e fredda, incapace di perdonare, così Vera le aprì il cuore raccontandole della perdita di sua madre e di quanto ora rimpiangesse ogni momento – solo allora, grazie alle parole semplici di una vicina sconosciuta, nel cuore di Svetlana si riaccese la voglia di riconciliazione, e per Capodanno madre e figlia si riabbracciarono finalmente, dimostrando che nessuna ferita è troppo profonda quando c’è ancora tempo per amare.

Vittoria correva verso casa trascinando borse della spesa talmente pesanti che avrebbe potuto allenarsi per il sollevamento pesi olimpico.

La sua testa era un pentolone di pensieri: preparare la cena, sfamare la banda affamata dei figli, e con il più piccolo cera pure da impanarsi nei compiti.

Già dallaltro lato della strada, Vittoria notò con la coda dellocchio unambulanza parcheggiata davanti al portone. Cuore in gola. Oddio, sarà mica per Marco? pensò subito. Suo marito ogni tanto aveva la salute ballerina che gli fosse venuto un colpo tale da chiamare i soccorsi a sirene spiegate?

«Scusi, questa ambulanza è per il quindicesimo?» chiese con voce tremolante al conducente, mentre le buste le segavano le dita.

«No, per il quattordicesimo appartamento, una nonna che non si sente tanto bene» rispose lui senza troppa fretta.

Vittoria tirò un sospiro. Almeno non a casa sua. Quindi, era per la signora Nina Alessandri: la nonnetta che viveva da sola e aveva superato da un pezzo i settanta.

«Accidenti, ma Nina Alessandri ha la gatta! Se la portano in ospedale, chi penserà alla povera Minù?» rifletteva Vittoria, arrancando sulle scale.

Davanti alla porta della vicina cera un gran viavai. Porte spalancate, barella di traverso, e suo marito Marco che ovviamente era lì a dare una mano ai paramedici a scortare lanziana signora.

«Arriva anche lautista adesso, ce la facciamo insieme,» assicurava il paramedico.

Nina Alessandri, vedendo Vittoria, si illuminò come avesse vinto alla lotteria:

«Vittoria cara, mi portano in ospedale. Ti lascio le chiavi, così puoi occuparti di Minù? Il cibo è già in cucina, la lettiera è pronta non metterti troppe storie, basta cambiarla una volta al giorno. Spero di tornare per Capodanno!» consegnò le chiavi, le mani leggermente tremanti per lagitazione.

«Ma certo che ci penso io alla sua gatta! Guarisca presto, mi raccomando!» disse Vittoria, stringendo con affetto le mani della signora.

«Non si alzi, deve stare ferma!» brontolò il paramedico prima di dare il via alle manovre, «Uh, ecco anche un altro aiutante, bene, muoviamoci»

«Aspetta un attimo,» aggiunse Nina, «Vittoria, ho unaltra richiesta. Sul mobiletto dellingresso cè un foglietto con un numero. Se dovesse andarmi male chiama quel numero. È mia figlia, Simona. Non ci parliamo da una vita per via di una vecchia litigata»

Vittoria la confortò, dicendo che sarebbe andato tutto bene. Quando portarono via la signora, prese il foglietto, controllò che la Minù godesse di ottima salute felina e chiuse la porta.

«Ma lo sai che sono anni che viviamo sullo stesso pianerottolo e non sapevo che Nina avesse una figlia?» disse al marito quando rientrò.

«Nemmeno io, mai visto anima viva lì dentro» rispose Marco, «Ma allora, si mangia oggi o no?»

Vittoria si prese la testa tra le mani e in men che non si dica si immerse nel tipico caos domestico: cena, figli, compiti. Appena messi a letto i ragazzi, le tornò in mente la figlia della signora. Estrasse dal taschino il foglietto, fissando quei numeri come fossero la combinazione per la cassaforte di San Pietro.

Era tardi rischiare una telefonata a una sconosciuta, e pure senza poterle far vedere la madre in ospedale? Decise di rimandare.

Il giorno dopo, durante il turno di visita a Minù (che sembrava pienamente soddisfatta di tutta quella attenzione in più), la tentazione di chiamare Simona si faceva insistente. E dopo una serie di tentennamenti, compose il numero.

«Pronto, Simona?» esordì Vittoria. «Non ci conosciamo, sono la vicina di sua madre. Ieri lhanno portata via in ospedale. Forse dovrebbe andarla a trovare.»

«A me di quella donna non frega più niente!» rispose gelida Simona. «Non la considero più mia madre da anni.»

«Ma diamine, cosa dite!» sbottò Vittoria, poco incline ai drammoni. «Magari non torna più a casa Non le pesa nemmeno un po?»

«Signora, ma si faccia i fatti suoi!» tagliò corto Simona.

