Mia madre, Lucia, se nera andata ormai cinque anni fa. Aveva soltanto quarantotto anni. Il suo cuore si era fermato mentre innaffiava le violette sulla vecchia credenza della cucina. Mio padre, Enrico, aveva allora cinquantacinque anni.
Non pianse, non urlò. Restò semplicemente seduto sulla poltrona di mia madre, fissando per ore la sua fotografia, come se con la sola forza della mente potesse riportarla indietro.
In quel giorno, non persi solo mia madre. Persi anche mio padre. Restava fisicamente nella casa, in quel nostro appartamento di Firenze, ma accanto a me cera una copia sbiadita, unombra chiusa nel suo guscio di dolore.
Il primo anno fu durissimo. Avevo ventitré anni e mi ritrovai a essere per lui tutto: figlia, badante, confidente. Presto per lui il minestrone amorevolmente preparato, che lasciava raffreddare senza toccarlo, gli lavavo le camicie che rimanevano per settimane nellarmadio, e parlavo tanto, cercando di strapparlo allabisso in cui era sprofondato.
Papà taceva. Ogni tanto rispondeva con qualche monosillabo secco, che sembrava un colpo sulle mani: non insistere! Non toccare! Non avvicinarti!
Tra di noi si formò poco a poco un muro grigio e impenetrabile
***
Il tempo, però, continuava a scorrere. Vivevamo luno accanto allaltra, senza sfiorarci mai davvero.
Al mattino ci si incrociava in cucina, poi ognuno prendeva la propria strada. Alla sera, rientravamo, una sbirciata fugace sul tavolo e via ciascuno nella propria stanza. Le parole erano ridotte allosso. E il dialogo, inesistente.
Avevo imparato a non insistere più con le mie premure. Lui, per questo, mi era quasi grato. E lentamente ci abituavamo a questo nuovo equilibrio.
Senza moglie senza mamma
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Col passare degli anni, notai qualche piccolo cambiamento.
Mio padre cominciò a sorridere alla nostra vicina di casa, la signora Carla, quando ci portava le sue torte di mele. Usciva con lamico Franco a pescare in Arno. Aveva riscoperto la passione per i vecchi film italiani che guardava sul suo portatile.
Non vedevo più il peso disperato sulle sue spalle e mi sembrava che, finalmente, il peggio fosse passato. Quando mi proposero di lavorare per lestate in un centro termale in Toscana, ebbi il coraggio di accettare e lasciarlo da solo.
Ma quando tornai a settembre, mi aspettava una sorpresa.
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Mio padre mi annunciò che avrebbe preso moglie.
Appena entrai in casa, ancora con i bagagli in mano, mi disse con un tono sereno, come se fosse una decisione già presa:
Ho conosciuto una donna, sorrise. Si chiama Flavia. Abbiamo deciso di sposarci.
Sentii un brivido gelido correre lungo la schiena. Non perché papà avesse trovato qualcuno, anzi, sarei stata perfino felice vedendolo di nuovo sereno. Ma nella mia mente scattò subito un allarme rosso: «Lappartamento»!
Il nostro appartamento! Quello dove sono cresciuta, dove la macchina da cucire della mamma occupa ancora langolo e la sua tazza preferita riposa nello stesso mobile da anni! Ora, invece, una nuova tazza, sporca, lasciata sul tavolo da una estranea
Guardai quelloggetto con disprezzo malcelato.
Papà, cercai di scegliere le parole, non pensi che sia tutto un po affrettato? La conosci davvero bene? E dove pensate di vivere? Spero non qui Questa non è solo la tua casa. Era anche di mamma
Lui alzò lentamente gli occhi su di me; traspariva solo stanchezza e un freddo rimprovero.
Ah, eccoci. Cominciamo. Rapida come sempre. Ma io sono ancora vivo, Matilde Non sarà un po presto per dividere la pelle dellorso?
Non voglio dividere niente! Vorrei solo capire risposi, scattando. È normale chiedersi: tu ti costruisci una nuova famiglia, e io che farò io se succede qualcosa?
Quando succederà, allora ci penserai, tagliò lui, cupo, e se ne andò in camera sua.
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Flavia arrivò qualche giorno dopo. Alta, elegante, con occhi tristi che sembravano leggere dentro di me, fu estremamente educata.
Matilde cara, capisco benissimo come ti senti, mi disse. Non voglio nulla. Ho una mia vita, una mia casa. Amo solo tuo padre, tutto qui.
