– Mamma sta male e verrà a vivere da noi: dovrai occuparti tu di lei! – dichiarò il marito a Sveva — Come, scusa? — Sveva abbassò lentamente il telefono, su cui stava controllando la chat del lavoro. Marco era fermo sulla soglia della cucina, le braccia incrociate. Aveva l’aria di chi ha appena annunciato una decisione definitiva e non negoziabile. — Ho detto che mamma verrà a stare da noi per un po’. Ha bisogno di assistenza continua. Il medico ha detto almeno due o tre mesi, forse di più. Sveva sentì qualcosa dentro di lei stringersi piano. — E quando hai deciso questa cosa? — chiese cercando di mantenere la voce ferma. — Stamattina. Ne ho parlato con mia sorella e col medico. È tutto già deciso. — Quindi avete deciso in tre, e a me resta solo di accettare? Marco si rabbuiò appena: non tanto per essere contrariato, quanto per la sorpresa che lei non fosse d’accordo. — Sveva, capisci… è mia madre. Chi se ne dovrebbe occupare, se non noi? Mia sorella è a Milano con i bambini e il lavoro… Noi abbiamo spazio, tu sei spesso a casa… — Lavoro cinque giorni su sette, Marco. Dalle nove alle sette, a volte anche dopo. Lo sai. — E allora? Non è esigente. Deve solo aver qualcuno vicino: darle le medicine, scaldarle il pranzo, aiutarla in bagno… Ce la fai, dai. Sveva lo fissò, sentendo un intorpidimento gelido espandersi nel petto. Non rabbia, ancora: solo la consapevolezza ferma e fredda che per lui tutto questo fosse normale. Che il suo lavoro, la sua stanchezza e il suo tempo libero venissero in secondo piano rispetto a «quello che serve a mamma». — Avete pensato a una badante? — domandò piano. Marco fece una smorfia. — Sai quanto costa? Una brava badante prende almeno millenovecento euro al mese. Ci arriviamo? — E l’idea di metterti in aspettativa? O perlomeno di chiedere il part-time? E lui la guardò come se lei gli avesse proposto di buttarsi dal balcone. — Sveva, io ho delle responsabilità. Non posso fermarmi per mesi. E poi non sono un infermiere… non saprei dove mettere le mani… — Perché io invece ne sarei capace? — chiese con voce pacata. Marco esitò. Per la prima volta in serata, sembrava rendersi conto che la discussione stesse prendendo una piega fuori copione. — Sei donna, — disse infine, con una sincerità disarmante. — Ce l’hai nell’istinto… sei più brava con chi sta male. Sveva annuì, per se stessa più che per lui. — Quindi è una questione di istinto. — Sì… insomma, sì. Appoggiò il telefono a schermo in giù sul tavolo. Guardò le sue mani, che tremavano lievemente. — Va bene, — disse. — Allora facciamo così: tu ti prendi due mesi di aspettativa. Io continuo a lavorare. Ci occupiamo di tua madre insieme: io la sera e nei weekend, tu durante il giorno. Siamo d’accordo? Marco spalancò la bocca, richiudendola subito dopo. — Sveva… parli sul serio? — Assolutamente. — Ma ti ho detto che a lavoro non mi lasciano! — Allora prendiamo una badante. Io sono disposta a contribuire metà, anche sessanta per cento se la mia paga è inferiore. Ma non sarò la badante gratuita 24 ore su 24 mentre lavoro a tempo pieno senza che nessuno mi abbia ascoltata. Non lo faccio. Cade un silenzio denso, rotto solo dal ticchettio dell’orologio. Marco tossì. — Ovvero stai rifiutando? — No, — lo guardò negli occhi. — Rifiuto il ruolo di badante gratuita a tempo pieno mentre lavoro, senza nemmeno essere consultata. Non è la stessa cosa. La fissò, incredulo che lo dicesse sul serio. — Lo capisci che è mia madre? — chiese infine, con la voce carica di quell’offesa pesante di chi non si è mai sentito chiedere la responsabilità di un genitore. — Certo che capisco, — rispose Sveva. — Infatti propongo soluzioni che non rovinano la salute né la dignità di nessuno. Nemmeno la sua. Marco si girò di scatto e uscì in soggiorno. La porta della stanza si chiuse piano, ma decisa. Sveva rimase seduta davanti alla tazza di tè ormai freddo. In mente un solo pensiero, lucido e distante: «Ecco. È cominciata.» Sapeva che era solo l’inizio. Sapeva che ora Marco avrebbe chiamato la sorella, poi la madre, forse ancora la sorella. E che, tra un’ora, la suocera sarebbe arrivata bussando — vive a dieci minuti a piedi e “sa sempre tutto”. Ci sarebbe stata una discussione animata, in cui l’avrebbero chiamata egoista, senza cuore, donna che ha dimenticato il senso della famiglia. Ma soprattutto, capì una cosa semplice. Non avrebbe più chiesto scusa solo per voler dormire più di quattro ore a notte. Per considerare il suo lavoro più di un hobby. Per avere nervi, energia e diritto a una vita che non fosse solo assistenza continua. Si alzò e aprì la finestra. L’aria notturna portò l’odore dell’asfalto bagnato e di fumo lontano. Sveva inspirò a fondo. «Lasciate parlare chi volete… — pensò. — L’importante è che io abbia detto il mio primo “no”.» Ed era il “no” più forte pronunciato nei dodici anni di matrimonio. (Il racconto prosegue…)

