Firme sul pianerottolo Davide si fermò davanti alle cassette della posta, perché sul tabellone delle comunicazioni — dove di solito trovava avvisi sull’autolettura dei contatori o gatti smarriti — era appena apparso un nuovo foglio. Era stato appuntato storto con delle puntine, come in fretta e furia. In alto, in grande: “Raccolta Firme. Prendiamo Provvedimenti.” Sotto, il nome di una famiglia del quinto piano e un breve elenco di accuse: rumori notturni, colpi, urla, “violazione delle regole del silenzio”, “pericolo per la sicurezza”. In fondo, le firme già si accumulavano, ordinate o svolazzanti. Davide lesse due volte, ma il senso era chiaro fin da subito. Le dita gli andarono alla penna nel giubbotto, però rimase fermo. Non perché fosse contrario: semplicemente non gli piaceva quando lo mettevano alle strette. Viveva in quel palazzo da dodici anni e aveva imparato a stare alla larga dalle guerre di pianerottolo come dalle correnti d’aria. Aveva già abbastanza problemi: il lavoro in officina, i turni, la madre colpita da ictus dall’altra parte della città, un figlio adolescente che alternava lunghi silenzi a improvvisi scatti d’ira per nulla. Sul pianerottolo regnava il silenzio, solo l’ascensore sbatté sordo da qualche parte in alto. Davide salì al suo quarto piano, prese le chiavi; prima di girarle nella toppa, gettò uno sguardo alla scala che conduceva al quinto. Lì abitava la signora Giuliani. Poco più di cinquanta, asciutta, sempre con i capelli corti e lo sguardo pesante. Raramente salutava per prima e rispondeva come se la si disturbasse. Davide la vedeva spesso carica di borse della Conad o con il secchio quando lavava il pianerottolo davanti alla sua porta. Di notte dalla sua casa, ogni tanto, i rumori c’erano davvero: un tonfo, un grido breve, come se si trascinasse qualcosa a fatica. Nel gruppo WhatsApp condominiale ci entrava solo al bisogno: discussioni su parcheggi e rifiuti, per lo più. Ma nelle ultime settimane un solo argomento: “Ancora colpi alle due! Mio figlio si è spaventato!” “Domattina lavoro, così non si può!” “Non sono colpi, sono i mobili che sposta, l’ho sentito.” “Serve l’amministratore. La legge parla chiaro.” Davide scorreva in silenzio. Non era un santo. Anche lui si svegliava ai rumori notturni e sentiva il fastidio salire. Avrebbe voluto che qualcun altro risolvesse e leggere la mattina: “Tutto sistemato”. La sera stessa scrisse: “Chi raccoglie le firme? Il foglio dov’è?” Rispose la caposcala, la signora Nardi del terzo piano: “Tabellone al primo. Domani sera discussione da me alle 19. Serve decidere finché siamo in tempo.” Davide appoggiò il telefono. Dentro si muoveva un senso sgradevole, lo stesso dei consigli scolastici: tutto già deciso, a te solo la crocetta. Il giorno dopo incrociò la signora Giuliani in salita, stracarica di borse, il respiro spezzato, ma testarda a non chiedere aiuto. Davide prese una busta, senza domandare. — Non importa, — disse lei secca. — Tanto la porto su, — rispose andando avanti fianco a fianco. Silenzio fino alla porta. Lei quasi strappò i manici. — Grazie, — disse, più come una nota sul registro che gratitudine. Davide stava per andare, ma sentì dall’interno un suono strano, quasi un gemito pesante. La signora Giuliani si immobilizzò, la chiave tremò nella serratura. — Tutto bene? — chiese, senza sapere il perché. — Bene, — tagliò lei, chiudendo subito. Scese, ma il rumore continuava a farsi sentire nella testa. Non un tonfo, non musica, ma un respiro difficile, umano. Pochi giorni dopo, sulla porta della Giuliani apparve un foglio attaccato con lo scotch. “BASTA RUMORI DI NOTTE. NON DOBBIAMO SOPPORTARE.” Lettere in pennarello, marcate. Restò a guardare. Lo scotch brillava come una ferita. Gli tornò in mente quando da piccolo sulla sua porta comparivano scritte, col padre che urlava ubriaco. Allora Davide odiava più i vicini che facevano finta di niente e poi sparlavano. Salì al quinto, tese l’orecchio. Silenzio. Non bussò. Staccò il foglio con cura, se lo mise in tasca e lo buttò nel cassonetto fuori, non in quello condominiale. Nel gruppo la discussione si faceva più dura. “Lo fa apposta. Nessun rispetto.” “Va sfrattata, altro che!” “L’amministratore dice che serve denuncia collettiva.” Davide notò che “rumore” e “disturbo” rapidamente diventavano “gente così”. Non era già più questione di una notte, ma di una persona-problema. Il sabato, tornando tardi dal lavoro, sentì un tonfo sopra il suo piano, poi un altro. Non sembrava un semplice spostamento, piuttosto una caduta. Una voce di donna, smorzata, distinta: — Resisti… adesso… Salì. Alla porta della Giuliani la fessura luminosa, la spia accesa. Bussò. — Chi è? — voce tesa. — Davide, dal quarto. Va tutto… La porta a catena. Lei in vestaglia, una macchia rossa sulla guancia. — Nulla. Torni pure, — disse. Dall’interno, un gemito rauco. — Serve aiuto? Lo guardò come si offre l’elemosina. — No. Controllo io. — Lì c’è qualcuno… — Mio fratello. Paralizzato. — Lo disse rapido, come a tagliare domande. — Arrivederci. Porta chiusa. Davide era combattuto: andare via, come lei voleva; restare, dopo tutto quello che aveva capito. Scese ma non dormì. “Paralizzato”, diceva la mente. Pensò a chi cade, a chi solleva, chi chiama il 118 di notte, chi muove acqua e letto. Sotto, i vicini che ascoltano e si arrabbiano. Andò all’incontro non per curiosità, ma per senso del dovere. Alle 19 dalla Nardi, c’era già gente in cucina: chi in ciabatte, chi col giubbotto. Tensione palpabile. La signora Nardi accatastava i fogli firmati, la stampa delle regole del silenzio, il telefono del vigile. — La situazione è questa, — iniziò. — Basta sopportare. Qui ci sono bambini, lavoro, salute. Non ce l’abbiamo con la persona, ma ci sono regole. Davide notò l’accortezza: “non ce l’abbiamo con la persona”, e qualche sospiro di sollievo. — Stanotte alle due il bimbo si è svegliato, — si sfogò una del sesto piano. — Un rumore come se cadessero i mobili. — Mio padre appena operato si spaventa, — disse uno in tuta. — Non può reggere. — Bisogna chiamare la polizia ogni volta. Davide ascoltava: la loro fatica era reale, e in quella fatica, la ragione. — Qualcuno le ha parlato? — chiese. — Io, — rispose la Nardi. — Maleducata. “Se non vi sta bene, cambiate casa!” e via la porta. — È sempre così, — confermò la madre del bimbo. Davide pensava al fratello, ma non sapeva se parlare. Il silenzio era già una scelta. — Magari ha problemi… — iniziò. — Tutti li abbiamo, — tagliò corto la Nardi. — Ma non creiamo problemi. A quel punto, suonano. La signora Giuliani, giacca scura, capelli ordinati, una cartellina e il telefono in mano, entra. — Capisco che si parli di me. — Stiamo parlando della situazione, — precisa la Nardi. — Lei disturba. — Disturbo, — ripete la Giuliani. — Bene. Allora ascoltate. Appoggia la cartella, mostra documenti, il telefono. — È mio fratello. Disabile grave, ictus. Non cammina, non si siede. Di notte ha crisi, cade dal letto se non lo prendo in tempo. Lo giro ogni due ore, altrimenti le piaghe. Non sposto mobili, sollevo un adulto che pesa più di me. Parlava piatta, voce d’acciaio nella stanchezza. Davide vide lividi sulle braccia, davvero segni di peso. — L’ambulanza l’ho chiamata tre volte questo mese. — Mostra lo storico sul display. — Ecco le visite, i documenti. Non vorrei condividere affari miei, ma qui si fa passare che faccio baldoria. Colpo di tosse. La ragazza abbassa gli occhi. — Non lo sapevamo. — Non sapevate perché non avete chiesto. Mi avete scritto in porta, avete riversato insulti in chat. Volevate “provvedimenti”. Che dovrei fare, portarlo sulle scale così dormite meglio? — Nessuno ha detto questo! — si risente la Nardi. — Ma dopo le undici non si può. — La legge, eh? — ironizza la Giuliani. — Va bene. Chiamo insieme ambulanza e polizia, così tutti siamo contenti. Metterete la firma su ogni rumore? Testimoni? — E noi che facciamo, allora? — sbotta l’uomo in tuta. — Mio padre malato, già ve l’ho detto. Non possiamo sentire cadere qualcuno ogni notte. — E io, che dovrei fare? Pensa che mi faccia piacere? Silenzio totale. Davide sentì il bisogno di dire qualcosa di umano, ma non c’era nulla di facile. La Nardi sospira, più umana: — Signora Giuliani, capisce se è dura per tutti. Se ci avesse avvisato… — Avvisato di cosa? Che mio fratello la notte può morire? Chiedere aiuto non mi viene. E a chi? Davide capì che era vero. Erano “vicini” solo per indirizzo. Porte chiuse. — Senza urla, — disse finalmente. Voce roca. — O adesso ci dividiamo, o almeno