Le pareti sottili
Si sveglia prima della sveglia, ancor prima che il suo cellulare inizi a vibrare. A quarantadue anni il corpo la spinge fuori dal letto alle sei del mattino, anche nei weekend. Rimane distesa, fissando il rettangolo smorto della finestra, dietro il quale il cielo invernale sopra i nove piani del palazzo è grigio; ascolta la casa.
La casa vive con il suo consueto, leggermente stanco, brusio. Da qualche parte sbatte una porta, qualcuno trascina i piedi sul corridoio, dallappartamento sopra rotola un pallone da calcio sul pavimento. Limpianto idraulico dentro il muro sbuffa e brontola. È familiare quanto il proprio respiro. Sa chi parte per il lavoro a che ora, chi accende la radio, chi rimprovera il cane nel cortile.
La chiamano Nadia Bianchi. Abita in un bilocale al quinto piano dello stesso stabile dove ha trascorso ladolescenza. Prima viveva con i genitori, poi con il marito e il figlio, ora è quasi di nuovo sola. Il marito è sparito tre anni fa per una collega del reparto contabilità, il figlio frequenta un istituto tecnico nel quartiere vicino e alterna notti da lei e da amici. Lappartamento è vissuto ma senza sfarzi: un vecchio divano, un armadio a muro, una cucina acquistata a rate e qualche piatto ancora non lavato nel lavandino.
Nadia è infermiera capo in una clinica comunale. Per arrivare al lavoro ci vogliono due fermate di autobus o quindici minuti a piedi, se non cè ghiaccio. Le piace camminare al mattino per i cortili ancora semi vuoti, quando dalla porta di casa escono altre persone avvolte in giacche pesanti, con borse della spesa e thermos. La piccola cittadina vive con ritmo misurato. Tutti si conoscono o almeno credono di conoscersi.
Anche alla clinica conosce tutti. Sa chi finge per prendere il certificato, chi teme gli esami, chi si lamenta del medico, chi non osa chiedere. Sa parlare con calma, convincere, talvolta rimproverare con fermezza. La gente le confida. Questa fiducia le dà un senso di utilità, ma la sera torna a casa esausta, si siede al tavolo della cucina, accende il bollitore e fissa a lungo il cortile scuro dove i lampioni tremolano.
Le regole in quella cittadina sono semplici. Non ficcanasare. Non immischiarsi. Ognuno ha la sua famiglia, si arrangia da solo ha sentito fin da piccola. La vicina di sopra tollera il marito alcolico finché non muore per un infarto. Nel palazzo accanto un uomo urla contro la madre così forte da farsi sentire in cortile e tutti scuotono la testa. La polizia è chiamata raramente. Non è consuetudine.
Il primo urlo fuori dal muro la sente a fine autunno, quando è già buio verso le cinque. È in cucina con una tazza di tè, scorre le notizie sul cellulare e sente improvvisamente voci alte dallappartamento vicino. Allinizio pensa sia la televisione. Poi un grido femminile tagliente:
Silenzio, il bambino sta dormendo!
Una voce maschile risponde, graffiante, inconcludente. Segue un rumore di massi che sbattono contro il muro. Nadia sobbalza, posa la tazza e rimane immobile. Il cuore batte più forte. Riconosce quella famiglia: una giovane donna con un bambino di circa cinque anni, un uomo alto e robusto sempre in giacca da lavoro con la borsa a tracolla. Si sono trasferiti sei mesi fa, si sono salutati in ascensore, hanno scambiato una frase sul fermo dellascensore, e niente più.
Le urla si spengono altrettanto repentinamente. Nadia resta un attimo ad ascoltare. Il silenzio. Riprova a leggere le notizie, ma le parole si sfociano. Le tornano in mente frammenti di conversazioni in clinica: Sì, ma urla, e poi? Non lo picchia, È colpa sua, si è messi insieme con uno simile, In casa altrui buio totale. Spegne la luce in cucina e si dirige verso la camera da letto. Accende la televisione, alza il volume. È più comodo così; è quello che fanno molti.
Una settimana dopo incrocia la vicina in corridoio. Esce dallappartamento con un sacco della spazzatura. Il viso è pallido, sotto locchio sinistro cè una ombra gialloblu, come se non avesse dormito. I capelli sono raccolti in una coda disordinata. Il bambino si aggrappa alla giacca e giocherella con la cerniera.
Buongiorno dice Nadia, trattenendo lo sguardo su quella macchia.
Salve risponde la donna, spostando lo sguardo a lato.
Nadia sente la bocca seccarsi. Vorrebbe chiedere: È lui?, ma la lingua non si muove. Invece sorride timidamente al bambino:
Come ti chiami?
Serafino sbuffa il piccolo, nascondendosi dietro la madre.
Siete nuovi qui? chiede Nadia, già sapendo la risposta.
Sì, lestate scorsa ci siamo trasferiti risponde la donna con un sorriso forzato. Io sono Anna.