La mamma sta male e verrà a stare da noi. Dovrai occuparti tu di lei! annunciò con voce solenne Lorenzo a sua moglie, Giulia.

Scusa, cosa? Giulia abbassò lentamente il telefono dove stava controllando i messaggi di lavoro, come se dimprovviso le fosse piombato addosso un peso invisibile.

Lorenzo, le braccia serrate al petto, rimaneva sulla soglia della cucina con la serietà di chi ha appena emesso una sentenza definitiva, irrevocabile, e da sogno sembrava allungarsi unombra sulla piastrella sbeccata.

Ho detto: la mamma viene a stare qui per un po. Ha bisogno di assistenza. Il dottore ha parlato chiaramente: almeno due o tre mesi. Magari anche di più.

Un senso di stringimento lento, quasi irreale, cominciò a serpeggiare dentro Giulia, come se le pareti si distendessero e si richiudessero con logica propria.

E quando avresti deciso? domandò lei, con la voce appiattita e distante come il passo di un piccione in cortile.

Stamattina. Ho sentito mia sorella e il medico. Tutto già deciso.

Capisco. Quindi avete deciso tu, tua sorella e il medico. A me resta il telegramma. E ovviamente, il consenso?

Lorenzo inarcò appena le sopracciglia, non troppo, come uno che si aspettava una protesta ma che ancora si stupisce di incontrarla, in un tempo lento da sogno.

Dai, Giulia, capisci. È mia madre. Chi altro potrebbe prendersi cura di lei? Beatrice sta a Milano, due bambini piccoli, il lavoro Noi abbiamo un appartamento grande, tu sei spesso a casa

Lavoro cinque giorni su sette, Lorenzo. Dalle nove alle sette. E spesso resto di più.

E allora? Fece un gesto che sapeva di pasta scotta. La mamma non è esigente. Solo qualcuno vicino: darle i farmaci, scaldarle la minestra, accompagnarla in bagno, cose così Ce la fai, no?

Giulia si accorse che la voce che aveva dentro era muta e trasparente, come se tutta la stanchezza dei mesi piovesse in quella cucina. Nessuna rabbia ancora. Solo la chiarezza glaciale di chi si vede già sfondata sul letto.

E la badante? chiese con voce rotta dalla distanza.

Lorenzo storse la bocca. Giulia, sai quanto costano. Una brava signora dai mille e ottocento euro al mese in su. Dove li prendiamo?

E tu? Hai pensato a un congedo? O magari ridurre lorario per qualche mese?

Lui la fissò, occhi sgranati come chi vede una pizza volare fuori dal forno.

