Ho appoggiato la tazzina di caffè sul tavolo proprio mentre il telefono iniziava a squillare. Il numero era sconosciuto, ma il modo insistente in cui squillava mi era familiare, come se dallaltra parte sapessero che sarei stato costretto a rispondere. Ho guardato lo schermo: era lui. Carlo. Il mio ex marito, quello che cinque anni fa se nera andato per unaltra donna e aveva avuto un figlio con lei.
Non ho risposto subito. Sono rimasto vicino alla finestra, osservando la piazzetta dove dei bambini giocavano rumorosamente, e mi sono chiesto: perché mi cerca di nuovo? A che scopo?
Il telefono si è fermato. Poi ha ripreso a squillare.
Ho sospirato, poi ho risposto.
Ciao, Paolo la voce di Carlo era bassa, quasi colpevole. Devo parlarti. È urgente.
Di cosa? mi sono seduto sul davanzale, stringendo il telefono come se mi preparassi allennesima richiesta impossibile. Carlo aveva sempre avuto questa capacità: chiedere con un tono che ti faceva sentire in obbligo.
Ci vediamo? Non voglio parlarne al telefono, capisci
Non capisco ho risposto calmo. Dimmi ora, o non dirmi niente.
Silenzio. Poi ha sospirato un suono ruvido, come quando fumava troppo nei periodi peggiori.
Lucia ha un tumore. Allultimo stadio. I medici dicono che restano due mesi, forse tre.
Lucia era la donna per cui mi aveva lasciato. Quella da cui aveva avuto un figlio. Ho sentito un freddo dentro, non di commiserazione, ma di istinto: stava per chiedermi qualcosa da lasciarmi senza fiato.
Mi dispiace, ho detto col tono di uno che si limita ai fatti. Ma non capisco perché mi chiami.
Paolo Ho bisogno di te. Non cè nessun altro a cui posso chiedere.
Sono rimasto zitto. Fuori, un corvo si è posato su un ramo di platano, fissandomi come a volermi mettere in guardia: non fidarti.
Paolo, ti prego, incontriamoci. Ti spiego tutto. È importante. Riguarda Matteo, mio figlio.
Tuo figlio, ho pensato tra me. Non mio. Mai stato mio.
Va bene, ho risposto corto. Domani. Al Bar Marconi, alle tre.
Ho chiuso la chiamata e sono rimasto lì a guardare il vuoto. Il caffè era ormai freddo, il pane raffermo sul tagliere. Sulla credenza una vecchia foto: io e Carlo al mare a Sorrento, sorridenti, mano nella mano. Avevo sempre pensato di toglierla, ma non lavevo mai fatto. Forse avevo solo paura di ammettere che quella persona nella foto non esisteva più.
Il giorno seguente sono arrivato al bar in anticipo. Ho ordinato un espresso, seduto vicino alla vetrina. Carlo è arrivato dopo dieci minuti: più magro, col volto scavato, le tempie ormai grigie. Ha preso posto di fronte a me, accennando un saluto allunica cameriera.
Grazie che sei venuto, ha detto sottovoce.
Dì pure, ho abbracciato la tazzina per scaldarmi le mani. Ho poco tempo.
Non so da dove iniziare
Parti dal perché mi hai chiamato.
Ha stropicciato il viso con le mani, esausto.
Lucia sta morendo. Non cè più nulla da fare: la chemio non serve, lintervento non è possibile. Non ha famiglia: la madre è morta anni fa, il padre non lha mai conosciuto. Matteo resterà solo. Ha cinque anni.
Sono rimasto in silenzio. Qualcosa nel petto si è stretto, ma non ho lasciato scappare la minima emozione.
Vorrei chiederti ha esitato, abbassando lo sguardo. Puoi aiutarci? Abbiamo bisogno di soldi per le cure, per lassistenza. Ti giuro che te li restituirò, ma adesso non ho nulla.
Quanto ti serve? ho domandato.
Centomila euro. Forse di più.
Ho posato la tazzina con forza sul tavolo. Un po di caffè è schizzato sulla tovaglia.
Centomila euro, ho ripetuto. E dove pensi che li trovi io, Carlo?
Potresti vendere lappartamento di Via Carducci. Non ci vivi da anni, e una volta dicevi che non ti sarebbe mancato.
Lappartamento di Via Carducci. Un bilocale in un vecchio palazzo che mi avevano lasciato i miei genitori quando mi sposai. Poi lavevo regalato a Carlo per il suo compleanno, quando pensavo che saremmo stati insieme per sempre. Lui lha affittato, ha goduto dei soldi, e adesso mi chiede di venderlo.