proviamo a cavarcela insieme. Lo fissarono. Non amava stare al centro, ma era tardi per tirarsi indietro. — Io non ho firmato e non firmerò. Un elenco non risolve: fa solo nemici. Ma neanche fingere che vada tutto bene. La salute di tutti conta. La Nardi serrò le labbra. — E quindi? Davide pensò a quella notte sul pianerottolo. — Primo: se dovesse succedere qualcosa di serio di notte, signora Giuliani, può scrivere semplicemente: “118” o “Crisi” in chat. Senza spiegazioni, ma per capire che non è un mobile spostato. — Non sarei obbligata, — rispose rigida. Poi, guardando Davide: — Va bene. Se riesco. — Secondo: se qualcuno sente rumori forti, invece di scaldarsi in chat, prima bussa o telefona. Non con rabbia, ma per vedere se serve aiuto. Solo dopo, eventualmente, si decide il resto. — E se ci tratta male? — Vorrà dire che almeno avrete avuto rispetto, per voi stessi. La Nardi fece una smorfia ma lasciò correre. — E ancora, — rivolto alla Giuliani: — pensiamo a tappeti, paracolpi alle gambe dei mobili, spostare lontano dal muro. Se serve posso aiutare. La Giuliani esitò: — Il letto non si sposta. Ho costruito una specie di sollevatore fissato alla struttura. Ma tappeti… si può ragionare. E… — si bloccò — se qualcuno può stare un’ora ogni tanto di giorno, per permettermi di andare in farmacia, sarebbe… Non concluse. Un movimento fra i presenti. — Mercoledì posso passare io, — disse, sorpresa, la mamma giovane. — Mia madre può badare al piccolo un’ora. Passo io. — Anche io, — borbottò quello in tuta, — ma solo di giorno per sollevare se serve. Davide sentì la tensione calare, ma senza svanire. La Nardi tenne in mano la lista. — E questo, che ne facciamo? Davide guardò le firme. Anche quello del vicino sempre cortese in ascensore. — Secondo me va tolto dal tabellone. Se serve una denuncia, chi vuole la presenti col proprio nome e data. Non un indistinto “provvedimenti”. — Quindi contro l’ordine! — sottolineò la Nardi. — Sono per l’ordine, se non è una clava. La Giuliani incrociò lo sguardo: — Via quel foglio. Non voglio che si firmi contro di me. La Nardi piegò la lista. Non fu chiaro se per rispetto o perché percepiva la nuova corrente. Dopo la riunione tutti uscirono in silenzio. Chi provava a scherzare, ma la battuta moriva lì. Davide e la Giuliani scesero insieme. — Ha fatto male a impicciarsi, — disse lei. — Può darsi. Ma meglio così che pasticci legali e scene. — Verranno lo stesso, — disse stanca. — Quando peggiorerà. Davide voleva sapere il nome del fratello, ma lasciò perdere. — Se mai di notte ha bisogno, bussi. Sono qui. Lei annuì senza guardarlo. Il giorno dopo il foglio era sparito dal tabellone. Ma nella chat comparve un nuovo messaggio della Nardi: “Accordo: in caso di urgenza la signora Giuliani avvisa. Si prega di non discutere di notte. Chi può aiutare di giorno, si segni.” Davide si stupì della parola “turni”. Organizzazione insolita per il loro palazzo. Ma il gruppo si riempì in poche ore: lunedì, venerdì qualcuno, altri in silenzio. La prima notte dopo l’incontro ci fu comunque rumore. Davide si svegliò, guardò l’ora: 2.17. Pochi minuti e in chat: “Crisi. Ambulanza in arrivo.” Niente emoticon, niente richieste. Davide sentiva i passi sulle scale correre, porte sbattere. Immaginava la signora Giuliani mentre solleva il fratello, cerca di impedire che soffochi. Il fastidio restava, ma sopra si depositava qualcosa di nuovo e pesante. La mattina, in ascensore con la Nardi. Lei stravolta. — Di nuovo casino stanotte. — Ambulanza, — rispose Davide. — L’ho vista. Non sapevo davvero fosse così. Ma… io continuo a non dormire. Ho il cuore. Davide annuì. — Provi coi tappi, — propose, sentendo la banalità. — I tappi… — la Nardi rise amara. — A cosa siamo ridotti. Dopo una settimana Davide salì dalla Giuliani con un tappeto e paracolpi per le gambe dei mobili. La porta si aprì subito. Dentro, odore di disinfettante e acidulo. Sul letto, accanto a una struttura metallica autocostruita, il fratello: magro, con occhi persi, immobile. Ora Davide capiva perché il letto non si poteva spostare. — Ecco, — disse mostrando il tappeto. — Qui sotto assorbe un po’ i suoni e i paracolpi al seggiolino. — Il seggiolino batte quando appoggio il catino, — spiegò la Giuliani. — Ci provo, le mani non mi aiutano più. Non aggiunse altro, guardando le sue mani. Davide sistemò silenzioso tappeto e paracolpi, piano per non staccare il sollevatore. Lei vigilava attenta. — Grazie, — disse. Questa volta con altro tono. Davide fece per andare, ma il telefono squillò. La Giuliani rispose, il volto più cupo. — No, adesso non posso… no, grazie. Riagganciò. — I servizi sociali. La badante due ore a settimana, c’è la lista d’attesa. E io invece ne avrei bisogno ogni giorno. Davide non seppe cosa dire. Sapeva che il loro “turno” di palazzo era una pezza, non una soluzione. La sera qualcuno in chat scrisse: “Ma perché dobbiamo aiutarla? È la sua famiglia. Faccia domanda ufficiale come tutti.” Molte risposte, non tutte cattive. Alcuni spiegavano dei tempi, altri litigavano, altri lasciavano solo un punto. Davide lesse, ma preferì tacere. Gli pesava che ogni passo verso una persona scateni la guerra sulla “giustizia”. Dopo qualche giorno, sul tabellone del primo piano comparve un nuovo foglio. Niente “provvedimenti”, solo una tabella: giorni, orari, cognomi. Sotto: telefono Giuliani, e una nota: “Se di notte è urgente, scrivo in chat. Se qualcuno può aiutare a sollevare o chiamare l’ambulanza, si faccia vivo.” Foglio dritto. Era spiacevole vedere quel foglio, come lo era quello delle firme contro. Solo che questa era una spiacevolezza diversa: riconoscere che dietro una porta può esserci la sfortuna, che anche la miseria diventa voce in tabella. Una notte Davide salì davvero. Rumore forte. La Giuliani borbottava, furiosa, non con chiunque ma contro il destino. Bussò. Lei aprì subito, niente catena. — Aiutami, — disse secca. Entrò, tolse le scarpe per non sporcare. Il fratello a terra, respiro faticoso. Insieme lo risollevarono, piano, contando. Le mani tremavano a entrambi. La Giuliani non ringraziò, non pianse. Sistemo il cuscino, controllò il respiro. Uscendo, Davide udì una porta aprirsi un piano più sotto. Un vicino spiò. Nessuno intervenne, nessuno urlò. Il pianerottolo tratteneva il fiato. Al mattino, incontrò il vicino della firma, Massimo della porta accanto. Massimo abbassò gli occhi. — Senti, — disse, — quella volta ho firmato. Perché ero stufo. Non sapevo. Non avrei… — Capisco, — replicò Davide. — Ma ormai importa poco. Conta cosa facciamo da qui in poi. Massimo annuì, qualcosa di ostinato rimasto in viso. Il compromesso funzionava. Non perfetto, ma funzionava. Nelle notti ogni tanto appariva un “118” o “Crisi” in chat. I messaggi feroci cessavano di notte, riemergevano a freddo al mattino. Qualcuno aiutava di giorno, qualcuno dopo una volta spariva. La Nardi gestiva la tabella, ma a volte restavano buchi vuoti. Davide si accorse che si parlava meno nel palazzo. I saluti cauti, come se ogni frase potesse risvegliare la discussione. Nessun foglio minaccioso, ma la leggerezza di prima era persa. Anche sui problemi del lampione, c’era tensione: “che non sia come l’altra volta”. Una sera, in ascensore con la Giuliani, lei aveva un sacchetto di farmaci e un piccolo thermos. Il viso stanco. — Come va? — chiese Davide. — Vivo, — rispose. — Stanotte tranquillo. Salirono insieme. Al quarto lui uscì, ma si fermò. — Se serve… bussa. Lei annuì e aggiunse: — Quel giorno… non volevo… insomma… Non trovò le parole e fece un gesto vago. — Ho capito, — disse Davide. L’ascensore si chiuse. Davide restò solo. Aprì la porta, si tolse il giubbotto, mise le scarpe sul tappetino. In casa, silenzio. Il figlio in camera con le cuffie, la madre chiedeva per telefono quando sarebbe passato. Guardò il telefono poi la porta: oltre, la scala. Pensò ai fogli che cambiano le persone: uno con le firme contro, uno con i nomi di chi dà una mano per un’ora. E che tra di loro la distanza è minore di quella che separa i vicini separati da un muro. In chat, quella sera, qualcuno scrisse: “Grazie a chi ha aiutato oggi. E per favore: non parliamo di fatti personali qui. Per domande, scrivete in privato.” Il messaggio subito sommerso dalle solite lamentele su rifiuti e ascensore. Davide spense il telefono e scaldò il tè. Sapeva che avrebbe potuto svegliarsi ancora per un colpo nel cuore della notte. Sapeva che, ora, non avrebbe pensato solo al suo sonno. Non lo rendeva migliore. Lo rendeva soltanto parte della storia.