Giulia, ho una posizione di responsabilità. Non mi lasciano tre mesi a casa. E comunque io non saprei come fare: iniezioni, pressioni, orari

Certo. E io invece sono nata infermiera?

Il silenzio si sedimentò denso. Nellaria, solo la lancetta sprofondata dellorologio.

Sei donna rispose infine. E nella frase, unantica eco di nonna genovese. Ce lhai nellistinto, queste cose. Le donne con gli ammalati si muovono meglio.

Giulia annuì piano. Più per sé che per lui.

Istinto, dunque

Sì ecco.

Giulia posò il telefono a faccia in giù. Guardò le mani, leggere e quasi trasparenti, ché tremavano impercettibili.

Va bene, disse. Allora facciamo così: ti prendi tu il congedo per due mesi, io continuo a lavorare. Ci occupiamo insieme di tua madre. Io la sera e nei weekend, tu di giorno. Daccordo?

Lorenzo rimase col fiato sospeso. Bocca aperta e poi subito chiusa.

Giulia sei seria?

Serissima.

Ma lho già detto, non posso!

Allora prendiamo una signora. Sono disposta a dividere la spesa metà e metà. Anche 60-40, se vuoi. Ma la responsabilità totale, da sola, no. Non la prendo.

Silenzio. La cucina si fece grassa, pesante. Si sentivano solo i rintocchi sfilacciati del cucù.

Lorenzo tossì.

Quindi ti rifiuti?

No, Giulia lo guardò dritto. Rifiuto solo il ruolo di badante gratuita, ventiquattrore su ventiquattro, col mio lavoro da non discutere. Non è lo stesso.

Lui restò a fissarla, come si fissano le farfalle sui lampioni destate.

È mia madre, Giulia voce carica doffesa antica, quella dei figli a cui tocca improvvisamente badare ai propri genitori.

Lo so, sussurrò lei. Proprio per questo offro soluzioni che ci salvano un po tutti. Soprattutto lei.

Lorenzo si voltò e la porta del corridoio sbatté. Non forte, ma quanto basta per segnare un confine nel sogno.

Giulia rimase lì, con le dita sulla tazza di tè ormai freddo. In testa, la frase girava, irraggiungibile: «Ecco. È cominciato».

Sapeva che era solo linizio.

Sapeva che ora lui avrebbe chiamato Beatrice, poi la madre, poi ancora la sorella. E che tra unora, forse meno, sarebbe arrivata la signora Rina sua suocera, la vecchia signora con laria di aver visto tutto, che abita a dieci minuti e sente persino i pensieri dellascensore. Uninvasione annunciata da una voce daltri tempi, come dal fondo di una stazione di provincia. E che ancora, di lì a poco, ci sarebbe stato il processo: la definiranno fredda, ingrata, egoista, donna-che-si-dimentica-la-famiglia.

Soprattutto, Giulia capì una cosa semplice.

Non avrebbe più chiesto scusa perché vuole dormire più di quattro ore per notte. Né per la fatica di un lavoro che non è passatempo. Né perché anche lei, in fondo, aveva sangue e cuore, e il diritto di non diventare lombra di una stanza dospedale.

Si alzò, strinse la vestaglia addosso e aprì la finestra.

Laria notturna entrò nella cucina: odore di pioggia e di legna bruciata da un falò nascosto lontano, il suono del Duomo profondo come un ricordo.

Giulia inspirò piano.

«Dicano pure quello che vogliono, pensò. Limportante è che io abbia detto il mio primo no.»

E quel no aveva il rumore di una campana dopo dodici anni di matrimonio.

La mattina dopo Giulia fu svegliata dal suono della porta che girava una, due volte nella serratura piano, lento come la pioggia inevitabile nei sogni. Passi trascinati e il colpo di tosse spezzato della signora Rina.

Giulia restava immobile nel letto, in ascolto del rito: il cappotto che cade, la borsa poggiata, le scarpe sfilate. Ma il suono era diverso: ora sapeva di guerra dichiarata senza preavviso.

