Ricominciare a Cinquant’anni: La Rinascita di Natalia dopo il Tradimento, tra Paure, Famiglia e una Nuova Vita a Milano

Restare sola a cinquanta anni

«Mi manchi, micetto. Quando ci vediamo di nuovo?»

Giovanna si lasciò cadere sconcertata sul bordo del letto con il cellulare di suo marito in mano. Marco laveva dimenticato sulla mensola. E lo schermo, ovviamente, si accese proprio mentre lei stava riassettando la stanza. Il nome nella chat era sconosciuto. Un nome da donna. Giovanna iniziò a scorrere la conversazione, e trentanni di matrimonio se ne andarono in frantumi con ogni riga letta.
Tenerezze. Foto. Piani per il weekend mentre lui sosteneva di essere a pesca con gli amici.

Ripose con cura il telefono e restò lì, seduta a fissare il vuoto. In cucina lorologio faceva tic-tac, da qualche parte un vicino guardava la TV a volume troppo alto, e Giovanna pensava a quanto conoscesse già tutte le battute che sarebbero arrivate. Ogni frase. Ogni gesto. Tutto già vissuto. Per ben due volte.

Marco rientrò che erano quasi le undici di sera, stanco e col broncio. Lasciò la borsa nellingresso e si fiondò in cucina, dove Giovanna si stava preparando un tè.

Ciao, Giò. Cè qualcosa da mettere sotto i denti?

Senza una parola, lei spinse verso di lui il telefono, poggiato a schermo in su sul tavolo. Marco lo afferrò distrattamente, solo per cambiare espressione un secondo dopo.

Giovanna, io
Risparmiami la storia della collega di lavoro, disse voltandosi verso la moka. Ti prego. Almeno stavolta.

Lui tacque. Si abbassò sulla sedia e si sfregò il naso. Finalmente Giovanna gli si rivolse appoggiata con la schiena al bancone.

Chi è?
Nessuno. É una sciocchezza Marco balbettò, scrutando il pavimento come se avesse perso una moneta da due euro. Mi sono fatto trascinare, ecco. Una stupidaggine.
Una stupidaggine, ripeté lei. Chiaro.

Due giorni dopo Marco si presentò a casa con un enorme mazzo di rose rosse, robe da bancarella chic, tutte incartate a dovere. Le mise in bella vista sul tavolo, con le mani che tremavano manco dovesse suonare il piano davanti al Papa.

Giò, parliamone. Una volta tanto, da adulti.

Lei si versò un bicchiere dacqua e si sedette davanti a lui.

Parla pure.
So di aver sbagliato. È la terza volta, lo so che tu conti. Ma siamo insieme da così tanto, una famiglia, i figli sono già grandi. Vuoi davvero buttare tutto alle ortiche?

Giovanna arrotolava il bicchiere tra le dita.

Ti giuro che non succederà più. Te lo prometto. Non riesco nemmeno a spiegare come succede, ma io ti amo, davvero, Marco tentò di prenderle la mano, ma lei la tolse dal tavolo. Giò, dove credi di andare a cinquanta anni? Resteresti sola. Ti conviene davvero? Dai lasciamo stare. Proviamoci ancora.

Giovanna guardava le rose. E la fede al dito di lui. Si ricordava di quante volte aveva creduto alle stesse promesse: due anni fa, quattro anni fa. Sempre nella speranza che fosse davvero lultima.

Ci penserò, disse alla fine.
Solo per troncare il discorso.

Le settimane successive si trasformarono in una specie di convivenza surreale. Marco si dava da fare. Rientrava presto, aiutava in casa, gentile come non mai. Ma Giovanna aveva imparato a cogliere i dettagli: come rigirava il cellulare, schermo allo scoperto solo quando era solo; come sobbalzava a ogni notifica; come gli occhi scivolavano un po troppo a lungo sulle cassiere giovani del supermercato.