Firme sul pianerottolo

Mi ricordo di quando, un tempo ormai lontano, mi fermai davanti alle cassette della posta nel nostro stabile a Milano. Cera un tabellone dove solitamente trovavi gli annunci sulla verifica delle bollette o le foto di gatti smarriti, ma quella volta apparve un foglio nuovo. Lavevano fissato alla buona, le puntine messe di traverso come se chi lo aveva attaccato avesse avuto fretta. In alto, in caratteri grandi: Raccolta firme. Prendere provvedimenti. Sotto, il cognome della famiglia al quinto piano e un breve elenco di reclami: rumori notturni, colpi, urla, violazione della legge sulla quiete pubblica, pericolo per la sicurezza. In fondo già si allungavano firme, alcune precise, altre larghe e decise.

Lessi due volte, anche se era tutto chiaro già dalla prima lettura. La mano quasi senza accorgersene mi portò a cercare la penna in tasca, ma mi bloccai. Non che fossi contrario: semplicemente non mi piaceva sentirmi spinto. Vivevo in quel palazzo da dodici anni, imparando a restare spettatore nelle piccole guerre di condominio, come se fossero delle correnti daria da evitare. Le mie preoccupazioni non mancavano: lavoro in officina, turni che sfinivano, mia madre bloccata dallictus in un altro quartiere, mio figlio adolescente immerso nei suoi silenzi o che esplodeva senza preavviso per sciocchezze.

Quel pianerottolo era quieto come la via dagosto, solo lascensore sbatteva sordo qualche piano più in alto. Salendo al mio quarto piano, tirai fuori le chiavi ma, prima di girarle nella toppa, diedi uno sguardo alla scala che portava su. Al quinto ci abitava la signora Valentina Colombo. Sui cinquantanni, dal fisico asciutto e deciso, taglio corto di capelli, occhi pesanti. Non salutava quasi mai per prima, rispondeva in modo sbrigativo, come se il mondo interrompesse qualcosa di importante. La vedevo spesso risalire con le buste della Coop o con il secchio per pulire il pianerottolo davanti alla sua porta. A volte, di notte, dalla sua casa arrivavano strani rumori: toni cupi, grida brevi, il suono di qualcosa trascinato sul pavimento.

Nel gruppo WhatsApp del condominio leggevo solo se necessario. Lì si discuteva soprattutto di parcheggi e della raccolta differenziata. Lultima settimana però si parlava solo di una cosa.

Ancora alle due di notte i soliti colpi! Mio figlio si è spaventato!

Ho il turno dalle sei, poi sono uno straccio. Non ce la faccio più.

Non sono colpi, sposta i mobili. Glielho sentito fare!

Bisogna chiamare i vigili. Cè una legge!

Io scorrevo silenzioso, senza rispondere. Non ero un santo. Anchio a volte mi svegliavo allimprovviso, alle tre di notte, con il cuore che batteva e la rabbia che si accumulava al petto. Ogni tanto speravo semplicemente che qualcun altro si decidesse a parlare con lei, così io la mattina avrei letto nel gruppo: Problema risolto.

Quella sera però scrissi: Chi raccoglie le firme? Il foglio dovè?

Mi rispose la signora Anna Galli, la referente del condominio, dal terzo piano. Tabellone allingresso. Domani sera alle sette ci vediamo nel mio soggiorno per parlarne. Serve decidere, prima che peggiori.