Lorenzo sei a casa?

Lorenzo, che pareva non aver dormito, rispose subito, la voce falsa allegra.

Sì, mamma! Vieni in cucina, sto già preparando il tè.

Giulia chiuse gli occhi, afferrata dal sentimento surreale che tutto ormai scivolava tra le maglie della scena.

Si alzò, indossò una vestaglia. Andò in corridoio.

La signora Rina era lì, piccola, curvata, ancora col cappotto blu vecchio almeno dieci anni. In una mano una busta di farmaci, nellaltra un thermos. Quando vide Giulia, sorrise: sottile, stanco, con quella traccia antica di superiorità.

Buongiorno, Giulietta. Scusa lora. Il medico ha detto che era meglio trasferirmi presto.

Giulia annuì.

Buongiorno, signora Rina.

Lorenzo le passò vicino con un vassoio tè, fette biscottate, pillole sul piattino.

Mamma, vai pure in camera grande. Ho già aperto il divano.

E chi sistema le cose? Rina guardò Giulia. Mi aiuti tu?

Il battito alle tempie di Giulia accelerò.

Certo, rispose. Dopo il lavoro.

Dopo il lavoro?! la voce di Rina salzò come la Sirena duna nave cargo. E chi sta con me oggi?

Lorenzo schiarì la voce.

Stamattina devo andare al lavoro, mamma. Ma a pranzo torno. Giulia guardò la moglie, puoi prendere un giorno di permesso oggi?

Giulia lo squadrò. A lungo, come si guarda una statua crepata.

Ho la presentazione di un progetto oggi. Non posso rimandare.

Ma dopo? Rina si toglieva il cappotto. Dopo la presentazione?

Tornerò allorario solito, tra le sette e le otto.

Il silenzio colava giù, pesante.

Rina si sedette su uno sgabello con la lentezza delle madri di un tempo.

Dunque starò sola tutto il giorno?

Lorenzo guardò Giulia, come a chiedere aiuto.

Lei restò calma:

Signora Rina, stamattina preparerò da mangiare per tutta la giornata. Metterò le pillole in ordine, con i cartellini. Se ha bisogno chiami, rispondo anche durante la presentazione.

La donna arricciò le labbra.

E se cado? O sbaglio medicina?

Allora chiami il 118. È la scelta giusta. Meglio che aspettare ore.

Lorenzo aprì la bocca, poi la richiuse.

Rina lo fissò.

Lorenzo hai sentito?

Mamma, sussurrò lui, Giulia ha ragione. Non siamo medici. Se serve chiamiamo.

Giulia si stupì dentro di sé. Non ricordava un Giulia ha ragione ad alta voce negli ultimi sette anni.

Rina si sollevò.

Va bene, sussurrò. Così sia.

Andò lentamente in camera, con la busta a strofinare il parquet. La porta si chiuse piano.

Lorenzo si rivolse alla moglie.

Almeno potresti

No. Giulia lo troncò. Non potrei e non farò.

Andò a prendere lacqua in cucina. Bevve di colpo.

Lorenzo le si avvicinò:

Giulia so che è dura. Però è mia madre.

Lo so.

Non sta bene, davvero.

Ci credo.

Allora perché

Giulia girò verso di lui.

Perché se ora accetto tutto, così, diventerà la normalità. Per sempre. Lo capisci?

Silenzio.

Ti voglio bene, disse lei. Non voglio che la nostra famiglia si sbricioli solo perché uno crede che laltro non abbia più diritto alla propria vita.

Il capo di Lorenzo si fece basso.

Parlerò ancora con Beatrice. Vediamo se nei weekend

Sarebbe ottimo.

Alzò gli occhi.

E tu non porti rancore?

Giulia accennò un sorriso, il primo in ventiquattro ore.

Ne porto già abbastanza. Ma cercherò di non farne una zavorra per il futuro.

Lui annuì.

Farò il possibile per cambiare.

Giulia guardò lorologio.

Devo prepararmi. Ho la presentazione tra due ore.

