Ricordare a tutti i costi
Iniziò a perdere le cose più banali.
Prima non riusciva a dire quale yogurt preferisse il figlio: con fragole o con pesca. Poi dimenticò in che giorno della settimana aveva la nuotata. Poi, uscendo dal parcheggio, per un attimo non ricordò in quale marcia si parte di solito.
Il balzo del motore spento riecheggiò come un panico interno; rimase qualche minuto a stringere il volante, temendo di guardare nello specchietto.
Di sera riferì la cosa a sua moglie:
Non va bene, qualcosa è avvolto nella nebbia nella mia testa.
Martina posò la mano sul suo fronte, poi sulla guancia, gesto consueto da dieci anni.
Sei solo stanco, Ignazio. Dormi poco, lavori troppo.
Il desiderio di gridare: «Non è stanchezza! È come prendere una gomma e cancellare una persona a pezzetti!», però rimase in silenzio.
Il timore negli occhi di lei era più spaventoso del suo stesso terrore.
***
Cominciò a trascrivere tutto in un taccuino.
Oggi è giovedì.
Prendere Massimo alle 17:30.
Comprare pane di Altamura, non quello di Milano. Martina non mangia quello di Milano.
Telefonare a mamma domenica alle 12:00, chiedere sicuramente della pressione.
Presto il telefono divenne unestensione del corpo; senza di esso si sentiva un guscio vuoto, solo una presenza in un luogo familiare.
***
Un giorno si perse davvero.
Non in una foresta, né in una città straniera, ma nel suo quartiere dove aveva vissuto sette anni. Camminava per il solito percorso dalla metropolitana di Roma, assorto nei suoi pensieri, alzò lo sguardo e non riconobbe lincrocio. La farmacia che conosceva era sparita, al suo posto brillava linsegna di un caffè che non era mai stato lì.
Ignazio si fermò, sentendo il sudore freddo scivolare sotto la camicia. La gente, come se nulla fosse, lo superava senza notare luomo smarrito. Il mondo divenne improvvisamente estraneo e indifferente.
Estrasse il telefono con le mani tremanti, aprì la mappa. Un punto blu lampeggiava in una via sconosciuta. Inserì lindirizzo di casa e si mise a camminare, seguendo ciecamente una voce meccanica, come un bambino che per la prima volta viene mandato al negozio da solo.
Tornò a casa tre ore più tardi. Martina mise davanti a lui una tazza di tè in silenzio. Il suo silenzio era più pesante di qualsiasi isteria. Ignazio non sapeva dove fuggire dalla vergogna.
Ti ho prenotato dal neurologo, disse finalmente lei, senza incrociare gli occhi, mercoledì alle quattro. Salgo dal lavoro e vengo con te.
Lui annuì, inghiottendo un nodo alla gola. Lidea dellospedale, dei camici bianchi, dei «primi segnali» e dei «cambiamenti legati alletà» gli suscitava un orrore animale. Ora doveva diventare «paziente», quello di cui si parlava al terzo persona.
***
Il mercoledì mattina, mentre Martina si preparava in bagno, Ignazio prese automaticamente il suo telefono per controllare il meteo; il suo era ancora sul caricabatterie.
Sul display apparvero le schede aperte:
«Demenza. Sintomi precoci negli uomini di 45 anni».
«Come comportarsi con il coniuge che ha problemi di memoria».
«Gruppi di supporto per famiglie».
«Procedura per la nomina di un tutore».
Gettò il telefono via come se lo avesse bruciato. Si sedette sul bordo del letto, ansimando. Non era solo una diagnosi medica; era una sentenza sulla loro vita comune, sul loro futuro. Lei non lo vedeva più come marito, compagno, padre del loro figlio; lo vedeva come un problema, un oggetto di cura.
Un futuro carico di catene
***
La visita in ambulatorio trascorse come dentro un cappuccio denso e insonorizzato. Rispose a domande, superò test del tipo: «Nomina tre parole: mela, tavolo, moneta. Memorizzale». Guardava la luce della torcia. Dentro, solo un pensiero pulsava: tutela.
Quando uscirono, il crepuscolo li avvolgeva. Martina lo afferrò per il braccio, stretta, quasi convulsiva.
Ecco, la sua voce suonava stranamente allegra il dottore ha detto che non cè nulla di critico. Solo sovraccarico. Riposo. Torniamo a casa, riscalderò la zuppa. Ho fame
Ignazio osservava il suo profilo, le labbra serrate, la ruga dansia vicino allocchio. Lei recitava il ruolo della moglie amorevole che crede ancora in un riscatto. Lui vedeva solo paura, stanchezza, la fila infinita di giorni futuri in cui sarebbe divenuto sempre più un bambino e lei una badante.
Si avvicinarono allauto. Martina gli porse le chiavi.