Restai col telefono in mano, con quella vecchia sensazione provata durante le riunioni di classe: le scelte erano già fatte quando venivi invitato a dire la tua.

Il giorno dopo incontrai Valentina Colombo sulle scale. Saliva a fatica, due borse pesanti, respirava rotta ma non accennava a chiedere aiuto. Gliene presi una di mano, senza domandare.

Non serve, disse secca.

Hai altro da fare, risposi andando di fianco a lei.

Restò zitta fino alla sua porta, poi mi strappò la busta dalle mani.

Grazie. Ma il tono era quello di chi prende nota più che di chi ringrazia.

Stavo tornando al mio piano quando, restando per caso vicino alla sua porta, percepii un suono strano, quasi un ansimare unito a flebili lamenti. Valentina Colombo si bloccò, la chiave esitò nella serratura.

Va tutto bene? domandai, neppure sapendo il perché.

Tutto a posto, tagliò corto e si chiuse dietro la porta.

Scendendo, quel rumore restava nelle orecchie. Non era un mobile, non era musica. Solo un respiro duro, umano.

Passarono due giorni e una mattina, portando giù la spazzatura, notai un biglietto affisso sulla porta di Valentina Colombo: BASTA RUMORI DI NOTTE. NON DOBBIAMO SOPPORTARE. Lettere marcate con il pennarello, calcate.

Mi fermai a guardare quella carta. Il nastro adesivo luccicava come una ferita fresca. Ricordai che anche sulla porta di casa mia, quandero bambino, qualcuno aveva attaccato cartelli simili: mio padre urlava, beveva. Io però odiavo più i vicini che si facevano finta di niente e poi parlavano sottovoce, che lo stesso padre.

Salii al quinto, ascoltai dietro la porta: silenzio assoluto. Non suonai. Tolsi piano il biglietto, lo piegai e lo infilai in tasca. Poi andai a gettarlo nellimmondizia fuori dal portone, perché nessuno lo trovasse ancora.

Nel frattempo, la discussione sul gruppo diventò più aspra.

Lo fa apposta. Non le importa della gente.

Certa gente è meglio mandarli a vivere in una casa isolata.

I vigili hanno detto che serve una denuncia collettiva.

Mi resi conto di quanto in fretta le parole rumore e disturbo si trasformavano in gente così. Come se non si parlasse più di una notte specifica, ma di una persona come un problema.

Quella sera rientrai tardi dal lavoro. Lascensore sapeva di deodorante e fumo di sigaretta. Al quarto piano, mentre uscivo, sentii sopra di me colpi sordi, come un corpo che cade. Poi la voce di una donna, strozzata ma ferma:

Forza ora

Salii, bussai alla porta della Colombo. La luce del corridoio filtrava dalla fessura.

Chi è? voce tesa.

Sergio, del quarto piano. Va tutto

La porta si socchiuse, catena agganciata. Lei apparve in vestaglia, un alone rosso sulla guancia, forse una lacrima nascosta.

Niente, vada, disse.

Da dentro, ancora tardivi lamenti.

Ha bisogno di aiuto? domandai.

Lei mi guardò come se offrissi carità.

No. Gestisco io.

Cè qualcuno

È mio fratello. È paralizzato. Lo disse di colpo, come a troncare ogni dubbio. Vada, per favore.

La porta si richiuse.

Sul pianerottolo restai indeciso, combattuto tra listinto di rispettare la sua volontà e quello di non far finta di nulla dopo aver sentito troppo. Tornando a casa, la parola paralizzato mi girava in testa. Immaginai notti passate a sollevare, spostare, chiamare lambulanza, cambiare lenzuola, lavare, sentire i vicini che si lamentano.

Andai allincontro da Anna Galli non per curiosità, ma per il nodo alla gola che avrei sentito se avessi evitato. Alle sette, davanti alla sua porta, altri erano già lì: qualcuno in ciabatte, qualcuno con la giacca, ognuno col proprio nervosismo.

Anna ci fece sedere attorno al tavolo della cucina. Sul piano, il foglio delle firme, una copia stampata delle normative sulla quiete e le generalità del comando di polizia.

La situazione è questa, esordì. Non possiamo più sopportare. Abbiamo bambini, lavoro, problemi di salute. Io, per esempio, controllo la pressione ogni mattina perché la notte non dormo. Non abbiamo nulla contro la persona, ma ci sono delle regole.

Notai come avesse precisato non contro la persona, quasi a tranquillizzare gli altri.

Ieri alle due mi sono svegliata, disse Francesca, del sesto piano, giovane ma dagli occhi stanchi. Il mio bimbo dormiva appena. Poi il tonfo, sembrava cadesse un armadio. Sono rimasta sveglia fino allalba.

Mio padre è appena stato operato, intervenne Carlo, tuta sportiva e occhi rossi. Non gli posso far venire lansia. Lui sente e pensa al peggio.

Bisogna chiamare la polizia ogni volta, suggerì qualcuno. Almeno verbalizzano.

Ascoltai, rendendomi conto che non inventavano. Erano esecranti ma autentici.

Qualcuno ha parlato con lei? domandai.

Lho fatto io, rispose Anna. Mi ha trattato male. Ha detto: Non vi va bene, traslocate. E mi ha chiuso la porta in faccia.

È sempre così, aggiunse Francesca. Sembra ci debba qualcosa.

Pensai di raccontare del fratello, ma rimasi zitto.

Forse ha dei problemi accennai.

Tutti ne hanno, mi zittì Anna. Ma non svegliano tutto il condominio.

In quel momento, il campanello suonò. Anna aprì. Entrò Valentina Colombo, giacca scura, capelli domati, cartella e cellulare in mano. Il volto duro, senza paura.

Immagino che parliate di me, esordì.

Divenne tutto angusto, come nellascensore dellingresso.

Parliamo della situazione, disse Anna. Lei disturba.

Disturbo, ripeté Valentina, annuendo più a sé stessa che agli altri. Bene, ascoltate.

Appoggiò la cartella, la aprì. Uscirono alcuni fogli, certificati, prescrizioni mediche. Mise il telefono sul tavolo.

È mio fratello. È invalido al 100%. Dopo lictus. Non cammina, non si alza. Di notte ha crisi. Si soffoca, cade dal letto. Se non intervengo, si rompe la pelle sotto. Ogni due ore lo giro. Non sono mobili spostati: sono io che sollevo un uomo adulto che pesa più di me.

Parlava calma, ma nella voce sentivi il ferro della spossatezza. Sulle braccia, lividi giallastri.

Ho chiamato lambulanza tre volte in un mese. Guardate, mostrò i log delle chiamate sul cellulare. Queste sono le prescrizioni. Non sarei tenuta a dimostrarvi niente, ma state raccogliendo firme come se facessi festa qui dentro.

Nel silenzio qualcuno tossì, Francesca abbassò gli occhi.

Non lo sapevamo, mormorò.

Non sapevate perché non avete mai chiesto, tagliò secca la Colombo. Avete scritto sulla porta. Mi avete insultata in chat. Volevate provvedimenti. Quali? Che butti mio fratello giù dalle scale?

Nessuno lo ha detto, ribatté Anna. Ci sono delle regole. Dopo le undici stop ai rumori.

Le regole, sorrise amaro Valentina. Bene. Chiamerò il 112 e la polizia insieme, ogni volta. Verbalizzerete anche voi che mi vedete sollevare una persona? Farete da testimoni?