Flavia si sforzava di essere gentile, ma le sue domande
La tua casa in montagna è molto distante dalla città? chiese con quella grazia un po troppo dolce. Da quanto avete questo appartamento? Gli immobili depoca a Firenze sono un patrimonio prezioso, sai.
Flavia ripeteva che discutere di eredità in anticipo era sbagliato, che certi discorsi ferivano tuo padre e lo facevano sentire di troppo.
Tornai dal loro incontro più inquieta di prima. Ero ormai convinta che Flavia fosse scaltra e calcolatrice, e i già fragili rapporti con mio padre si incrinarono del tutto. Vedevo in lui un vecchio vulnerabile, accecato da una passione tardiva, pronto a regalare tutto alla prima che passasse. Lui, invece, nei miei occhi ravvisava solo diffidenza e avidità. Semplicemente non pensavo più alla sua felicità.
Da allora, ogni conversazione tra noi era uno scontro. Mio padre reclamava il diritto a essere felice. Io esigevo la sicurezza per il mio futuro. Ci ferivamo sempre di più, senza accorgerci che ci stavamo solo allontanando.
***
Alla fine crollai e proposi di andare da un notaio, così da chiarire per sempre la questione delleredità.
Lui allinizio si oppose, ma poi, sospirando, acconsentì.
Va bene, come vuoi tu, disse con amarezza.
Andammo in silenzio allo studio notarile. Io stringevo nervosamente la borsa, pronta alla battaglia.
Cera silenzio. Mio padre si sedette in disparte, le mani sulle ginocchia, il volto imperscrutabile.
Il notaio, una donna anziana e severa, aprì la cartella.
Bene, siamo qui per iniziò formale.
Un momento, la interruppe mio padre, con voce calma ma così ferma da farmi sobbalzare. Io sono qui per altro
Le porse un foglio.
Prego.
Lei socchiuse gli occhiali sugli occhi, lessero il documento e alzò lo sguardo stupita:
Ma siete sicuro, signor Enrico? Questo è un atto di donazione: cedete tutto alla signora Matilde? Senza alcuna contropartita?
Mi mancò quasi il fiato. Tutto a me? Così? Un tranello? Voleva poi accusarmi di averlo costretto?
Lo fissai negli occhi, cercando una spiegazione.
Ma nel suo sguardo non cerano né rabbia né indignazione, solo una sconfinata delusione e un po di pena. Pena per me, Matilde.
Eccolo, disse pacato, lasciando il documento davanti a me. Prendi pure tutto ciò che volevi tanto. Lappartamento. La casa in montagna. Adesso puoi star tranquilla, che non scambierò mai la tua preziosa proprietà con io chissà quale felicità immaginaria.
Pronunciò la parola felicità con una tale amarezza che rabbrividii.
Papà io non era questo che volevo sussurrai tra le lacrime della vergogna.
Non volevi? scattò lui con una smorfia. Quella era peggio di ogni urlo. Matilde, in questi sei mesi non ti sei mai chiesta come stessi, se avevo freddo o bisogno di qualcosa. Le tue domande erano solo sui documenti, solo su metri quadri. Io non ero più tuo padre, ma un ostacolo fra te e leredità. Tu credevi che io non ci facessi caso?
Si voltò verso la porta. Poi aggiunse:
Tu volevi questa gabbia? Bene, eccola. È tutta tua.
Uscì lasciandomi lì, sola, a stringere quel foglio freddo. Avevo vinto? Avevo. Ma allimprovviso capii di aver perso tutto.
***
Sono passati tanti anni.
Papà e Flavia sono ancora insieme. Ogni tanto li vedo al mercato o passeggiare per il lungarno. Si tengono quasi sempre per mano. Mio padre è invecchiato, ma guardandola sorride come non lo vedevo da anni.
Io vivo sola.
In quel grande appartamento ristrutturato, con mobili nuovi e ogni comfort.
Nei fine settimana vado alla casa in montagna. Tutto in ordine.
Solo che la felicità si è persa da qualche parte
Ho capito con il tempo che mio padre mi ha dato la casa non per rabbia, ma perché mi ha consegnato ciò che io stessa avevo scelto: muri al posto delle persone, carte al posto dellamore.
Ho barattato mio padre per tre stanze e una casa in montagna. E questa consapevolezza è la vera eredità che mi ha lasciato.