Vai tu. Sei più bravo a parcheggiare.
Era un test, semplice e spietato. Prese le chiavi, si sedette al volante, girò la chiave. E dimenticò. Dimenticò dove fossero le frecce. Il braccio rimase sospeso, incapace di trovare la leva familiare.
Guardò il cruscotto, i pulsanti noti, ma nessuno si componeva in un quadro coerente; erano ora lettere sparse.
Chiuse gli occhi, inspirò a fondo.
Ma la sua voce si incrinò, non riesco
Nel silenzio dellabitacolo, quelle parole suonarono come una condanna irrevocabile. Si aspettava rimproveri, lacrime, forse parole di incoraggiamento. Ma Martina aprì la porta, si avvicinò allauto, lo toccò dolcemente sulla spalla.
Spostati.
Lui si trascinò, timidamente, sul sedile del passeggero. Lei si mise al volante, allacciò la cintura e partì, fissando dritto la strada. Solo una volta, al semaforo, sfiorò il lato della guancia con il dorso della mano.
In un lampo
***
Guardava dal finestrino laterale le luci di una città straniera, incomprensibile. Capì che non dimenticava più solo la strada di casa, ma anche la via verso sé stesso. Quella donna al volante, la sua moglie, si trasformava sempre più in una sconosciuta gentile e stanca, che trasportava un passeggero impotente verso una meta ignota.
Il suo silenzio più spaventoso era quello di chi si era già rassegnata al percorso.
***
Iniziò una guerra silenziosa con la malattia, con sé e con ciò che restava della loro famiglia.
Martina mise in ordine un nuovo sistema. Appese al frigo un grande calendario con spesse annotazioni: «Esami», «Neurologo», «Fisioterapia». Sui battiscopa degli armadi affisse adesivi con il contenuto.
Comprò una scatola per le pillole, ogni mattina distribuiva vitamine, nootropi, calmanti con precisione.
Telefonava ogni ora, controllando movimenti, attività, assunzioni e persino i pensieri di Ignazio.
***
Il loro figlio, Massimo, di dieci anni, percepì la tensione prima ancora di comprenderne la causa. Divenne innaturalmente silenzioso.
Un giorno, mentre Ignazio lo aiutava con la matematica, rimase in blocco di fronte a una semplice equazione. I numeri danzavano davanti agli occhi senza formare senso. Vedeva il figlio fissarlo prima, poi Martina, spaventato, chiedendosi cosa fare.
Martina intervenne subito:
Papà è solo stanco, lasciami
Massimo annuì, ma si ritirò. Nel suo sguardo comparve cautela, come se il padre fosse diventato un oggetto fragile e imprevedibile.
***
Martina
Quasi non litigavano più. Prima potevano urlarsi per un piatto non lavato, sbattere porte, e poi, unora dopo, abbracciarsi ridendo delle loro sciocchezze. Ora Martina si limitava a sospirare e a lavare i piatti in silenzio. La sua pazienza sembrava la virtù di un sorvegliante di prigione: impeccabile e mortale.
Lui si trovava a pensare al momento in cui lei avrebbe ceduto.
Aspettava che lei scoppasse: «Quando finirà tutto questo?», o che si spezzasse per lo sconforto. Sarebbe stato onesto, perché significherebbe che era ancora lì, con lui, nella stessa barca, nonostante fosse a metà piena dacqua
Ma lei resisteva
E questo lo terrorizzava più di ogni altra cosa.
***
Una sera, quando Ignazio per la quinta volta in unora chiese se avesse spento il ferro, Martina non esplose. Con un tono tranquillo, guardandolo dallaltro lato della stanza, disse:
Ignazio, sono così stanca che ho paura di addormentarmi al volante mentre porto Massimo a scuola.
Nel suo voce non cera rimprovero, solo una constatazione semplice e inesorabile. Quella semplicità lo fece sentire ancora più oppresso, più intollerabile.
***
A un certo punto decise di annotare tutto ciò che riguardava Martina, per non dimenticare
Scriveva nello stesso taccuino nero. Accanto a «comprare pane grigio» apparvero note:
Martina ride, sporgendo la testa, quando qualcosa le è davvero divertente.
Sulla clavicola sinistra ha una lentiggine a forma di stella, la nasconde sempre.
Quando è molto stanca, corruga il naso, anche nel sonno.
Ama il caffè alla cannella.
Martina adora il suo vecchio maglione.
Ignazio raccoglieva quei frammenti come relitti di una nave in affondamento, consapevole che presto avrebbe potuto dimenticare non solo la via di casa, ma anche perché quella casa era la sua casa, perché amava quella donna.
Allora lei sarebbe diventata solo una badante.
Scriveva per preservarla nella sua memoria. Paradossalmente, quel disperato documento gli restituì qualcosa di simile a un sentimento: non più la passione di un tempo, ma una dolcezza acuta verso i dettagli che prima gli sfuggivano.
