Finché non arriva l’autobus: una storia d’autunno milanese tra sciarpe, fermate e mini-éclair, dove l’attesa diventa amore e il destino si compie tra ponti, cappotti e la promessa di un Capodanno tra le nevi e i profumi del camino di nonna in un borgo italiano

30 ottobre Milano

Fine ottobre a Milano. Cè una strana malinconia nellaria: lodore intenso delle foglie bagnate, un vento che preannuncia la prima brina. Stasera, stretta nel mio cappotto e ancora di più nel mio enorme sciarpone tartan, aspettavo il tram in viale Bligny, contando le auto, fissando il display spento del cellulare che ormai aveva rinunciato a collegarsi alla rete. Nella testa, quel motivetto ostinato della serie che ho guardato ieri sera. E ovviamente, ero in ritardo. Come sempre.

Non ero sola alla fermata: cera anche un ragazzo. Lho notato senza volerlo, immerso nei suoi pensieri. Mani nascoste nelle tasche di un soprabito scuro, lo sguardo dritto e concentrato. Non guardava la strada ma un nido di gazze su un platano spoglio dallaltra parte del viale. Mi è venuto naturale seguire il suo sguardo. Gli uccelli erano agitati, portavano rametti e piume per rafforzare il nido prima dellinverno.

Allora anche loro hanno le code… magari una gazza fa sempre tardi, come noi, ha detto improvvisamente lui, con tono quieto, senza distrarsi dal nido.

Ho riso, spontanea.

Forse si perde sempre dentro i tunnel dei rami, ho aggiunto a tono.

Lui allora si è voltato verso di me, sorridendo con una calda cortesia.

Mi chiamo Leonardo, si è presentato.

Io sono Cecilia, ho risposto.

Il tram non arrivava mai. Siamo rimasti lì, silenziosi, ma ora quella pausa non era più solitaria, bensì condivisa. Era una pausa dolce, inaspettata. Quando finalmente è arrivato il mio tram, ho sentito quasi dispiacere ad andare via.

Domani, secondo me, arriva il freddo vero, ha detto.

Porterò un termos di tè, allora, ho risposto salendo.

Quel domani non si è fatto attendere. Nessun accordo: alla stessa ora eravamo di nuovo lì. Io, con il mio termos di tè verde. Lui, che mi tendeva un sacchettino con due piccoli cannoncini alla crema.

Contro la fame culturale, ha scherzato.

Così sono iniziate le nostre attese condivise. Senza appuntamenti fissi, senza messaggi. Solo sguardi e respiri alle 18.30, quando entrambi finivamo tardi. A volte il tram era puntuale e dovevamo salutarci con poche battute. Altre volte, lattesa si allungava e ci trovavamo a parlare di tutto: capi bizzarri, sogni strani, pizza con lananas (orrenda, per entrambi), e su quale canzone sia perfetta per una serata dautunno (qui non eravamo daccordo).

Poi, un giorno, Leonardo non si è presentato. Né quello dopo. Mi sono sorpresa a fissare il nido di gazze, ora vuoto. E mi sono sentita più sola.

Dopo una settimana, allinizio di novembre, è riapparso. Pallido, con occhiaie e volto stanco.

Mio padre… ospedale. Ma ora va meglio, per fortuna.

Siamo rimasti insieme, senza parlare. Poi, senza pensarci, gli ho preso la mano. Lui ha sobbalzato, ma non lha ritratta. Era fredda come il marmo. Glielho stretta fra le mie.

Andiamo, ho detto sottovoce, stasera il tram può anche passare senza di noi. Andiamo a prendere una cioccolata calda. Con la schiuma. E i cannoncini, due, da dividere.

Quel gesto ha cambiato tutto.

La nostra routine si è trasformata: non aspettavamo più, ma camminavamo di pari passo fino alla pasticceria sotto casa, profumata di vaniglia e cannella.

