Il Diritto di Scegliere: La Libertà di Decidere nel Cuore dell’Italia

Il diritto di scegliere

Natalina si svegliò un minuto prima della sveglia. Nella sua camera ancora regnava una tenue penombra, ma dalle tende filtrava la luce grigia di febbraio a Milano. La schiena le brontolava dopo il sonno, le dita delle mani erano leggermente gonfie, come sempre al mattino. Rimase seduta sul bordo del letto, attendendo che il giramento di testa si placasse, e solo allora si alzò.

In cucina regnava il silenzio. Marco era già uscito per la sua corsa quotidiana, abitudine che aveva preso negli ultimi due anni, da quando gli avevano diagnosticato il colesterolo alto. Natalina accese il bollitore, prese due tazze dal mobile e ne mise una da parte: al mattino Marco beveva solo acqua.

Mentre lacqua si scaldava, controllò il cellulare. Nel gruppo familiare non cerano novità, solo le foto del nipotino di Luca inviate la sera prima. Il bambino, in asilo, mostrava una piccola navicella di cartone. Natalina sorrise meccanicamente, sentendo risalire quel caldo sentimento familiare: era per loro, per quella piccola gioia, che sopportava il traffico, i report e le infinite riunioni.

Il suo lavoro era stato il pilastro della vita per ventotto anni. Nellufficio risorse umane della clinica comunale era passata da assistente junior a responsabile senior. I volti dei medici e delle infermiere cambiavano, i direttori venivano e andavano, ma lei rimaneva. Conosceva i figli dei dipendenti, i matrimoni, le pratiche per i congedi parentali, e sapeva quando dare una spinta a chi dimenticava di portare il certificato.

Negli ultimi anni il peso era aumentato. I fogli erano stati sostituiti da sistemi elettronici, i report si moltiplicavano, e al capo venivano richiesti numeri e tabelle. Natalina brontolava, ma imparava i nuovi programmi, annotava le password su un taccuino, organizzava cartelle sul desktop. Le piaceva sentire di essere indispensabile, di poter impedire che quel caos silenzioso crollasse senza di lei.

Versò il tè, aggiunse una fetta di limone e si sedette al davanzale. Davanti al suo edificio il custode spazzava la neve verso il marciapiede, poche auto si muovevano lentamente. Immaginò sé stessa, dieciquindici anni più avanti, a osservare lo stesso cortile dal balcone, avvolta in un accappatoio caldo. Forse accanto a lei ci sarebbe stato il nipote ormai più grande, che chiede perché la neve è così grigia.

Quellimmagine la accompagnava da tempo. Destate si sovrapponeva limmagine della sua casetta di campagna con il tetto scrostato, i letti di erba che lei, con tono lamentoso, tagliava finemente laneto, e la sera si sedeva accanto al barbecue a discutere con Marco di quanta sale mettere alla carne. Linvecchiamento sembrava un passo logico, non esaltante ma suo.

La porta dingresso cigolò e i passi di Marco risuonarono nel corridoio. Marco entrò, tirando laria fresca dal portone.

Di nuovo tè senza zucchero? chiese, asciugandosi il collo con un asciugamano.

Il dottore ha detto di limitare i dolci ricordò Natalina.

Marco sorrise e versò dellacqua filtrata. I suoi capelli erano ormai leggermente argentati, il viso affilato era più asciutto di un tempo. Un tempo le piacevano le sue linee marcate e lo sguardo sicuro; ora vedeva più spesso la stanchezza e una lieve irritazione che cercava di celare.

Oggi tornerò tardi disse, guardando fuori. Non contare su di me per la cena.

Unaltra riunione? chiese Natalina. O i corsi dinglese?

Non sono corsi, sono lezioni con un insegnante.

Certo, con linsegnante annuì lei.

Marco lanciò uno sguardo rapido, ma rimase in silenzio. Un nodo si strinse nello stomaco di Natalina. Quei semi di frase, quei non detti, popolavano laria più denso di qualsiasi conversazione.

Prese il cappotto, controllò che la finestra della camera fosse chiusa, e nella consueta maniera afferrò il mazzo di chiavi. Il metallo freddo le accarezzava la mano. Quelle chiavi lavevano accompagnata per anni, scorrendo da una borsa a una tasca e di nuovo. Casa, auto, campagna, cassetta postale: quel piccolo mazzo era la sua sicurezza.

Il pullman era affollato. Persone fissavano i telefoni, qualcuno sbadigliava, altri si lamentavano a bassa voce per le fermate. Natalina strinse la borsa e ripensò alla giornata. A pranzo doveva chiamare la madre, chiedere della pressione. La mamma, settantatré anni, viveva in un quartiere vicino e rifiutava di trasferirsi più vicino a Luca o a lei.

Conosco tutti, ripeteva. In farmacia, al negozio, in clinica. Dove andrò?

Natalina annuiva ogni volta, sentendo dentro di sé la conferma. Le pareti familiari, i volti noti, il percorso fino alla fermata erano ormai divenuti unabitudine, la base di quel senso di appartenenza.