Dobbiamo allora solo sopportare? urlò quasi Carlo. Aveva la voce spezzata. Anche mio padre è malato. Non posso ogni notte sentire tumulti sopra la testa.

E secondo lei, io posso? Crede che sia piacevole anche per me? rispose Valentina, fissandolo negli occhi.

Calò il gelo. Cercai di spezzare la tensione, ma le parole semplici non venivano.

Anna Galli, più pacata: Signora Colombo, deve capire che è difficile per tutti. Se ci avesse avvisati

Avvisare cosa? Che mio fratello può morirci tra le mani di notte? Serrò la cartella. Io non so chiedere. E oggi non saprei neanche a chi.

Mi resi conto che era vero. Vivevamo vicini, ma non insieme. Ognuno era una porta chiusa.

Forse possiamo evitare di urlare, dissi con voce rauca. O troviamo ora un modo o non ne usciamo più.

Mi guardarono, a disagio. Non mi piaceva essere al centro, ma ormai ERA tardi per nascondersi.

Non ho firmato, continuai. Perché non serve accusare, solo a creare nemici. Ma non possiamo ignorare il problema; la salute è importante per tutti.

Anna mi fissò.

Allora, che proponi?

Ripensai a quella notte, nel corridoio.

Intanto, comunichiamo tra noi. Se cè qualcosa di grave di notte, signora Colombo, può scrivere un messaggio tipo ambulanza o crisi. Senza giustificarsi, solo così la gente sa che non sta spostando mobili.

Non ci sono obbligata partì lei, poi si fermò fissandomi. Va bene. Quando posso, lo farò.

Seconda cosa: sentite un rumore forte, anziché invocare la polizia, provate prima a chiamarla o bussare. Non per accusare, ma per chiedere se serve una mano. Solo se non apre, decidete come comportarvi.

Se ci risponde male? chiese Francesca.

Avrete fatto il possibile come persone, risposi. Vale per voi.

Anna sbuffò, ma non replicò.

E, aggiunsi rivolto alla Colombo, magari pensare a tappetini, ruote in gomma per le sedie, spostare se possibile i letti dalla parete. Se serve, posso aiutare.

Silenzio. Valentina, sottovoce: Il letto non si sposta. Ho fissato il sollevatore artigianale. Ma tappetini sì E poi se qualcuno può venire di giorno anche solo unora, a farmi prendere aria in farmacia

Qui la voce le morì. In cucina qualcuno si mosse.

Io potrei mercoledì, sussurrò Francesca, arrossendo. Mia madre sta col bimbo, io potrei unoretta.

Io anche, disse Carlo. Di giorno. La notte no.

Sentii la tensione calare appena, come fosse cambiata dabito.

Anna Galli prese il foglio delle firme.

Che facciamo con questo?

Lo guardai: cerano cognomi di persone con cui si scherzava in ascensore.

Penso che vada tolto dal tabellone. Se proprio qualcuno vuole fare denuncia, che lo faccia di persona, con date e fatti. Non così, con un vago prendere provvedimenti.

Quindi tu sei contro le regole? disse Anna, pesante.

Le regole sì, risposi. Ma non devono essere una clava.

Valentina Colombo rialzò gli occhi.

Togliete quella carta. Non voglio ogni giorno vedere chi mi mette sotto accusa.

Anna la piegò piano e la infilò nella cartella. Non capii se per rispetto o perché il gruppo si era ammorbidito.

Dopo la riunione, la gente scivolò fuori in silenzio. Sul pianerottolo, un paio provarono a fare una battuta ma si perse nel vuoto. Uscendo, mi ritrovai accanto a Valentina.

Lei fa male a mettersi in mezzo, disse.

Probabile, risposi. Ma non volevo finisse in tribunale.

Finirà lo stesso. Quando starà peggio.

Stavo per chiederle come si chiamava il fratello, ma lasciai perdere.

Se di notte dovesse servire aiuto, bussi. Sono qui.

Annui senza guardarmi.

Il giorno dopo, il foglio sul tabellone sparì. Ma sul gruppo comparve una nuova comunicazione. Anna Galli scriveva: Stabilito: in emergenza Valentina Colombo avvisa. Evitiamo litigi notturni. Se possibile aiuto di giorno, fate sapere a me.

Mi colpì la parola turno. Era troppo ordinata per il nostro palazzo, ma nel giro di unora arrivarono davvero alcuni messaggi: qualcuno poteva il lunedì, altri il venerdì. Alcuni restarono zitti.

Già la prima notte dopo la riunione ci fu nuovo fracasso. Mi svegliai di colpo, cuore in gola: 02:17. Poco dopo, un messaggio breve: Crisi. Arriva ambulanza. Niente emoticon, nessuna preghiera.

Restai a sentire il trambusto sopra. Immaginai Valentina che teneva suo fratello, cercando di non farlo soffocare. Lirritazione non spariva, ma si mischiava a tuttaltro: un peso silenzioso.

La mattina dopo incontrai Anna Galli in ascensore. Era pallida.

Ancora una notte così.

Ambulanza, Anna, risposi io.

Ho visto. Non sapevo così Ma non riesco a dormire. Ho la pressione alta.

Annuii. Non potevo sciogliere il suo malessere.

Forse i tappi per le orecchie? azzardai, sentendo la miseria del consiglio.

Tappi abbiamo fatto strada, vero?

La settimana successiva salii dalla Colombo verso mezzogiorno, come promesso. Avevo con me dei feltrini in gomma e un tappetino spesso presi dal ferramenta. Alla porta, mi aprì subito.

La casa sapeva di medicinali e di qualcosa di acido, come in ospedale. La stanza, piccola, aveva un letto addossato alla parete. Su di esso un uomo magro, volto fisso e sguardo perso. Accanto, una struttura fatta in casa con cinture e tubi fissati al telaio del letto. Capii perché il letto non si muoveva.

Ecco, mostrai il tappetino. Se lo mettiamo sotto il letto attutisce. E questi sotto gli sgabelli.

Lo sgabello fa rumore quando appoggio il catino, spiegò lei. Le braccia non ce la fanno più

Guardò le mani, già segnate e screpolate.

Aiutai a sistemare tutto, delicato, stando attento a non sconvolgere la struttura. Lentamente, sentii la schiena cedere. Lei badava che non rompessi nulla.

Grazie, disse quando finii. Stavolta il ringraziamento era vero.

Stavo uscendo quando il telefono squillò in corridoio. Lei rispose, il volto divenne plumbeo.

No, non posso. Sì. No, grazie.

Riagganciò.

Assistenza sociale. Mi dicono che la badante cè solo per due ore a settimana, e cè da aspettare. Ma a me serve tutti i giorni.

Non risposi. Il turno in condominio non era una soluzione, era una pezza.

Quella sera nel gruppo qualcuno scrisse: Perché dobbiamo aiutare noi? È problema suo, ci sono i servizi. Risposte tante, e non tutte cattive; chi spiegava le liste dattesa, chi criticava, chi metteva solo dei puntini.

Non intervenni. Mi sentivo stanco, ma non per la Colombo: per come ogni gesto verso laltro diventasse subito lite su chi ha ragione.

Pochi giorni dopo, in ingresso vidi un nuovo foglio: non provvedimenti, ma una tabella con giorni, orari, cognomi. Numero di Valentina Colombo, nota: Di notte, se necessario, avviso. Se qualcuno riesce ad aiutare a sollevare o attendere i soccorsi, scrivetemi. Il foglio, dritto e ordinato.