Allinizio chiacchieravamo del più e del meno. Ma poi, lentamente, le parole sono diventate più profonde. Senza più fretta di salire su un tram, ci concedevamo il lusso di scoprirci.

Leonardo era un ingegnere, sì, ma parlava dei suoi ponti come se fossero creature viventi. Cera il ponte sulla Martesana, che lui chiamava testardo, sempre a lamentarsi sotto il traffico pesante; quello più nuovo, in zona Bicocca, giovane e un po ingenuo, tutto da formare.

Io ascoltavo affascinata. Chiedevo: E il ponticello vicino al parco dove passiamo sempre? Lui sorrideva: È un romantico. Perfetto per chiacchiere lente e passeggiate.

Anchio ho scoperto me stessa nella sua compagnia. Non ero solo una blogger che scrive post. Ero unesploratrice di collegamenti invisibili. Camminando insieme, improvvisavo storie: Senti quellodore dal secondo piano? Minestrone, una nonna che cucina per la famiglia. E sopra, cè qualcuno che prova la Marcia Turca al piano sempre arrancando sul solito passaggio!

Leonardo, abituato a numeri e disegni tecnici, cominciava a sentire anche lui il brulichio nascosto di Milano. Ora notava i colori delle tende nelle finestre che attraversavamo, e me li segnalava con orgoglio.

Abbiamo iniziato a frequentarci a casa. Nella mia camera, Leonardo osservava con rispetto la confusione creativa: libri ovunque, post-it colorati, una tazza con tè ormai tiepido e qualche foglia di menta secca. Lì ha assaggiato per la prima volta i biscotti allo zenzero fatti da me e ha scoperto che casa è davvero un sapore, caldo e concreto.

A casa sua invece, un ordine quasi monastico. Io ho trovato un vecchio album di foto: suo padre, giovane, riparava un grande orologio da parete sotto lo sguardo serio di un Leonardo bambino.

Mi ha insegnato la cosa più importante, ha mormorato Leonardo, qualsiasi sistema complesso è fatto di dettagli semplici. Se si rompe qualcosa, non bisogna aver paura. Basta trovare il pezzo giusto e sistemarlo.

Vale per gli orologi? ho chiesto.

E anche per la vita, ha sorriso lui.

Non tentavamo di piacerci, anzi. Ci spogliavamo come strati di carciofo, scambiandoci piccole fragilità. Gli ho confessato che scrivevo anche poesie, troppo ingenue per mostrarle a qualcuno. Leonardo, arrossendo, mi ha rivelato che alluniversità frequentava un club di letteratura ma poi ho smesso, peccato.

A metà inverno mi sono ammalata. Febbre bassa e tanto raffreddore. Senza avvisare, Leonardo si è presentato con una borsa piena di limoni freschi, miele, tisane e lultima raccolta di poesie di una scrittrice che una volta avevo nominato.

Non sapevo cosa servisse, così ho preso tutto. Per riparare il sistema, ha detto impacciato.

Sono scoppiata in una risata, coperta dal plaid, naso rosso, ma poi mi sono ritrovata a piangere di gratitudine. Perché finalmente cera qualcuno che vedeva la mia stanchezza, non solo la mia energia. E non ne aveva paura.

Così, passo dopo passo, diventammo Cecilia e Leonardo. Non più la ragazza con la sciarpa alla fermata, non più quel tipo del tram. Lui ormai sapeva che bevo tè solo dalla tazza blu. Io capivo che se resta in silenzio guardando oltre la finestra, non è arrabbiato: sta solo rimettendo in ordine i pensieri.

Abbiamo smesso di essere solo innamorati. Eravamo luno il rifugio dellaltro, un porto nella grande Milano; un posto in cui tornare, anche se per questo bisognava perdere un tram.

Un anno dopo era passato esattamente un anno e due mesi da quella prima attesa in viale Bligny seduti nella nostra pasticceria preferita, Leonardo ha rotto il silenzio.

Ceci ha detto, guardando le mani. Avrei una proposta, però ti prego, non rispondere subito.