Il nome le suona ovattato, come se attraversasse una nebbia. Nadia annuisce e li lascia passare. Sul pianerottolo odora di cavolo cotto e di detersivo. Lascensore si apre con il consueto cigolio; Anna entra, il bambino la segue. Scendono.
Nel pomeriggio le urla riprendono, più forti. Prima un ruggito maschile, poi il singhiozzo di Anna, poi il pianto stridulo del bambino. Nadia è sul divano con un libro, ma non legge più. Il petto si stringe, le mani si sudano. Si alza, si avvicina al muro e si appoggia con lorecchio. Le parole sono frammenti.
te lavevo detto
Non ho preso
Stai mentendo, bastarda
Un colpo sordo riecheggia. Il bambino strilla, poi il pianto si interrompe bruscamente, come se qualcuno lo avesse coperto con un cuscino o lavesse trascinato in unaltra stanza.
Nadia si allontana dal muro. Nella testa compare lidea di chiamare la polizia. La mano si dirige verso il telefono, ma si blocca. E se arrivassero e chiedessero chi ha chiamato? E se lui lo scoprisse? Luomo è forte, arrabbiato. Lo aspetterebbe nellescursione. È sola, il figlio è fuori casa. E poi se fosse solo una lite, si riconcilierebbero, e lei rimarrebbe la spia.
Cammina nella stanza come un animale in gabbia. Le urla fuori dal muro salgono e scendono. Alla fine la porta si chiude con un botto, si sentono passi pesanti scendere le scale. Luomo se ne va. Poi un singhiozzo soffuso, fruscii. Nadia non chiama.
Il giorno dopo, al lavoro, sente più volte le conversazioni altrui. In registrazione due infermiere parlano di un uomo di un quartiere vicino che ha picchiato la moglie così tanto da mandarla in terapia intensiva. In una stanza una giovane infermiera riferisce che la sua vicina sopporta il marito. Nadia, mentre somministra iniezioni e compila schede, rimane in silenzio.
La sera chiama la sorella. Vive in una zona residenziale dellaltra parte della città, ha due figli e lavora in un negozio.
Qui ci sono i vicini inizia Nadia, la voce tremante. Urla, litigano, cè un bambino piccolo.
E allora? risponde la sorella, sospirando. Che farai?
Pensavo di chiamare la polizia.
Non ti immischiare dice la sorella, stanca. Sei sola. Oggi la gente è così, se ti fa problemi, ti viene a cercare. Una volta il guardiano del quartiere ha raccontato che una nonna ha chiamato e il figlio è finito per sei mesi a farsi denunciare per diffamazione. Vuoi davvero questo?
Nadia tace. Unondata di impotenza e rabbia le monta al petto. La sorella continua:
Se lei vuole, se ne andrà. Non è una bambina. Non puoi salvare la vita di unaltra famiglia.
Dopo la chiamata, Nadia resta a lungo nella cucina al buio. Dal corridoio arrivano voci, qualcuno sale, qualcuno scende. La casa respira attraverso le pareti sottili e sembra che senta non solo i passi ma anche i pensieri altrui: Non fartene caso, Stai zitto, Vivi la tua vita.
Le liti dei vicini diventano regolari. Non tutti i giorni, ma almeno una volta a settimana. A volte silenziose, a volte così forti da sentirle in tutto il palazzo. Nadia osserva le reazioni degli altri inquilini. Alcuni alzano il volume della TV. Altri, passando sul corridoio, accelerano il passo, facendo una smorfia. Nessuno dice niente.
Una sera, tornando dal turno, incrocia Anna allingresso. Sta frugando nella borsa, cercando le chiavi. Sulla giacca porta una sciarpa, ma Nadia nota sotto di essa una striscia rossastra che scivola sotto il colletto.
Avete freddo? chiede Nadia, fermandosi.
Sì, più o meno risponde Anna, il sorriso tremolante. Ha preso il giubbotto da scuola, di nuovo raffreddato.
E tuo marito? scoppia Nadia prima di fermarsi.
Anna resta immobile per un attimo, poi distoglie lo sguardo.
È al turno dice brevemente. Fa la guardia.
Nadia sa che non è vero. Lultima notte aveva sentito la sua voce oltre il muro, il rumore di scarpe sul corridoio. Ma tace.
Se serve comincia, ma si blocca. Cosa dovrebbe dire? Se serve, chiamate? Se serve, venite da me? Non sa più.
Grazie sussurra Anna, come se avesse capito tutto. Io non finisce, ma trova le chiavi e si affretta ad aprire la porta.
Quella notte un grido stridente la sveglia. Salta dal letto, il cuore a mille. Oltre il muro riprende il litigio. Luomo urla così forte che le parole si sentono nitide:
Quanto tempo ancora? Lavoro, tu sei una regina! Dove sono i soldi?