Mi diede una fitta: era fastidioso vedere quel foglio come lo era il primo. Solo che ora era unammissione: il guaio dietro la porta diventava una voce in una tabella.

Una notte, non resistetti. Sentii gran rumore, poi lei che mormorava tra i denti, non alle persone, ma al corpo. Bussai. Aprì senza catena.

Aiutami, disse piano.

Entrai, lasciai le scarpe nellangolo. Il fratello era caduto. Insieme lo sollevammo, uno sforzo che fece tremare le braccia. Lei non pianse, non ringraziò. Sistemò cuscini e controllò il respiro.

Uscendo, sentii una porta aprirsi di sotto, qualcuno sbirciava. Silenzio. Nessuno uscì o chiese niente. Il palazzo tratteneva il fiato.

La mattina seguente incontrai il vicino, Vittorio, che aveva firmato.

Senti, io quella volta ho firmato, ero stanco, ma non sapevo. Non avrei

Capisco, risposi. Ma ora conta solo cosa facciamo dopo.

Annuii, ma lo sguardo restava ostinato, come chi non vuole ammettere i propri sbagli, nemmeno con sé stesso.

Il compromesso funzionava, nel suo imperfetto modo. Di notte, ogni tanto, Valentina mandava un Ambulanza o Caduta. I messaggi cattivi notturni furono meno, i reclami più pacati la mattina. Qualcuno andava davvero ad aiutare, altri sparivano dopo una sola volta. Anna teneva la tabella, ma a volte restavano vuoti.

Mi accorsi che si parlava meno, negli spazi comuni. I saluti erano cauti, come se ogni parola potesse riaccendere la miccia. Il biglietto minaccioso non cera più, ma anche la leggerezza si era spenta. Persino per una lampadina rotta si diceva: Speriamo non sia come lultima volta.

Una sera vidi Valentina allascensore, con farmaci e un piccolo thermos. Il viso stanco.

Come va? le chiesi.

È vivo. Stanotte è andata bene.

Salimmo insieme. Al quarto mi fermai, ma esitai.

Se serve dissi. Sa dove trovarmi.

Annuii e aggiunse tutto dun fiato:

Allassemblea non volevo

Non completò. Fece solo un gesto, come a scusarsi.

Ho capito, replicai.

La porta dellascensore si chiuse, restai sul pianerottolo. Entrai, posai la giacca, le scarpe sul tappetino. In casa silenzio: mio figlio coi suoi auricolari, mia madre che chiamava per chiedere di venire a trovarla.

Guardai lo schermo, poi la porta dietro cui iniziavano le scale. Pensai a quei fogli che riescono a cambiare le persone: uno con le firme contro, uno con i cognomi di chi dedica unora al prossimo. E in mezzo lo spazio sottile tra due vicini.

Quella sera, nel gruppo, qualcuno scrisse: Grazie a chi ha aiutato oggi. E lasciamo da parte le discussioni personali. Per necessità scrivete in privato. Ma il messaggio si perse subito tra chiacchiere su rifiuti e ascensore.

Spensi il telefono e andai a mettere su il bollitore. Sapevo che forse avrei sentito nuovi colpi quella notte. E ora, svegliandomi, non avrei più pensato solo al mio sonno. Non mi rendeva migliore. Solo partecipe.