Andò in camera. Lorenzo rimase in cucina, ipnotizzato dalla tazza vuota.

La giornata scorse in modo stranamente dolce. Giulia presentò perfettamente il progetto il committente era entusiasta, promise perfino un bonus. Alle 18:30 uscì dallufficio leggera come sotto leffetto di un soffio caldo.

In metropolitana, scrisse a Lorenzo:

Come sta la mamma?

La risposta fu immediata:

Dorme. Sono a casa dalle tre. Ho preparato la cena. Ti aspettiamo.

Giulia guardò il buio riflesso nel vetro del treno.

Ti aspettiamo.

Una parola che non suonava più come minaccia, ma come casa.

Arrivò. Trovò insalata, orata al forno, patate. Rina seduta, con un libro sulle ginocchia. Quando la vide, chiuse il volume.

Giulia finalmente.

Sì, sono qui.

Vieni, mangia. Lorenzo ha fatto tutto. Persino lavato i piatti.

Giulia guardò il marito.

Lui sollevò le spalle: niente di speciale.

Si sedette a tavola.

Rina tossì.

Ho pensato forse avete ragione. Meglio trovare una signora, almeno per il giorno. Lorenzo non può sempre chiedere permessi

Giulia sollevò lo sguardo.

Sarebbe sensato.

Chiamo Beatrice, aggiunse Lorenzo. Vediamo se partecipa anche lei. Mi aveva detto che ci pensava.

Rina sospirò.

Non pensavo che sarei arrivata al punto che una sconosciuta dovrà cambiarmi il pannolone

Nessuno è uno sconosciuto, mamma, disse piano Lorenzo. Siamo famiglia. Solo che ognuno ha i suoi confini, adesso.

Giulia guardò sua suocera.

Lei annuì.

Forse è tempo di imparare.

In quel momento, squillò il telefono di Rina.

Guardò lo schermo, sospirò.

Tua sorella Beatrice.

Lorenzo rispose:

Ciao Sì, mamma è qui Senti abbiamo bisogno daiuto. Non solo soldi. Vieni nei weekend. Ne parliamo tutti insieme.

Posò il telefono.

Guardò Giulia.

Verrà.

Lei annuì.

Bene.

Si rese conto che, per la prima volta, non aveva paura di tornare a casa.

Non per il silenzio.

Ma perché a casa, finalmente, ascoltavano.

Passarono tre settimane.

Rina non tossiva più di notte. Le medicine facevano effetto, i piedi si erano sgonfiati, a volte arrivava da sola a prendere il tè. Ma soprattutto nellappartamento era scesa una quiete saggia, non quella pesante delle parole trattenute, ma di chi impara ogni giorno a trovare accordi.

Il sabato, Beatrice arrivò da Milano.

Entrò col viso stanco, due valigie, la figlia piccola sulle braccia.

Ciao mamma Ciao Giulia, ciao Lorenzo Scusate se ho ritardato.

Rina si voltò lentamente, quasi temesse di perdere lincanto del momento.

Sei venuta davvero.

Certo, Beatrice poggiò le borse, affidò la bimba a Lorenzo e andò dalla madre. Lho promesso.

Giulia guardava da dietro la porta della cucina, come in un sogno con cornice.

Beatrice singinocchiò davanti alla madre.

Mamma, con Lorenzo ne abbiamo parlato tanto. Abbiamo deciso così.

Tirò fuori un foglio.

Questa è lannuncio di una badante diplomata, dalle nove alle diciannove, cinque giorni a settimana. I weekend ce li dividiamo.

Rina prese il foglio con mani tremanti. Lesse.

E i soldi?

Li dividiamo in tre disse Lorenzo. Io, Beatrice e Giulia. Uguale per tutti.

Uguale masticò la parola come se fosse pane appena sfornato.

Beatrice annuì.

Mamma, nessuno di noi può lasciare il lavoro. E tu hai bisogno di assistenza. Allora, paghiamo per una mano esperta.

Giulia parlò per la prima volta.

