Quando compii quindici anni, i miei genitori decisero di avere senza dubbio un altro bambino.

Quando compio quindici anni, i miei genitori decidono che è indispensabile avere un altro figlio. Nasce così mio fratellino, Matteo. Tutti mi fanno gli auguri e mi vogliono bene, ma io non ho voglia di festeggiare. Non mi piace ripensare a questa storia, però la racconto perché è parte di me.

Mia madre, Sofia, è felice di avere una figlia, ma non per amore; per lei io sono una babysitter gratis. Quando Matteo compie un anno, Sofia smette allimprovviso di allattarlo e inizia a lavorare a tempo pieno. La nonna Rosa arriva al mattino, ma quando torno da scuola lei è già a letto o è già uscita di nuovo. Matteo è affidato alle mie cure. Piange molto e io non riesco a calmarlo.

Non ho tempo per me stessa. Devo cambiare i pannolini, lavarlo, dargli da mangiare e preparare i pasti freschi ogni giorno. Quando i miei genitori tornano a casa la sera e vedono piatti sporchi o vestiti non stirati, mi accusano di essere pigra e sfruttatrice. Poi mi metto finalmente a fare i compiti, perché prima non ho mai avuto il tempo. A scuola i voti vanno male: per pietà gli insegnanti mi mettono solo tre, e ricevo ancora più rimproveri.

«La lavatrice lava, la lavastoviglie risciacqua, e tu cosa fai tutto il giorno? Devi stare solo a pensare alle feste!» urla mio padre, Giovanni, e mia madre annuisce. È come se avesse dimenticato comè passare qualche ora con un bambino agitato facendo le faccende di casa.

La lavatrice lava, è vero, ma devo ancora accenderla, stendere i panni e stirare quelli del giorno prima. Non posso accendere la lavastoviglie di giorno perché consuma troppa energia, quindi liti i piatti dei bambini a mano. Nessuno invidia il mio pulire il pavimento ogni giorno, perché Matteo striscia, gattona e corre dappertutto.

Le cose si alleggeriscono quando Matteo entra allasilo. I miei genitori insistono perché lo prenda a scuola e lo nutra quando torno a casa, così riesco a rubare qualche ora nel pomeriggio per me stessa. Mi impegno di più a scuola e, finalmente, riesco a superare gli esami senza più i tre.

Sogno di studiare biologia, lunica materia che mi appassiona, ma i miei genitori non sostengono la scelta.

«Luniversità è in centro, devi percorrere unora e mezza di tragitto. E quando torni? Matteo deve essere preso, poi devi occuparti di lui. Nemmeno pensarci!»

Essendo inflessibili, decidono che vada a una scuola professionale vicino a casa, una scuola di cucina dove divento pasticciona. Il primo semestre è un vero abbattimento, ma poi mi appassiono la preparazione di torte, biscotti e dolci vari.

Al secondo anno lavoro parttime: il fine settimana in un caffè a pochi passi dal mio appartamento. Allinizio i genitori si lamentano perché non sono a casa, ma riesco a difendere quel tempo per me. Dopo la diploma trovo un lavoro a tempo pieno nello stesso caffè.

Poco dopo arriva un nuovo chef in cucina e cominciamo a incontrarci la sera. I miei genitori tornano a rimproverare, a bestemmiar. Diverse volte mio padre, Giovanni, si presenta dopo il mio turno per impedirmi di uscire con il mio ragazzo, Luca. Un giorno organizzano una riunione di famiglia, invitano la nonna, la zia Elena e suo marito.

Mi mettono al centro della stanza e mi dicono di dimenticare fidanzati, uscite e qualsiasi chiacchierata.

«Sei licenziata dal caffè!» esclama la zia. «Ti ho trovato un lavoro come aiuto cuoco nella scuola di Matteo.»

«Che notizia fantastica!» esclama la madre. «Matteo sarà sempre seguito, così potrai tornare a casa nel pomeriggio e aiutarci.»

Abbandonare il lavoro dove ero stimata e pagata, dove andava tutto bene e dove Luca lavorava? Immagino la mia vita: una mensa scolastica triste con schnitzel scivolosi e lasagne appiccicose, serate di faccende domestiche e unesistenza dedicata a Matteo.

«Finché tuo fratello non finisce la scuola, non sognare nemmeno un ragazzo», ribadisce severamente mio padre.

Il giorno dopo racconto tutto a Luca e tramandiamo un piano. Luca vuole aprire un suo caffè, ma gli manca il capitale. Proviamo a chiedere un mutuo in banca, ma non otteniamo nulla. Un conoscente di Luca, manager di un grande ristorante, gli propone un progetto a Monaco. Luca parte per un colloquio, convince il capo a farmi parlare via video; mentre racconto la mia esperienza mi invia i dolci che ho preparato in una borsa frigo.

Il mio ultimo giorno di lavoro lo faccio prima. Torno a casa, preparo una borsa con documenti e risparmi, e prendo il treno per Milano.

Ora conduco la mia vita, dedicata a chi scelgo, non a chi mi ha imposto. Amo ancora Matteo e spero davvero che un giorno avremo un rapporto migliore. Non porto rancore verso i miei genitori, ma so che se avessi continuato a vivere nella stessa casa, sotto il loro influsso, non avrei potuto difendermi. Perciò ho dovuto scappare. Spero che nella nostra nuova città tutto si sistemerà e che saremo felici.

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Quando compii quindici anni, i miei genitori decisero di avere senza dubbio un altro bambino.