Parli seriamente? lho fissato dritto negli occhi. Vuoi che venda la casa che ti avevo regalato tempo fa?
Paolo, lo so che è assurdo, ma
No, lho interrotto, gelido. No, Carlo. È la mia casa. Un regalo non è un obbligo.
E impallidito.
Ma Lucia sta morendo! Matteo rimarrà solo!
Matteo ha un padre, mi sono alzato, raccogliendo le mie cose. Tu sei suo padre. È una tua responsabilità, non mia.
Paolo, ti prego
Non ho aspettato. Sono uscito dal bar e ho camminato veloce nel centro di Modena, stringendo il cellulare. Le mani mi tremavano. Ho fatto bene? mi sono chiesto. O sono solo uno stronzo egoista?
A casa ho chiamato Marco, amico e compagno di università, unico che dopo il divorzio non aveva mai preso posizioni o fatto prediche.
Ti ha davvero chiesto di vendere la casa? ha ripetuto sbalordito. Paolo, questo è fuori di testa!
Marco, però Lucia sta lasciando un ragazzino piccolo
E allora? Non è affar tuo. Non gli devi niente. Niente di niente.
Ma mi fa sentire una persona orribile, ho confessato. Mi sembra di negare un aiuto a chi sta morendo.
Hai il diritto di dire no, anche se fa male dirlo, ha ribadito Marco con fermezza. Non sei responsabile delle loro scelte, ricordatelo Paolo. Tu non devi riparare alle conseguenze delle loro decisioni.
Mi sono steso sul divano, occhi chiusi, ripensando alle parole di Carlo, agli occhi di Lucia che avevo incrociato ununica volta per strada: capelli biondi, sorriso aperto, uno sguardo felice. Mi era sembrato che lei mi avesse portato via mio marito. Ora sta morendo, dovrei aiutarla?
No. Non devo.
Dopo due giorni, Carlo ha richiamato. Stavolta era secco, disperato.
Paolo, capisco che tu sia arrabbiato con me. Ma pensa a Matteo. Non ha colpa.
Non sono arrabbiato, ho risposto piano. Semplicemente non voglio prendermi carico di questa storia.
Allora ho unaltra richiesta, ha esitato. Se Lucia muore… potresti diventare tu il tutore di Matteo? Solo per un po. Finché io non sarò in grado.
Ci ho messo qualche secondo a capire.
Cosa?
Beh, tu sei uomo, hai già cresciuto Giulia. Matteo ha bisogno di qualcuno, non posso farcela da solo…
Carlo, l’ho interrotto, il gelo nella voce, vuoi che io diventi il padre di tuo figlio? Il bambino nato quando tu mi tradivi?
Paolo, lo so che sembra
No, ho detto deciso. No, no e ancora no. Scordati. Non farmi entrare nella tua nuova vita.
Ho riattaccato e sono rimasto seduto, schiena contro la parete. Il cuore batteva forte.
Come ha osato?
La sera è arrivata Giulia, mia figlia, ventotto anni, bella, intelligente, brillante pubblicitaria, abita a Bologna, è indipendente. Non ci vediamo spesso ma il nostro rapporto è solido.
Papà, mi ha chiamato Carlo, ha detto non appena entrata Mi ha raccontato di Lucia e Matteo.
Ho annuito, mettendo lacqua per il tè.
E cosa ti ha detto?
Che tu ti sei rifiutato di aiutarlo. Che sei freddo.
Mi sono girato. Giulia era nellingresso, le braccia incrociate e uno sguardo incredulo.
Freddo? ho ripetuto. Curiosa definizione.
Papà, come fai? È un bambino. Lui non centra nulla.
Hai ragione, ho riempito due tazze di tè e le ho messe sul tavolo. Ma non diventa mio dovere.
Ma potresti fare qualcosa! Anche solo un po!
Giulia, non venderò la casa. E non sarò il tutore di un bambino che non è mio. È una storia che riguarda vostro padre, non me.
Sei egoista, ha mormorato. Nei suoi occhi, una punta di delusione.
Ho sentito dolore, ma non mi sono giustificato.
Forse sì, ho sorriso amaramente, ma questo mi spetta.
Giulia è uscita dopo mezzora, lasciando il tè a metà. Sono rimasto solo: una solitudine di quelle che ti fanno risuonare il silenzio sulle pareti, come in una chiesa vuota.