Allarrivo alla clinica lodore di cloro e medicinali la accolse. Un guardiano le fece un cenno. I corridoi brulicavano di pazienti, alcuni litigavano con la segreteria, altri guardavano lorologio. Natalina entrò nella sua stanza, tolse il cappotto, accese il computer e andò a prendere lacqua bollente.

Il reparto risorse umane era ristretto: tre scrivanie, un armadio pieno di fascicoli, una vecchia stampante che sbuffava e inghiottiva carta. Una collega, una donna di circa trentanni, sistemava dei documenti.

Buongiorno disse. Hai sentito la novità?

Quale? mise la tazza sul tavolo e si sedette.

Il direttore medico vuole riunire tutti i capi reparto alle dieci. Si parla di ottimizzazione.

La parola rimase sospesa come una brezza fredda. Per Natalina, ottimizzazione negli ultimi anni significava solo una cosa: licenziamenti.

Forse è un nuovo report provò a sdrammatizzare.

Forse rispose la giovane, incerta.

Il lavoro si fece più frenetico. Medici presentavano domande di congedo, pazienti chiedevano informazioni. Natalina spiegava meccanicamente, firmava, inseriva dati. Il pensiero alla ottimizzazione tornava incessante.

Alle dieci la chiamarono nella sala conferenze, insieme al capo del reparto. Già erano seduti capi reparto e capoinfermiere. Il direttore, un uomo di sessantanni, sistemò la cravatta e salì sul podio.

Parlò di riforme, di nuovi standard, della necessità di aumentare lefficienza. Natalina ascoltava come se fosse avvolta nella lana. Poi annunciò la revisione del organigramma, la fusione di alcune funzioni, lindividuazione di unità ridondanti.

Le decisioni definitive saranno prese entro un mese disse. I responsabili riceveranno lelenco delle posizioni da tagliare.

La parola posizioni pesò come un macigno. Il capo delle risorse umane la fissò; lui rapidamente distolse lo sguardo.

Dopo lincontro, la collega già sapeva tutto: le notizie viaggiavano veloce.

Pensi che ci tocca? chiese, mordicchiandosi la penna.

Non lo so rispose Natalina. Già ora mancano le risorse.

Ma se unissero il reparto contabilità la giovane non finì la frase.

Natalina ricordò lanno precedente, quando in unaltra clinica avevano tagliato un addetto alle risorse, lasciando tre persone a gestire il lavoro di cinque. Ce la faranno, avevano detto.

Cercò di concentrarsi sui compiti, ma i numeri si sfumavano davanti agli occhi. Prima di pranzo andò dal capo delle risorse.

Un attimo? aprì la porta.

Lui annuì senza alzare lo sguardo dal monitor.

Hai sentito? cominciò Natalina.

Sì rispose brevemente.

Il nostro reparto si bloccò.

Lui finalmente la guardò, stanco.

Natalina, non ho ancora notizie concrete. Aspettiamo istruzioni dallalto. Quando sapremo, ti avviserò.

Natalina uscì e, nella stanza, avvertì unondata di calore nonostante il maglione leggero. Un pensiero le colpì: cinquanta. Non quaranta, età in cui si può ancora osare; non trentanni, quando si può rischiare. Cinquanta.

Ritornò a casa più tardi del solito: il pullman era bloccato nel traffico e lei aveva fissato il finestrino senza vedere la strada. Pensava: se la licenziano, che lavoro troverà? Chi assumerà una donna della sua età, anche con esperienza? Una clinica privata? Un istituto? E avrà davvero la voglia di ricominciare, imparare nuovi programmi, inserirsi in un nuovo team?

Marco arrivò verso le nove, in giacca per un incontro importante. Appoggiò la giacca, si diresse verso la cucina.

Hai cenato? chiese.

Ti aspettavo rispose Natalina. Scaldare la minestra?

No, grazie, ho mangiato disse, versandosi dellacqua filtrata. Oggi abbiamo una riunione.

Anche noi replicò lei. Sulla riduzione del personale.

Lui alzò un sopracciglio.

Tu?

Ancora non lo so. Hanno detto che rivedranno lorganico.

Rimase in silenzio, poi si sedette di fronte a lei.

Ho notizie anchio disse. Mi hanno proposto un contratto allestero.

Natalina rimase perplessa.

Dove?

In Germania. La filiale lancia un nuovo progetto e serve chi ha esperienza, per duetre anni.

Il suo volto si impallidì.

Hai accettato? chiese.

Ho detto che ci penserò rispose Marco. Ma, onestamente, è una chance importante. La paga è buona, lesperienza anche.

Il discorso sui soldi le colpì più di ogni altra cosa. La casa da ristrutturare, il mutuo di Luca, le medicine per la madre tutto dipendeva da quella frase.

Duetre anni ripeté Natalina. E cosa farò in quei duetre anni?

Marco distolse lo sguardo.

Possiamo valutare le opzioni. Puoi venire con me. Lì hanno anche bisogno di personale per le risorse umane. Mi informo.