Non ho preso niente risponde la voce di Anna, incrinata. Forse sei tu che li ha spesi
Un colpo, poi un altro. Il bambino urla. Nadia non regge più. Afferra il telefono, compone 112. Le dita trema.
Servizio di emergenza, ascolto.
Nel nostro palazzo balbetta Nadia. I vicini litigano. Luomo picchia la moglie, cè un bambino piccolo. Quinto piano, appartamento 34.
Loperatore chiede indirizzo e cognome. La sua voce è stanca ma senza sarcasmo. Dice che un veicolo è in partenza. Nadia riaggancia, ferma, come se le pareti fossero diventate più sottili, ogni suo respiro udibile dai vicini.
Vent minuti dopo la sirena squilla nel cortile. Scarpe pesanti battono le scale. Nadia guarda dallo spioncino. Due agenti in divisa scendono le scale, bussano alla porta accanto. Le urla si sono spente, resta solo un singhiozzo.
Aprite, la polizia dice uno.
La porta cigola. Luomo appare nello stipite. Nadia vede solo parte del volto: guance arrossate, mascella serrata.
Che è successo? chiede lagente.
Niente, ci siamo arrabbiati. È finita. risponde luomo, gutturale.
I vicini hanno chiamato per il rumore aggiunge il secondo. La moglie è a casa?
Un attimo di silenzio. Poi la voce di Anna, pallida:
Sono qui.
Vi sta picchiando? chiede lagente.
No risponde velocemente Anna. Abbiamo solo discusso.
Nadia sente un nodo nello stomaco. Conosce quella risposta, ma le fa più male. Gli agenti annotano qualcosa, poi se ne vanno. Luomo chiude di nuovo la porta con forza.
Un suono di campanello rompe lattesa. Nadia sobbalza, il sangue si ritira dal viso. Il campanello suona di nuovo, più insistente. Si avvicina lentamente, guarda lo spioncino. Un vicino sta lì, giacca sbottonata, volto rosso, occhi socchiusi.
Apri, parliamo dice, come se sapesse che lei lo osserva.
Nadia non si muove. Il cuore batte in gola. Luomo si avvicina al buco, le labbra si ricurvano.
Pensi che non sappia chi ha chiamato? sussurra. Qui ci sono solo due appartamenti. Non ti preoccupare, parleremo.
Rimane un attimo, poi sputacchia a terra e se ne va. Nadia rimane al corridoio, le mani tremano.
Il giorno successivo al lavoro sente ancora i sussurri. Qualcuno allaccettazione dice: Hai sentito, la polizia è stata chiamata qui. Altri commentano la questione della violenza domestica. Nadia, mentre somministra i vaccini, ascolta ma non risponde.
A pranzo la capo infermiera, donna di cinquantanni con i capelli raccolti, le chiede di entrare nel suo ufficio.
Devo dirti una cosa inizia, senza guardarla negli occhi. Il reparto risorse umane ha ricevuto una denuncia che tu organizzi litigi a casa.
Che litigi? la rabbia le monta alla gola. Ho chiamato la polizia perché il marito picchia la moglie.
Capisco sospira la responsabile. Ma sei infermiera. La gente ti guarda. La nostra reputazione è già fragile, non possiamo permetterci altre polemiche.
Non sono mie storie risponde Nadia, a bassa voce. Cè un bambino.
La responsabile alza le spalle.
Decidi tu, però tieni presente che ora ci sono dei licenziamenti; ogni denuncia è un pretesto.
Nadia esce, le gambe sentono il peso del marmo. Si siede nella stanza di procedura, guarda le proprie mani cicatrizzate dalle iniezioni. Nella testa riecheggia: ogni denuncia è un pretesto.
La sera, di nuovo voci dal muro. Non più urla, ma un tono basso, contenuto. Luomo avverte: Se tornerà, lo so, se tornerà, farò di nuovo. La donna mormora: Non lo chiamiamo, è solo una lite.
Nadia rimane sulla soglia della cucina, ascoltando, sentendo il suo stesso respiro mescolarsi a quello del vicinato. Il corridoio è silenzioso, ma il rumore di passi e di chiacchiere è sempre lì.
Le notizie nella piccola città si diffondono velocemente. Una settimana dopo, sullarea di bacheca del palazzo, tra annunci di finestre in PVC e di vendita di garage, spicca un volantino dei servizi sociali: Se sospetti maltrattamenti a minori 02 12345678. Nadia fissa il foglio, poi fotografa il numero.
Aspetta due giorni prima di chiamare. Prima una lite notturna, il bambino piange come se fosse trafitto, spezza ogni speranza.
Servizio per minori, ascolto dice una voce femminile, professionale e un po stanca.
Vorrei segnalare balbetta Nadia. Nellappartamento accanto, un uomo urla contro il figlio. Non lho visto picchiare, ma ci sono risse, laNadia, con la mano sul cuore, chiuse il telefono, sapendo che il suo silenzio non sarebbe più stato un rifugio, ma la sua voce.