Nei giorni successivi Carlo continuava a tempestarmi di messaggi: ora supplica, ora minaccia. Diceva che mi avrebbe denunciato, che avrebbe detto a tutti quanto fossi insensibile, che persino Giulia mi avrebbe odiato.
Non rispondevo. Leggevo e cancellavo.
Una sera si è presentata Lucia. Smagrita, pallida, il foulard a coprirle la testa. È rimasta sulla porta, con gli occhi stanchi.
Posso entrare? ha sussurrato.
Lho fatta accomodare. In cucina, per minuti ha fissato lacqua che le avevo versato.
Non chiedo che amiate Matteo, ha detto alla fine, chiedo solo che gli diate una possibilità. È piccolo, e presto rimarrà solo.
E suo padre? ho chiesto.
Carlo non ce la fa. Lo conoscete.
Lo sapevo. Carlo era sempre stato così: affascinante, ma incapace di assumersi responsabilità. Sapeva solo chiedere.
Non posso, ho risposto. Mi dispiace, ma non posso.
Lucia si è alzata, si è diretta verso la porta. Sulla soglia si è voltata.
Siete una persona forte, ha detto. Ho sempre avuto invidia. Carlo parlava spesso di voi Ora vedo che questa forza assomiglia a un muro di ghiaccio.
La porta si è chiusa. Sono rimasto a fissarla, immobile.
Un muro di ghiaccio.
Non ho dormito. Sdraiato sul divano, cercavo di capire se davvero ero diventato così. Se avevo ragione a proteggermi, o se, dentro, ero anchio un po vigliacco.
Ma quando Carlo mi lasciò, capii che i sacrifici non ti salvano: se qualcuno vuole andarsene, se ne va ugualmente.
Ho rivisto lalba dalla finestra. Là fuori, solo il neon di un lampione e, in lontananza, un cane che abbaiava a vuoto.
Ho il diritto di dire di no, mi sono ripetuto con le parole di Marco. Anche se pesa. Anche se gli altri giudicheranno.
Non devo riscattare gli errori altrui. Non devo farmi eroe delle tragedie degli altri.
Al mattino ho chiamato Carlo.
Vediamoci oggi. Al bar Marconi.
Si è presentato con gli occhi pieni di speranza. Si è seduto, le mani intrecciate.
Paolo, sapevo che
Non parlare, lho fermato. Ascolta. Non venderò la casa. Quel regalo ti ha dato libertà, non pretese. E non sarò il padre di tuo figlio. Non è la mia vita, non è la mia sofferenza.
Ma
Scegliesti tu. Tu hai costruito questa nuova famiglia. Adesso rispondi, sii uomo. Non puoi chiedere che io ti tolga dai guai scelti da te.
Carlo è impallidito.
Vuoi che Matteo soffra?
Voglio che tu smetta di usarlo per manipolarmi, sono stato fermo. Hai parenti, amici. Chiedi a loro. Non più a me.
Sei crudele, ha sussurrato. Insensibile.
Mi sono alzato.
Forse sì. Ma questa è la mia vita, e non lascerò più che tu la sconvolga.
Sono andato via camminando a testa alta. Nessun passo indietro.
Sono passate due settimane. Nessuna telefonata da Carlo. Nemmeno Giulia si è fatta sentire. Marco è passato più volte, abbiamo parlato daltro, evitando ogni riferimento a Matteo o Lucia.
Ho ripreso la mia quotidianità. Andavo a lavorare, cucinavo qualcosa di semplice, leggevo qualche pagina ogni sera. Mi sedevo spesso alla finestra, osservando i ragazzini giocare in cortile.
A volte pensavo a Matteo. Come sarà diventato? A chi somiglierà? Ma i pensieri venivano e se ne andavano come nuvole leggere. Non ci restavo aggrappato.
Una mattina ho ricevuto un messaggio da Giulia: «Papà, scusami. Ora capisco. Avevi ragione».
Ho sorriso. Ho risposto: «Grazie, amore mio. Ti voglio bene».
Ho preso il caffè guardando il mio appartamento. Piccolo, familiare, pieno di luce. Questo era il mio spazio. La mia casa. La mia storia.
Non sono stato un eroe. Non ho salvato nessuno, non mi sono sacrificato.
Ma ho salvato me stesso. Ed è una vittoria.
Silenziosa, senza applausi. Ma vera.
Ho bevuto lultimo sorso di caffè e aperto un romanzo. Il sole splendeva fuori, il mondo continuava a girare.
E io, finalmente, non mi sentivo più in colpa per aver scelto me stesso. Oggi ho imparato che anche questo è rispetto verso la propria vita.