Che guardi? domandò una volta Giovanna, in fila alla cassa.
Io? Nulla. Marco fu lesto a voltarsi dallaltra parte. Su, andiamo che la macchina si raffredda.

Col tempo, però, era tornato a spazientirsi per ogni sciocchezza. Si incattiviva se lei entrava mentre lui armeggiava col telefono. La conversazione, sicuramente, proseguiva. Ora solo più attenta, più nascosta. Giovanna non controllava. Non ce nera bisogno. Capiva già tutto.

La notte, distesa al buio, ascoltava il respiro regolare di Marco e pensava. A sé stessa, non a lui. A cosa la mantenesse ancora lì, in quel matrimonio. Lamore? Non si ricordava nemmeno lultima volta che era stata davvero felice accanto a Marco. Labitudine? Trenta anni di pantofole, ricordi, figli ormai adulti. La paura? Certo. Più di tutto la paura. Lei aveva quarantotto anni. Cosa avrebbe fatto da sola?

Una sera, prese il telefono e chiamò la figlia. Claudia rispose al terzo squillo.

Mamma? È successo qualcosa?
No, cioè Giovanna chiuse gli occhi. Cla, posso parlarti senza filtri?
Dì tutto, mamma.

E Giovanna raccontò. Del cellulare. Del terzo tradimento. Delle rose, delle solite promesse. E di come non sapesse più che pesci pigliare.

Claudia la ascoltò senza interrompere.

Ma tu, mamma tu che cosa vuoi?
Non lo so, ammise Giovanna. Davvero, non lo so.
E allora parti da qui. Non sei obbligata a sopportare tutto questo, capito? Non gli devi nulla. Trentanni? E allora? Mica devi lasciarti umiliare tutta la vita.
Ma dove andrei tentò Giovanna.
Da me! sbottò Claudia. Ho una stanza libera. Vieni qui, ti sistemi, ti ritrovi. Un lavoro lo trovi: sei ragioniera, e alle ragioniere non dicono mai di no. Ti aiutiamo anche per la casa. Mamma, non è la fine del mondo. È solo un inizio nuovo. Magari in unaltra città. Se vuoi tu, ovviamente.

Giovanna restò in silenzio, stringendo il telefono allorecchio.

Pensaci, aggiunse Claudia. Qualsiasi cosa decidi, io sono con te.

Claudia non faceva pressioni. Le raccontò che nel palazzo di fronte si affittava un bilocale, niente di che ma accogliente, la proprietaria onesta. I nipotini sarebbero stati in festa a vedere la nonna ogni giorno invece che solo a Natale e Pasqua. E poi cera bisogno di una ragioniera nella nuova Casa della Salute il lavoro dei sogni, insomma.

Mamma, ma quando lo capisci che meriti una vita normale? Senza essere presa in giro così?

Per la prima volta da anni, Giovanna sentiva qualcuno dirle che aveva diritto a essere felice. Non a sopportare, non a perdonare, non a salvare la facciata della famiglia. A essere felice e basta.

Il discorso con Marco, però, lo rimandò di tre giorni. Faceva le prove davanti allo specchio, si svegliava di soprassalto in piena notte. Poi, un mattino, tra la frittata e il caffè, uscì fuori così:

Marco, io voglio chiedere il divorzio.

Lui rimase con la tazzina in mano, a scrutarla come se avesse appena sentito parlare in arabo.

Cosa? Giò, sei seria?
Serissima.
Ma dai Posò la tazza, tirando un mezzo sorriso. Abbiamo solo litigato, capita. Per forza il divorzio?
Non è solo un litigio, Marco. Sono tre tradimenti in cinque anni. Sono stanca.
Ah, sei stanca tu? sparì ogni traccia di sorriso. E io? Pensavi che trentanni con te fossero una vacanza premio?

Giovanna tacque. Finì il tè e si alzò dal tavolo.

Aspetta! Marco si alzò di scatto, trattenendola. Ma ti rendi conto? Dove vuoi andare? Chi ti vuole a questa età?
Mi voglio io.