Ho posato il cucchiaino. Lui era nervoso.

La questione è la mia bisnonna vive in un paesino in Piemonte, vicino a Biella. Tutti gli anni mi aspetta a Capodanno. Cè la stufa, vere montagne di neve, un silenzio che ti rimbomba nelle orecchie e mi ha chiesto mille volte di portarle quella ragazza di cui parli tanto al telefono. Non è un hotel di lusso; cè poco campo per il telefono, il gelo spacca le ossa e le oche sono aggressive puoi dirmi di no.

Lho fissato, gli occhi già pieni di una luce natalizia.

Oche? ho chiesto, serissima.

Molto rumorose.

La neve davvero alta? Bianco vero?

Fino alla vita. Che scricchiola come i vecchi vinili.

La bisnonna ha la stufa vera?

Il cuore della casa, ha annuito, finalmente sorridendo.

Allora preparo la valigia, ho proclamato, finalmente ridente. Dammi la lista delle cose da portare. E una guida di sopravvivenza con gli animali del posto.

Quel Capodanno in paese è stato meglio di qualsiasi promessa. Laria dolce come zucchero filato. La bisnonna, Pina, piccolina e svelta, mi ha adottata allistante, riempiendomi di frittelle al miele e mandandoci nella neve a prendere il vischio.

La cena di San Silvestro traboccava di cose semplici e buonissime. A mezzanotte, con il brindisi, la bisnonna ha salutato ai giovani! e poi, di soppiatto, ci ha lasciati soli in quello chalet piccolo e caldo.

Quella quiete era speciale. Solo il crepitio dei ceppi nella stufa e le lucine che tremolavano sul piccolo abete nellangolo. Sembrava che lintero mondo stesse fuori, oltre il vetro ghiacciato, e che lì dentro non esistesse che noi due.

Leonardo si è alzato, ha sistemato i ceppi nella stufa, poi mi si è avvicinato.

Lo sai, ha iniziato, la voce incrinata dallemozione. Quando siamo andati a prendere il vischio, e tu inciampavi nella neve, mi è diventato tutto chiaro. Quella scena tu nella giacca della nonna, con il naso rosso e quel tuo sorriso che si ghiaccia nellaria è il momento più felice che io conosca. Meglio di ogni progetto, di ogni ponte.

Si è inginocchiato davanti a me, estraendo una scatolina vellutata dalla tasca. Mi ha preso la mano, e le sue dita, finalmente calde, tremavano appena.

Cecilia. Ragazza della fermata, che mi hai aperto il mondo. Vuoi essere mia moglie? Costruire il nostro futuro insieme, nel casino creativo e tra i miei disegni, con le frittelle della nonna e tutto il resto?

Lho guardato, gli occhi pieni di lacrime e la bocca piena di sorrisi. Nei suoi occhi ho letto più dellamore: una promessa solida come i ponti di cui parla. Quella certezza che sostiene tutto.

Sì, ho sussurrato. E quella parola era insieme un sollievo, un voto, una nuova vita. Sì, Leonardo. Certo che sì.

Mi ha infilato lanello, che sembrava fatto apposta per me. Quando mi ha abbracciata, dietro il vetro è scoppiato il primo piccolo fuoco dartificio, riflesso nel ghiaccio e nei nostri occhi ormai rivolti nella stessa direzione.

Dentro lo chalet, luce e calore. Pace vera, solida come quella parola sì. La felicità non era più fuggevole come una luce mentre aspetti un tram: era qui, radicata, rotonda, tenace.

Il nostro cammino, iniziato nellumidità dautunno di una fermata milanese, ci aveva portati lì: in una favola dinverno, davanti a una stufa accesa. E sapevamo già che, ovunque ci avrebbe condotti la vita, qualunque ponte avremmo costruito, lo avremmo fatto insieme.

Perché il legame più importante era già sorto e batteva nei nostri cuori, uniti dal destino. Solo perché, un giorno, ci trovammo insieme ad aspettare e a perdere il tram.

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