Abbiamo già incontrato la signora. Si chiama Olga, ha cinquantotto anni e ventanni desperienza. Domani passa a salutare.

Rina rimase lunga in silenzio.

Poi guardò la nuora, senza sguardo di rimprovero per la prima volta.

Giulia potevi dire no e sparire. Molti lo farebbero.

Giulia fece spallucce.

Sì. Ma tutti avremmo perso. Tu per prima.

Rina abbassò gli occhi.

Ho pensato tanto in questi giorni. Da sola, di giorno. Credevo che essere madre desse il diritto… si azzittì. Invece ora sono io che devo imparare a cambiare.

Beatrice le prese la mano.

Nessuno ti costringe, mamma. Solo che ora si vive meglio se respiriamo tutti.

Rina guardò tutti, poi Giulia.

Scusami, Giulia disse, piano, piano. Pensavo di aver sempre diritto… a chiedere.

Giulia sentì sciogliersi un nodo antico.

Accetto le scuse, signora Rina.

Rina sorrise senza ombra di superiorità.

Allora… vediamola, questa Olga. Se proprio devo, non sarò più regina di casa.

Lorenzo rise per la prima volta davvero.

Non regina, non dea. Solo la nostra mamma. E continueremo a volerti bene. Solo, in modo umano.

La sera, dopo che Beatrice e la bambina partirono e Rina dormiva, Giulia e Lorenzo restarono in cucina nella luce soffusa.

Lui versò il vino.

Sa che temevo disse piano che te ne saresti andata.

Giulia lo guardò.

Davvero?

Sì. Quando hai detto no la prima sera, ero certo fosse la fine. Pensavo che avresti fatto la valigia.

Lei fece ruotare il bicchiere.

Ci ho pensato, sì.

E perché sei rimasta?

Lungo silenzio.

Perché rispose infine se fossi andata via, non avrei mai saputo se tu, un giorno, saresti stato davvero capace di assumerti delle responsabilità.

Lorenzo abbassò lo sguardo.

Sto imparando. Ancora ora.

Lo vedo.

Grazie per avermi dato fiducia.

Lei sorrise, lieve.

Grazie per averla meritata.

Brindarono. Un brindisi timido, ma potente come il pane caldo in un pomeriggio dinverno.

Fuori cadeva la prima neve vera della stagione, lenta sui tetti di città e sulle automobili addormentate.

Nella camera di Rina la lampada piccola restava accesa come un porto sicuro.

E nella stanza di Giulia e Lorenzo, per la prima volta da mesi, non si sentiva odor di farmaci e ansia.

Solo casa. La loro casa.