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two × 4 =

Firme sul pianerottolo Davide si fermò davanti alle cassette della posta, perché sul tabellone delle comunicazioni — dove di solito trovava avvisi sull’autolettura dei contatori o gatti smarriti — era appena apparso un nuovo foglio. Era stato appuntato storto con delle puntine, come in fretta e furia. In alto, in grande: “Raccolta Firme. Prendiamo Provvedimenti.” Sotto, il nome di una famiglia del quinto piano e un breve elenco di accuse: rumori notturni, colpi, urla, “violazione delle regole del silenzio”, “pericolo per la sicurezza”. In fondo, le firme già si accumulavano, ordinate o svolazzanti. Davide lesse due volte, ma il senso era chiaro fin da subito. Le dita gli andarono alla penna nel giubbotto, però rimase fermo. Non perché fosse contrario: semplicemente non gli piaceva quando lo mettevano alle strette. Viveva in quel palazzo da dodici anni e aveva imparato a stare alla larga dalle guerre di pianerottolo come dalle correnti d’aria. Aveva già abbastanza problemi: il lavoro in officina, i turni, la madre colpita da ictus dall’altra parte della città, un figlio adolescente che alternava lunghi silenzi a improvvisi scatti d’ira per nulla. Sul pianerottolo regnava il silenzio, solo l’ascensore sbatté sordo da qualche parte in alto. Davide salì al suo quarto piano, prese le chiavi; prima di girarle nella toppa, gettò uno sguardo alla scala che conduceva al quinto. Lì abitava la signora Giuliani. Poco più di cinquanta, asciutta, sempre con i capelli corti e lo sguardo pesante. Raramente salutava per prima e rispondeva come se la si disturbasse. Davide la vedeva spesso carica di borse della Conad o con il secchio quando lavava il pianerottolo davanti alla sua porta. Di notte dalla sua casa, ogni tanto, i rumori c’erano davvero: un tonfo, un grido breve, come se si trascinasse qualcosa a fatica. Nel gruppo WhatsApp condominiale ci entrava solo al bisogno: discussioni su parcheggi e rifiuti, per lo più. Ma nelle ultime settimane un solo argomento: “Ancora colpi alle due! Mio figlio si è spaventato!” “Domattina lavoro, così non si può!” “Non sono colpi, sono i mobili che sposta, l’ho sentito.” “Serve l’amministratore. La legge parla chiaro.” Davide scorreva in silenzio. Non era un santo. Anche lui si svegliava ai rumori notturni e sentiva il fastidio salire. Avrebbe voluto che qualcun altro risolvesse e leggere la mattina: “Tutto sistemato”. La sera stessa scrisse: “Chi raccoglie le firme? Il foglio dov’è?” Rispose la caposcala, la signora Nardi del terzo piano: “Tabellone al primo. Domani sera discussione da me alle 19. Serve decidere finché siamo in tempo.” Davide appoggiò il telefono. Dentro si muoveva un senso sgradevole, lo stesso dei consigli scolastici: tutto già deciso, a te solo la crocetta. Il giorno dopo incrociò la signora Giuliani in salita, stracarica di borse, il respiro spezzato, ma testarda a non chiedere aiuto. Davide prese una busta, senza domandare. — Non importa, — disse lei secca. — Tanto la porto su, — rispose andando avanti fianco a fianco. Silenzio fino alla porta. Lei quasi strappò i manici. — Grazie, — disse, più come una nota sul registro che gratitudine. Davide stava per andare, ma sentì dall’interno un suono strano, quasi un gemito pesante. La signora Giuliani si immobilizzò, la chiave tremò nella serratura. — Tutto bene? — chiese, senza sapere il perché. — Bene, — tagliò lei, chiudendo subito. Scese, ma il rumore continuava a farsi sentire nella testa. Non un tonfo, non musica, ma un respiro difficile, umano. Pochi giorni dopo, sulla porta della Giuliani apparve un foglio attaccato con lo scotch. “BASTA RUMORI DI NOTTE. NON DOBBIAMO SOPPORTARE.” Lettere in pennarello, marcate. Restò a guardare. Lo scotch brillava come una ferita. Gli tornò in mente quando da piccolo sulla sua porta comparivano scritte, col padre che urlava ubriaco. Allora Davide odiava più i vicini che facevano finta di niente e poi sparlavano. Salì al quinto, tese l’orecchio. Silenzio. Non bussò. Staccò il foglio con cura, se lo mise in tasca e lo buttò nel cassonetto fuori, non in quello condominiale. Nel gruppo la discussione si faceva più dura. “Lo fa apposta. Nessun rispetto.” “Va sfrattata, altro che!” “L’amministratore dice che serve denuncia collettiva.” Davide notò che “rumore” e “disturbo” rapidamente diventavano “gente così”. Non era già più questione di una notte, ma di una persona-problema. Il sabato, tornando tardi dal lavoro, sentì un tonfo sopra il suo piano, poi un altro. Non sembrava un semplice spostamento, piuttosto una caduta. Una voce di donna, smorzata, distinta: — Resisti… adesso… Salì. Alla porta della Giuliani la fessura luminosa, la spia accesa. Bussò. — Chi è? — voce tesa. — Davide, dal quarto. Va tutto… La porta a catena. Lei in vestaglia, una macchia rossa sulla guancia. — Nulla. Torni pure, — disse. Dall’interno, un gemito rauco. — Serve aiuto? Lo guardò come si offre l’elemosina. — No. Controllo io. — Lì c’è qualcuno… — Mio fratello. Paralizzato. — Lo disse rapido, come a tagliare domande. — Arrivederci. Porta chiusa. Davide era combattuto: andare via, come lei voleva; restare, dopo tutto quello che aveva capito. Scese ma non dormì. “Paralizzato”, diceva la mente. Pensò a chi cade, a chi solleva, chi chiama il 118 di notte, chi muove acqua e letto. Sotto, i vicini che ascoltano e si arrabbiano. Andò all’incontro non per curiosità, ma per senso del dovere. Alle 19 dalla Nardi, c’era già gente in cucina: chi in ciabatte, chi col giubbotto. Tensione palpabile. La signora Nardi accatastava i fogli firmati, la stampa delle regole del silenzio, il telefono del vigile. — La situazione è questa, — iniziò. — Basta sopportare. Qui ci sono bambini, lavoro, salute. Non ce l’abbiamo con la persona, ma ci sono regole. Davide notò l’accortezza: “non ce l’abbiamo con la persona”, e qualche sospiro di sollievo. — Stanotte alle due il bimbo si è svegliato, — si sfogò una del sesto piano. — Un rumore come se cadessero i mobili. — Mio padre appena operato si spaventa, — disse uno in tuta. — Non può reggere. — Bisogna chiamare la polizia ogni volta. Davide ascoltava: la loro fatica era reale, e in quella fatica, la ragione. — Qualcuno le ha parlato? — chiese. — Io, — rispose la Nardi. — Maleducata. “Se non vi sta bene, cambiate casa!” e via la porta. — È sempre così, — confermò la madre del bimbo. Davide pensava al fratello, ma non sapeva se parlare. Il silenzio era già una scelta. — Magari ha problemi… — iniziò. — Tutti li abbiamo, — tagliò corto la Nardi. — Ma non creiamo problemi. A quel punto, suonano. La signora Giuliani, giacca scura, capelli ordinati, una cartellina e il telefono in mano, entra. — Capisco che si parli di me. — Stiamo parlando della situazione, — precisa la Nardi. — Lei disturba. — Disturbo, — ripete la Giuliani. — Bene. Allora ascoltate. Appoggia la cartella, mostra documenti, il telefono. — È mio fratello. Disabile grave, ictus. Non cammina, non si siede. Di notte ha crisi, cade dal letto se non lo prendo in tempo. Lo giro ogni due ore, altrimenti le piaghe. Non sposto mobili, sollevo un adulto che pesa più di me. Parlava piatta, voce d’acciaio nella stanchezza. Davide vide lividi sulle braccia, davvero segni di peso. — L’ambulanza l’ho chiamata tre volte questo mese. — Mostra lo storico sul display. — Ecco le visite, i documenti. Non vorrei condividere affari miei, ma qui si fa passare che faccio baldoria. Colpo di tosse. La ragazza abbassa gli occhi. — Non lo sapevamo. — Non sapevate perché non avete chiesto. Mi avete scritto in porta, avete riversato insulti in chat. Volevate “provvedimenti”. Che dovrei fare, portarlo sulle scale così dormite meglio? — Nessuno ha detto questo! — si risente la Nardi. — Ma dopo le undici non si può. — La legge, eh? — ironizza la Giuliani. — Va bene. Chiamo insieme ambulanza e polizia, così tutti siamo contenti. Metterete la firma su ogni rumore? Testimoni? — E noi che facciamo, allora? — sbotta l’uomo in tuta. — Mio padre malato, già ve l’ho detto. Non possiamo sentire cadere qualcuno ogni notte. — E io, che dovrei fare? Pensa che mi faccia piacere? Silenzio totale. Davide sentì il bisogno di dire qualcosa di umano, ma non c’era nulla di facile. La Nardi sospira, più umana: — Signora Giuliani, capisce se è dura per tutti. Se ci avesse avvisato… — Avvisato di cosa? Che mio fratello la notte può morire? Chiedere aiuto non mi viene. E a chi? Davide capì che era vero. Erano “vicini” solo per indirizzo. Porte chiuse. — Senza urla, — disse finalmente. Voce roca. — O