Tu? scoppiò a ridere nervosamente, ma era una risata amara, come il caffè fatto male. Ti sei vista? Ci siamo quasi, cinquanta primavere suonate. Pensi che ci sia la fila fuori dalla porta?
Non mi interessa la fila.
E allora cosa vuoi? Marco le si avvicinò, faccia a pochi centimetri dalla sua. Tu lo sai cosa ti ho dato? Casa, cibo, tutto in regola. E tu? Perché mai sarei dovuto tornare volentieri, secondo te?

Giovanna lo guardava dritto negli occhi: faccia paonazza, vena della tempia pronta ad esplodere, la bocca che schiumava parole amare.

Quindi la colpa è mia se tu tradisci?

Di chi allora? È colpa mia?! Guarda come ti sei ridotta! Vestaglia, ciabatte, minestroni. Non si può neanche parlare con te. Una noia mortale. Ed ora pure reciti la parte della donna ferita.

Giovanna fece un passo indietro. Da cinque anni cercava in lui almeno un po di rammarico. Non cera mai stato. Nemmeno adesso. Marco non era arrabbiato per averla persa, ma per aver perso la camicia stirata, la cena pronta, la casa profumata di bucato.

Sai cosa? disse Giovanna a voce molto bassa. Grazie.
Di cosa?!
Di questo discorso. Avevo dei dubbi. Ora non più.

Lo scavalcò e uscì dalla cucina. Marco urlava dietro qualcosa sulle donne ingrate, sugli anni buttati, sul fatto che lei se ne sarebbe pentita. Giovanna non ascoltava. Era già con la testa altrove. A fare valigie.

Un mese dopo si ritrovò in un bilocale al terzo piano, a due fermate di autobus dalla casa di Claudia. Il frigorifero ronzava oltre la parete, odorava di pittura fresca e di mele. Nel corridoio restavano ancora scatoloni da sistemare. Nuova vita, sì. Spaventosa, strana, tutta da imparare. Ma per la prima volta dopo secoli, Giovanna si scoprì a respirare davvero.

I nipotini arrivarono quella stessa sera. La piccola Martina, cinque anni, scrutò con aria seria tutte le stanze e sollevò il problema fondamentale: qui manca un gatto! Il più grande, Davide, regalò il suo plaid preferito alla nonna: così non prendi freddo. Claudia comparve con una pentola di minestrone e una bottiglia di spumante.

Per il tuo primo giorno qui, mamma!

Giovanna rise di cuore. Ma da quanto tempo non rideva così, senza dover preoccuparsi delle lamentele di Marco sul troppo rumore?

Dopo sei mesi anche il figlio Stefano arrivò in città, insieme alla moglie e al piccolo Tommaso. Si sistemarono in un trilocale a due isolati da lì. Il pranzo della domenica a casa di Giovanna divenne tradizione sacra: cucina stretta, chiasso, bambini che correvano ovunque, Claudia che litigava con il fratello di politica.

Giovanna, davanti ai fornelli a mescolare sugo e pensieri, si rese conto che quella solitudine di cui aveva così paura era stata una fantasia. Una storia con cui aveva scelto di chiudersi in gabbia per trentanni. La vera famiglia era lì: dove ti vogliono bene perché sì, dove il tuo esserci vale più dellennesimo bucato.

Marco ogni tanto chiamava ancora. Chiedeva che tornasse a casa, giurava di aver capito la lezione, era un altro uomo. Giovanna ascoltava, rispondeva educatamente, e metteva giù. Nessun rancore. Ma quelluomo, ormai, non centrava più nulla con la sua vita.

Martina la strattonò per la maglia:

Nonna, ci porti domani al parco? Sono tornate le papere!
Ma certo che sì, rispose.

E Giovanna sorrise. La vita, dopotutto, sapeva anche sorprendere… e il caffè, da sola, le veniva perfino meglio.

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