Natalina immaginò una città straniera, una lingua sconosciuta, tentativi di spiegare le pratiche di congedo in tedesco, i corsi di lingua che ricordava solo dai libri di scuola. Pensò alla madre sola, al figlio e alla moglie, al nipote che correva nei cortili di casa. Si vide in un supermercato di Amburgo a cercare la panna su scaffali con scritte incomprensibili.

O puoi restare continuò Marco. Qui, con il nipote. I duetre anni passeranno in fretta.

La sua voce era sicura, ma tradiva unincerta insicurezza. Marco stringeva il bicchiere tra le dita.

E se non volasse? sussurrò Natalina. Se resti?

Marco sospirò.

Non è unemigrazione, è solo un contratto di lavoro.

Un contratto di lavoro può essere prorogato, replicò lei. Lì ci saranno nuove opportunità, nuovi contatti. Qui

Non finì la frase. Qui racchiudeva tutto ciò che era familiare e pesante: le code in clinica, le strade piene di buche, i prezzi dei negozi, i notiziari che non le davano più speranze.

Rimasero in silenzio. Dal vicino si sentiva spostare una sedia.

Facciamo un attimo di pausa, disse Marco infine. Ne parleremo nel weekend.

Natalina annuì, sentendo crescere dentro di sé unonda di paura, rabbia o semplice stanchezza.

Quella notte non riuscì a dormire. Ascoltava il respiro di Marco accanto, il rumore dei pochi veicoli fuori dalla finestra. I pensieri balenavano: licenziamento, contratto, mamma, nipote, il suo corpo che ormai si lamentava di ginocchia, schiena, pressione.

Al mattino chiamò Luca.

Papà, sono in riunione disse sommessamente. Va tutto bene?

Sì, tutto bene rispose Natalina. Ti richiamo più tardi.

Non volle entrare nel dettaglio per ora. Non sapeva cosa dire: Il papà parte allestero? Mi licenziano? Come suonerebbe a chi sta appena uscendo dai debiti?

Alla clinica la giornata fu frenetica. A pranzo il capo delle risorse la convocò.

Natalina iniziò, entrando nella sua stanza. La situazione è questa: il nuovo organigramma prevede una riduzione di una posizione nel nostro reparto.

Il suo petto si svuotò.

Di chi? chiese, pur sapendo la risposta.

Formalmente del responsabile senior disse, indicando il fascicolo. Di te.

Formalmente? replicò.

Posso offrirti il ruolo di assistente disse. È un declassamento, ma non licenziamento. Lo stipendio sarà inferiore.

Si sedette, le gambe si intorpidirono.

Quanto inferiore?

Marco le indicò la cifra in euro. La differenza era di qualche migliaio, meno ancora da destinare a Luca, alle medicine di Maria, alle spese quotidiane.

Laltra opzione continuò il capo. È il licenziamento secondo le norme, con liquidazione di tre mesi e liscrizione al centro per limpiego.

Natalina annuì. Le parole centro per limpiego le sembravano estranee, da unaltra vita.

Rifletti fino a fine settimana concluse. Se decidi, presenta la domanda.

Uscì dal suo ufficio e rimase a fissare il cortile innevato della clinica. La gente entrava e usciva, lambulanza si fermava e ripartiva. La vita continuava, come se il suo destino non avesse alcun peso.

Quella sera andò a trovare la madre. Maria, con gli occhiali, leggeva il giornale.

Sei pallida osservò. Hai misurato la pressione?

Tutto ok, solo una giornata dura rispose Natalina.

Raccontò del licenziamento, tralasciando la proposta di Marco di andare in Germania. Maria corse il sopracciglio.

Un declassamento non è una catastrofe disse. Lo stipendio è peggio, ma il lavoro cè. Alla tua età è difficile trovare impiego.

E se provassi a cercare altrove? chiese Natalina. Magari qualcosa di meglio?

Decidi tu replicò. Ai miei tempi non mi sono mossa. Ma i tempi cambiano.

Il pensiero di cambiare i tempi le suonò strano. Capì che il cambiamento è per tutti, ma soprattutto per chi invecchia.

Durante il ritorno osservò le case lungo la strada e, mentalmente, le vestì di vita sua. Il nuovo complesso con le luci accese, il parco giochi, le vecchie palazzine con la vernice scrostata, gli alberi alti come nella sua infanzia. Dove avrebbe potuto vivere se tutto cambiava?

Il fine settimana, Marco e lei si sedettero finalmente a tavola e parlarono seriamente.

Ho bisogno di una risposta disse Marco. Lazienda aspetta entro un mese.

Io ho bisogno di una risposta entro fine settimana replicò Natalina. O un declassamento, o il licenziamento.

Si guardarono, gli occhi colmi di qualcosa di più profondo del semplice litigio.

Se rimani al declassamento, ce la faremo disse Marco. Io guadagnerò di più. Questi anni potrò supportarti.

E se mi licenzio e vengo con teAlla fine, Natalina decise di accogliere il cambiamento, sapendo che la sua forza risiedeva nel coraggio di scegliere il proprio cammino, qualunque esso fosse.

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