adesso ci dividiamo, o almeno proviamo a cavarcela insieme. Lo fissarono. Non amava stare al centro, ma era tardi per tirarsi indietro. — Io non ho firmato e non firmerò. Un elenco non risolve: fa solo nemici. Ma neanche fingere che vada tutto bene. La salute di tutti conta. La Nardi serrò le labbra. — E quindi? Davide pensò a quella notte sul pianerottolo. — Primo: se dovesse succedere qualcosa di serio di notte, signora Giuliani, può scrivere semplicemente: “118” o “Crisi” in chat. Senza spiegazioni, ma per capire che non è un mobile spostato. — Non sarei obbligata, — rispose rigida. Poi, guardando Davide: — Va bene. Se riesco. — Secondo: se qualcuno sente rumori forti, invece di scaldarsi in chat, prima bussa o telefona. Non con rabbia, ma per vedere se serve aiuto. Solo dopo, eventualmente, si decide il resto. — E se ci tratta male? — Vorrà dire che almeno avrete avuto rispetto, per voi stessi. La Nardi fece una smorfia ma lasciò correre. — E ancora, — rivolto alla Giuliani: — pensiamo a tappeti, paracolpi alle gambe dei mobili, spostare lontano dal muro. Se serve posso aiutare. La Giuliani esitò: — Il letto non si sposta. Ho costruito una specie di sollevatore fissato alla struttura. Ma tappeti… si può ragionare. E… — si bloccò — se qualcuno può stare un’ora ogni tanto di giorno, per permettermi di andare in farmacia, sarebbe… Non concluse. Un movimento fra i presenti. — Mercoledì posso passare io, — disse, sorpresa, la mamma giovane. — Mia madre può badare al piccolo un’ora. Passo io. — Anche io, — borbottò quello in tuta, — ma solo di giorno per sollevare se serve. Davide sentì la tensione calare, ma senza svanire. La Nardi tenne in mano la lista. — E questo, che ne facciamo? Davide guardò le firme. Anche quello del vicino sempre cortese in ascensore. — Secondo me va tolto dal tabellone. Se serve una denuncia, chi vuole la presenti col proprio nome e data. Non un indistinto “provvedimenti”. — Quindi contro l’ordine! — sottolineò la Nardi. — Sono per l’ordine, se non è una clava. La Giuliani incrociò lo sguardo: — Via quel foglio. Non voglio che si firmi contro di me. La Nardi piegò la lista. Non fu chiaro se per rispetto o perché percepiva la nuova corrente. Dopo la riunione tutti uscirono in silenzio. Chi provava a scherzare, ma la battuta moriva lì. Davide e la Giuliani scesero insieme. — Ha fatto male a impicciarsi, — disse lei. — Può darsi. Ma meglio così che pasticci legali e scene. — Verranno lo stesso, — disse stanca. — Quando peggiorerà. Davide voleva sapere il nome del fratello, ma lasciò perdere. — Se mai di notte ha bisogno, bussi. Sono qui. Lei annuì senza guardarlo. Il giorno dopo il foglio era sparito dal tabellone. Ma nella chat comparve un nuovo messaggio della Nardi: “Accordo: in caso di urgenza la signora Giuliani avvisa. Si prega di non discutere di notte. Chi può aiutare di giorno, si segni.” Davide si stupì della parola “turni”. Organizzazione insolita per il loro palazzo. Ma il gruppo si riempì in poche ore: lunedì, venerdì qualcuno, altri in silenzio. La prima notte dopo l’incontro ci fu comunque rumore. Davide si svegliò, guardò l’ora: 2.17. Pochi minuti e in chat: “Crisi. Ambulanza in arrivo.” Niente emoticon, niente richieste. Davide sentiva i passi sulle scale correre, porte sbattere. Immaginava la signora Giuliani mentre solleva il fratello, cerca di impedire che soffochi. Il fastidio restava, ma sopra si depositava qualcosa di nuovo e pesante. La mattina, in ascensore con la Nardi. Lei stravolta. — Di nuovo casino stanotte. — Ambulanza, — rispose Davide. — L’ho vista. Non sapevo davvero fosse così. Ma… io continuo a non dormire. Ho il cuore. Davide annuì. — Provi coi tappi, — propose, sentendo la banalità. — I tappi… — la Nardi rise amara. — A cosa siamo ridotti. Dopo una settimana Davide salì dalla Giuliani con un tappeto e paracolpi per le gambe dei mobili. La porta si aprì subito. Dentro, odore di disinfettante e acidulo. Sul letto, accanto a una struttura metallica autocostruita, il fratello: magro, con occhi persi, immobile. Ora Davide capiva perché il letto non si poteva spostare. — Ecco, — disse mostrando il tappeto. — Qui sotto assorbe un po’ i suoni e i paracolpi al seggiolino. — Il seggiolino batte quando appoggio il catino, — spiegò la Giuliani. — Ci provo, le mani non mi aiutano più. Non aggiunse altro, guardando le sue mani. Davide sistemò silenzioso tappeto e paracolpi, piano per non staccare il sollevatore. Lei vigilava attenta. — Grazie, — disse. Questa volta con altro tono. Davide fece per andare, ma il telefono squillò. La Giuliani rispose, il volto più cupo. — No, adesso non posso… no, grazie. Riagganciò. — I servizi sociali. La badante due ore a settimana, c’è la lista d’attesa. E io invece ne avrei bisogno ogni giorno. Davide non seppe cosa dire. Sapeva che il loro “turno” di palazzo era una pezza, non una soluzione. La sera qualcuno in chat scrisse: “Ma perché dobbiamo aiutarla? È la sua famiglia. Faccia domanda ufficiale come tutti.” Molte risposte, non tutte cattive. Alcuni spiegavano dei tempi, altri litigavano, altri lasciavano solo un punto. Davide lesse, ma preferì tacere. Gli pesava che ogni passo verso una persona scateni la guerra sulla “giustizia”. Dopo qualche giorno, sul tabellone del primo piano comparve un nuovo foglio. Niente “provvedimenti”, solo una tabella: giorni, orari, cognomi. Sotto: telefono Giuliani, e una nota: “Se di notte è urgente, scrivo in chat. Se qualcuno può aiutare a sollevare o chiamare l’ambulanza, si faccia vivo.” Foglio dritto. Era spiacevole vedere quel foglio, come lo era quello delle firme contro. Solo che questa era una spiacevolezza diversa: riconoscere che dietro una porta può esserci la sfortuna, che anche la miseria diventa voce in tabella. Una notte Davide salì davvero. Rumore forte. La Giuliani borbottava, furiosa, non con chiunque ma contro il destino. Bussò. Lei aprì subito, niente catena. — Aiutami, — disse secca. Entrò, tolse le scarpe per non sporcare. Il fratello a terra, respiro faticoso. Insieme lo risollevarono, piano, contando. Le mani tremavano a entrambi. La Giuliani non ringraziò, non pianse. Sistemo il cuscino, controllò il respiro. Uscendo, Davide udì una porta aprirsi un piano più sotto. Un vicino spiò. Nessuno intervenne, nessuno urlò. Il pianerottolo tratteneva il fiato. Al mattino, incontrò il vicino della firma, Massimo della porta accanto. Massimo abbassò gli occhi. — Senti, — disse, — quella volta ho firmato. Perché ero stufo. Non sapevo. Non avrei… — Capisco, — replicò Davide. — Ma ormai importa poco. Conta cosa facciamo da qui in poi. Massimo annuì, qualcosa di ostinato rimasto in viso. Il compromesso funzionava. Non perfetto, ma funzionava. Nelle notti ogni tanto appariva un “118” o “Crisi” in chat. I messaggi feroci cessavano di notte, riemergevano a freddo al mattino. Qualcuno aiutava di giorno, qualcuno dopo una volta spariva. La Nardi gestiva la tabella, ma a volte restavano buchi vuoti. Davide si accorse che si parlava meno nel palazzo. I saluti cauti, come se ogni frase potesse risvegliare la discussione. Nessun foglio minaccioso, ma la leggerezza di prima era persa. Anche sui problemi del lampione, c’era tensione: “che non sia come l’altra volta”. Una sera, in ascensore con la Giuliani, lei aveva un sacchetto di farmaci e un piccolo thermos. Il viso stanco. — Come va? — chiese Davide. — Vivo, — rispose. — Stanotte tranquillo. Salirono insieme. Al quarto lui uscì, ma si fermò. — Se serve… bussa. Lei annuì e aggiunse: — Quel giorno… non volevo… insomma… Non trovò le parole e fece un gesto vago. — Ho capito, — disse Davide. L’ascensore si chiuse. Davide restò solo. Aprì la porta, si tolse il giubbotto, mise le scarpe sul tappetino. In casa, silenzio. Il figlio in camera con le cuffie, la madre chiedeva per telefono quando sarebbe passato. Guardò il telefono poi la porta: oltre, la scala. Pensò ai fogli che cambiano le persone: uno con le firme contro, uno con i nomi di chi dà una mano per un’ora. E che tra di loro la distanza è minore di quella che separa i vicini separati da un muro. In chat, quella sera, qualcuno scrisse: “Grazie a chi ha aiutato oggi. E per favore: non parliamo di fatti personali qui. Per domande, scrivete in privato.” Il messaggio subito sommerso dalle solite lamentele su rifiuti e ascensore. Davide spense il telefono e scaldò il tè. Sapeva che avrebbe potuto svegliarsi ancora per un colpo nel cuore della notte. Sapeva che, ora, non avrebbe pensato solo al suo sonno. Non lo rendeva migliore. Lo rendeva soltanto parte della storia.