E Martina?
Vide il taccuino. Lo osservò mentre Ignazio, accigliato, scriveva. Un giorno, quando il taccuino era rimasto sul tavolo, lei lo sfogliò, lesse della risata, della lentiggine e della rughetta sul naso.
E pianse.
Per la prima volta da mesi non per stanchezza né per disperazione, ma per una riconoscenza dolorosa e inaspettata.
Lui non scriveva più sulla malattia, ma su di lei. Sulla vera donna che, a dir poco, si stava dissolvendo nel ruolo di moglie di un malato.
Quella sera non riscaldò la cena. Prese la sua mano non come chi conduce al medico, ma in modo diverso, incerto e disse:
Andiamo alla pizzeria dove siamo andati dopo il nostro primo appuntamento. Se ti ricordi, quale pizza avevi ordinato.
Ignazio la guardò, e nei suoi occhi, offuscati da paura e dalle pillole, brillò un lampo. Non era un ricordo, ma qualcosaltro.
Con prosciutto e funghi, sussurrò. Tu, invece, la vegetariana con lananas. Allora avevi detto che era esotica.
Martina strinse la sua mano, annuì, incapace di parlare.
Non fu guarigione. La malattia non era sparita.
Il giorno dopo avrebbe potuto dimenticare come allacciarsi le scarpe. Il figlio avrebbe potuto allontanarsi di nuovo. Lei avrebbe potuto crollare.
Ma quella sera, nella pizzeria, al tavolino appiccicoso, per un attimo non furono più paziente e badante. Erano di nuovo Ignazio e Martina, persi, ma in quel silenzio tra le parole si ritrovarono.
***
La pizzeria si rivelò luminosa, rumorosa e straniera. Non laccogliente osteria dei ricordi, ma un locale glam con insegne al neon e musica alta.
Ignazio agitava nervosamente il tovagliolo, gli occhi scivolavano sul menù alla ricerca di nomi familiari.
La pizza «Prosciutto e funghi» era lì, ma con un nome diverso. Si perse.
Ordina quello che vuoi, sussurrò Martina.
Nella sua voce non cera irritazione, solo comprensione. Una comprensione spaventosa, frutto di mille notti.
Lui indicò con il dito la prima immagine che vide. Lei ordinò la vegetariana.
Quando portarono la pizza, Ignazio ne prese una fetta, la morse e si fermò.
Non è quello, mormorò. Non è affatto quello.
È diverso? chiese Martina.
No. Non ricordo più quel sapore, pose la fetta sul piatto, guardandola con una disperazione talmente persa che il cuore di Martina si strinse.
Il suo dolore non era per la ricetta, ma per la memoria del loro primo incontro: dolce, caldo, profumato di lievito e speranza, ormai sbiadito. Rimaneva solo unombra vaga e la nota nel taccuino: «Eravamo lì. Eravamo felici».
***
Ignazio spostò il piatto.
Restiamo qui, solo a stare, propose.
Per la prima volta in mesi quelle parole non suonavano come resa al paziente, ma come richiesta di uguali. Solo stare insieme.
Martina allungò lentamente la mano, coprì la sua palma con la propria, senza stringere, solo toccando.
***
Dopo quel momento tutto cambiò.
E non cambiò nulla.
Il calendario sul frigorifero rimaneva, le scatole per le pillole si riempivano. Ma ora, prima di dare la dose mattutina, Martina chiedeva: «Come hai dormito? Ti fa male la testa?»
Chiedeva non come uninfermiera, ma come la donna che amava, la moglie
E lui, invece di annuire meccanicamente, rispondeva:
Sogni strani. Come se fossi in una casa di vetro, tutte le stanze visibili, ma senza porte.
Lei ascoltava, annuiva. In quei momenti la malattia non era più un nemico nascosto, ma un peso condiviso, un fardello che portavano insieme.
Il figlio Massimo divenne il loro barometro. Vide la madre smettere di sobbalzare quando il padre dimenticava qualcosa.
Quando Ignazio, frustrato, si rivolse a lui:
Accidenti, è volato via, Massimo, me lo ricordi?
Quel «me lo ricordi?» non era una derisione, ma una richiesta daiuto. Il ragazzo sentì la tensione dissolversi. Un giorno portò a casa il disegno di loro tre, mano nella mano, sotto un sole splendente, con la scritta: «La mia famiglia. Siamo forti». Ignazio lo appese sul frigorifero, sopra il grafico delle pillole.
***
La malattia però non scompariva. EraNel silenzio dellalba, Ignazio aprì gli occhi, trovò la mano di Martina ancora stretta sulla sua e, per un attimo, il timore svanì, lasciando spazio a una luce fragile ma viva.