«Che cuore di pietra» sospirò Vittoria. «Se potessi rivedere mia madre anche solo per un minuto, darei metà della mia vita. Quando non ci saranno più, vedrà tutta unaltra luce, glielo giuro. Con mia madre ho fatto sei anni di badantato, mica una passeggiata! Certo, a volte avrei voluto tirarle dietro il cuscino, ma ora darei qualunque cosa per averla ancora qui»

E chiuse la chiamata, stufa.

«Allora, Minù,» parlò alla gatta, «se la tua padrona non si rimette, ti tocca traslocare qui da noi. Spero solo che tu e il nostro Arturo la smettiate di farvi la guerra felina. Dal reparto mi hanno detto che per la signora Nina migliorie zero»

Passarono i giorni e laria odorava già di panettone. Vittoria e Marco rientravano con una spesa degna di un veglione, Marco con un abete enorme tra le braccia.

«Aspetta, tieni la porta aperta!» gridò Vittoria a due donne che stavano varcando landrone. Poi si rivolse al marito:

«Dai, Marco, muoviti che pesa sto pino!»

Cercando di non schiacciare addobbi e bambini, Marco fece per entrare. E proprio allora, Vittoria inquadra le due e resta di sasso:

«Ma siete voi?!» esclamò, quasi lasciando cadere i pacchi. «Signora Nina, vi hanno già dimessa?!»

«Eh già, ho insistito e mi hanno fatto tornare per Capodanno! E presento mia figlia, Simona!» e la faccia della signora si fece tutta un sorriso che si mangiava un orecchio.

«Ah, ci conosciamo già… almeno telefonicamente!» rise Simona.

Savviano insieme su per le scale. Simona sorreggeva la madre sottobraccio, poi a bassa voce si avvicinò a Vittoria:

«Grazie per avermi fatto aprire gli occhi in tempo. Passerò dopo a salutarla, posso?»

«Ma certo,» rispose una sorpresa Vittoria.

Mezzora dopo, Simona bussò alla porta dei nostri con un panettone artigianale sotto il braccio. Presero il tè, e lei raccontò:

«Io e la mamma abbiamo litigato per una sciocchezza dieci anni fa. Neanche ricordo per cosa, davvero: forse per lennesima predica. È stata prof di lettere, tutta la vita a insegnarmi la qualunque. Alla fine ci siamo risentite e per orgoglio nessuna delle due ha ceduto. Solo messaggini di rito nei giorni di festa. Sono stata pure talmente cretina da dirle, quella volta, che preferivo non averla più tra i piedi»

«Quando tu, Vittoria, hai chiamato per avvisare che era in ospedale, sul momento ho persino tirato un sospiro. Poi, quando hai parlato della tua mamma, mi sono spaventata. Se mia madre sparisse davvero, sparirebbe tutto il mio passato con lei; resterei sola come un francobollo»

Simona continuò a raccontare di aver riflettuto due giorni sulle parole di Vittoria; poi aveva messo da parte lorgoglio e si era presentata in ospedale.

«Non ci crederai, Vittoria, dopo che sono andata a trovarla si è ripresa quasi subito. Adesso non la mollo più!» disse, stringendo le mani ai padroni di casa e volando da sua madre.

«Che le hai detto di tanto miracoloso?» domandò Marco, appena Simona se ne fu andata.

«Mah, la verità» rispose sottovoce Vittoria. «Solo la verità fa veramente aprire gli occhi. Dai, caro, non dimenticare di telefonare anche tu a tua mamma stasera. Oppure che ne dici, andiamo tutti da lei a festeggiare lultimo dellanno? Ormai, di mamma, ce nè rimasta una sola per tutti e due»Marco rise, posando una mano sulla spalla della moglie. «Dai, prendiamo anche Minù e magari la facciamo conoscere ad Arturo tanto un po di casino in più non ci spaventa.»

Il profumo di ragù, il chiacchiericcio dei bambini, una gatta sorniona e un cane curioso che si annusavano sotto il tavolofu così che lultimo dellanno portò a casa di Vittoria non solo la solita confusione, ma qualcosa di speciale: la certezza che, a volte, basta una chiamata (o un piccolo gesto) per rimettere insieme pezzi di cuore che pensavamo persi per sempre.

Mentre fuori già si sentivano i primi botti, tutti brindarono tra brindisi veri e abbracci a sorpresa. E nella confusione di brindisi e risate, Vittoria guardò un attimo fuori dalla finestra: sopra i tetti brillava una stella particolarmente luminosa.

Chissà, pensò, forse i miracoli cominciano proprio cosìda una porta aperta e una seconda occasione.

E in quel momento, in mezzo a tutti i suoi, le sembrò di non aver mai avuto nulla di più prezioso da augurare per lanno nuovo.

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