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– Mamma sta male e verrà a vivere da noi: dovrai occuparti tu di lei! – dichiarò il marito a Sveva — Come, scusa? — Sveva abbassò lentamente il telefono, su cui stava controllando la chat del lavoro. Marco era fermo sulla soglia della cucina, le braccia incrociate. Aveva l’aria di chi ha appena annunciato una decisione definitiva e non negoziabile. — Ho detto che mamma verrà a stare da noi per un po’. Ha bisogno di assistenza continua. Il medico ha detto almeno due o tre mesi, forse di più. Sveva sentì qualcosa dentro di lei stringersi piano. — E quando hai deciso questa cosa? — chiese cercando di mantenere la voce ferma. — Stamattina. Ne ho parlato con mia sorella e col medico. È tutto già deciso. — Quindi avete deciso in tre, e a me resta solo di accettare? Marco si rabbuiò appena: non tanto per essere contrariato, quanto per la sorpresa che lei non fosse d’accordo. — Sveva, capisci… è mia madre. Chi se ne dovrebbe occupare, se non noi? Mia sorella è a Milano con i bambini e il lavoro… Noi abbiamo spazio, tu sei spesso a casa… — Lavoro cinque giorni su sette, Marco. Dalle nove alle sette, a volte anche dopo. Lo sai. — E allora? Non è esigente. Deve solo aver qualcuno vicino: darle le medicine, scaldarle il pranzo, aiutarla in bagno… Ce la fai, dai. Sveva lo fissò, sentendo un intorpidimento gelido espandersi nel petto. Non rabbia, ancora: solo la consapevolezza ferma e fredda che per lui tutto questo fosse normale. Che il suo lavoro, la sua stanchezza e il suo tempo libero venissero in secondo piano rispetto a «quello che serve a mamma». — Avete pensato a una badante? — domandò piano. Marco fece una smorfia. — Sai quanto costa? Una brava badante prende almeno millenovecento euro al mese. Ci arriviamo? — E l’idea di metterti in aspettativa? O perlomeno di chiedere il part-time? E lui la guardò come se lei gli avesse proposto di buttarsi dal balcone. — Sveva, io ho delle responsabilità. Non posso fermarmi per mesi. E poi non sono un infermiere… non saprei dove mettere le mani… — Perché io invece ne sarei capace? — chiese con voce pacata. Marco esitò. Per la prima volta in serata, sembrava rendersi conto che la discussione stesse prendendo una piega fuori copione. — Sei donna, — disse infine, con una sincerità disarmante. — Ce l’hai nell’istinto… sei più brava con chi sta male. Sveva annuì, per se stessa più che per lui. — Quindi è una questione di istinto. — Sì… insomma, sì. Appoggiò il telefono a schermo in giù sul tavolo. Guardò le sue mani, che tremavano lievemente. — Va bene, — disse. — Allora facciamo così: tu ti prendi due mesi di aspettativa. Io continuo a lavorare. Ci occupiamo di tua madre insieme: io la sera e nei weekend, tu durante il giorno. Siamo d’accordo? Marco spalancò la bocca, richiudendola subito dopo. — Sveva… parli sul serio? — Assolutamente. — Ma ti ho detto che a lavoro non mi lasciano! — Allora prendiamo una badante. Io sono disposta a contribuire metà, anche sessanta per cento se la mia paga è inferiore. Ma non sarò la badante gratuita 24 ore su 24 mentre lavoro a tempo pieno senza che nessuno mi abbia ascoltata. Non lo faccio. Cade un silenzio denso, rotto solo dal ticchettio dell’orologio. Marco tossì. — Ovvero stai rifiutando? — No, — lo guardò negli occhi. — Rifiuto il ruolo di badante gratuita a tempo pieno mentre lavoro, senza nemmeno essere consultata. Non è la stessa cosa. La fissò, incredulo che lo dicesse sul serio. — Lo capisci che è mia madre? — chiese infine, con la voce carica di quell’offesa pesante di chi non si è mai sentito chiedere la responsabilità di un genitore. — Certo che capisco, — rispose Sveva. — Infatti propongo soluzioni che non rovinano la salute né la dignità di nessuno. Nemmeno la sua. Marco si girò di scatto e uscì in soggiorno. La porta della stanza si chiuse piano, ma decisa. Sveva rimase seduta davanti alla tazza di tè ormai freddo. In mente un solo pensiero, lucido e distante: «Ecco. È cominciata.» Sapeva che era solo l’inizio. Sapeva che ora Marco avrebbe chiamato la sorella, poi la madre, forse ancora la sorella. E che, tra un’ora, la suocera sarebbe arrivata bussando — vive a dieci minuti a piedi e “sa sempre tutto”. Ci sarebbe stata una discussione animata, in cui l’avrebbero chiamata egoista, senza cuore, donna che ha dimenticato il senso della famiglia. Ma soprattutto, capì una cosa semplice. Non avrebbe più chiesto scusa solo per voler dormire più di quattro ore a notte. Per considerare il suo lavoro più di un hobby. Per avere nervi, energia e diritto a una vita che non fosse solo assistenza continua. Si alzò e aprì la finestra. L’aria notturna portò l’odore dell’asfalto bagnato e di fumo lontano. Sveva inspirò a fondo. «Lasciate parlare chi volete… — pensò. — L’importante è che io abbia detto il mio primo “no”.» Ed era il “no” più forte pronunciato nei dodici anni di matrimonio. (Il racconto prosegue…)