Non potrò mai essere tua madre, né riuscirò ad amarti come tale, ma mi prenderò cura di te e non devi sentirti ferito. Dopotutto, qui da noi starai comunque meglio che in un istituto.
Oggi è stato un giorno difficile. Ho dovuto seppellire mia sorella. Non era perfetta, anzi, spesso ci lasciavamo andare a discussioni, ma era pur sempre mia sorella. Non ci vedevamo da quasi cinque anni e la tragedia ci ha colpiti allimprovviso.
Beatrice, mia moglie, ha fatto tutto il possibile per starmi vicino e ha cercato di accollarsi la maggior parte delle incombenze pratiche.
Ma una volta terminato il funerale, ci aspettava unaltra faccenda non meno importante. Irina, mia sorella, aveva lasciato un figlio piccolo. I parenti, riuniti quel giorno per dare lultimo saluto a mia sorella, non hanno esitato a scaricare ogni responsabilità su di me, suo fratello minore.
Chi, se non lo zio, deve pensare al bambino? Non cera margine di discussione, sembrava la scelta più giusta e ovvia.
Beatrice capiva la situazione e in fondo non si opponeva, ma aveva un grande ma. Lei non aveva mai voluto figli. Né suoi, né tantomeno di altri.
Aveva preso questa decisione molti anni prima. Me lo aveva confessato onestamente prima del matrimonio e io, a ventidue anni, non mi ero preoccupato più di tanto. Vivremo per noi stessi, avevamo deciso dieci anni fa.
Adesso però dovevamo accogliere un bambino che non era nostro. Andrea, mio nipote, non sarebbe mai finito in orfanotrofio, non lo avrei permesso. E nemmeno Beatrice avrebbe avuto il coraggio di proporlo.
Beatrice sapeva che non avrebbe mai potuto amare quel bambino come una madre, né sostituire la madre che aveva perso. Andrea era precoce, sveglio, con gli occhi furbi, e lei decise di essere sincera fin da subito.
Andrea, dove preferisci stare? Da noi o in un istituto?
Voglio vivere a casa, da solo.
Ma non puoi vivere da solo, hai solo sette anni. Devi scegliere.
Allora dallo zio Giovanni.
Va bene, verrai con noi. Ma voglio dirti una cosa. Non potrò mai essere tua madre, e non potrò amarti come tale. Ma mi prenderò cura di te, non devi essere triste. Qui starai comunque meglio che in un istituto.
Così sistemammo le formalità e tornammo finalmente a casa.
Beatrice, convinta che quel discorso le avrebbe permesso di essere semplicemente se stessa, pensava di potersi limitare a occuparsi della casa, preparare il cibo, lavare, aiutare con i compiti. Dare il cuore, però, le sembrava troppo.
Andrea sembrava ricordare ogni minuto quella frase, che non sarebbe stato amato, e si convinceva che, per non rischiare di essere mandato via, doveva sempre comportarsi nel modo migliore.
Gli abbiamo dato la stanza più piccola. Bisognava sistemarla a misura di bambino.
Beatrice adorava scegliere colori, tappezzerie, mobili. Si è buttata con entusiasmo nella sistemazione. Andrea ha scelto le carte da parati, tutto il resto lo ha deciso lei. Non ha badato a spese, non era tirchia, semplicemente non amava i bambini. Il risultato è stato una stanza bella e allegra.
Andrea era felice. Peccato che la mamma non vedesse la sua nuova stanza. Se solo Beatrice riuscisse a volerlo bene pensava spesso a questo prima di addormentarsi.
Andrea sapeva godere delle piccole cose. Il circo, lo zoo, i giochi nei parchi esprimeva un entusiasmo così contagioso che persino Beatrice iniziava a divertirsi durante quelle uscite. Ormai aspettava con piacere di sorprenderlo e di osservare le sue reazioni.
Dagosto avevamo programmato una vacanza al mare. Una parente stretta avrebbe dovuto prendersi cura di Andrea per dieci giorni.
Quasi allultimo momento, però, Beatrice ha cambiato idea. Voleva che Andrea vedesse il mare. Io mi sono stupito del cambiamento, ma in fondo ne ero felice. Dopotutto, mi ero affezionato molto a quel bambino.
Andrea era quasi felice! Se solo potessero volergli bene ma almeno avrebbe visto il mare!
La vacanza fu meravigliosa. Il mare caldo, la frutta dolcissima, lumore era ottimo. Come sempre, il tempo vola e anche quella estate finì.
Riprese la solita routine. Lavoro, casa, scuola. Eppure qualcosa nel nostro piccolo mondo era cambiato. Si avvertiva una nuova energia, una specie di gioia sottile, una speranza di miracolo.
Il miracolo accadde. Beatrice tornò dal mare portando con sé una nuova vita. Incredibile, dopo tanti anni a evitare sorprese simili.
Che fare? Dirlo a me o decidere tutto da sola? Dopo Andrea, non era più sicura che io davvero non volessi figli. E io con lui mi sentivo benissimo: giocavamo, lo aiutavo a studiare, lo portavo alle partite di calcio.
No, un passo coraggioso Beatrice laveva fatto, ma non se la sentiva di farne un altro. Decise da sola.
Era seduta in clinica quel mattino, quando la scuola chiamò: Andrea era stato portato via con lambulanza, sospetto appendicite. Tutto rimandato.
Beatrice entrò di corsa al pronto soccorso. Andrea era sdraiato, pallido, tremava. Quando la vide, scoppiò a piangere.
Beatrice, ti prego, non andare via, ho paura. Stammi vicino, fa finta per un giorno di essere la mia mamma. Solo oggi, poi non ti chiederò mai più nulla.
Il bambino le si aggrappò forte alla mano, le lacrime scendevano a fiotti. Un vero e proprio pianto disperato. Beatrice non laveva mai visto così, eccetto il giorno del funerale.
Ora sembrava inconsolabile.
Beatrice avvicinò la mano di Andrea alla sua guancia.
Piccolo, resisti ancora un po. Arriverà il medico e tutto si sistemerà. Sono qui e non vado da nessuna parte.
In quel momento, come non aveva mai fatto prima, sentì di amare quel bambino! Quegli occhi profondi, pieni di meraviglia, erano la cosa più preziosa che avesse.
Childfree che sciocchezza. Quella sera avrebbe detto tutto a me, di quel bambino in arrivo. La decisione arrivò proprio quando Andrea, nel dolore, stringeva ancor più forte la sua mano.
Sono passati dieci anni.
Oggi Beatrice festeggia una data rotonda, quarantacinque anni. Ci saranno ospiti, brindisi. E intanto, davanti al caffè della mattina, ricorda.
Comè volato il tempo. Ladolescenza, la giovinezza ora è una donna, una moglie felice e la mamma di due figli splendidi. Andrea ha quasi diciotto anni, Sofia dieci. Non rimpiange nulla.
O forse sì. Cè una cosa che rimpiange davvero: quelle parole sulla mancanza damore. Vorrebbe che Andrea non le ricordasse, che le avesse dimenticate per sempre.
Dopo quellepisodio in ospedale, ha cercato di dirgli spesso quanto gli voleva bene. Ma se Andrea ricorda ancora la sua confessione iniziale, non ha mai trovato il coraggio di chiederglielo.
Questa storia mi ha insegnato che non si può programmare il cuore. A volte lamore nasce quando meno te lo aspetti e ti trasforma, dandoti molto più di ciò che pensavi di potere o volere.






