Il Muto

Non mi toccare! Togli le mani! Aaaa! Aiuto, per favore! urla a gran voce una ragazza.
Ginevra corre a soccorrerla, ma scivola sul fango, si slogia la caviglia e quasi cade. Prima di capire cosa fare, la giovane scomparsa sparisce tra la nebbia. Dopo aver scrollato via il cappotto beige sporco di fango, guardo in alto e vedo un uomo molto anziano disteso sulla strada, incastrato nel fango, con le mani insanguinate. È lui che ha spaventato la ragazza che piangeva. È una giornata dautunno, il cielo è grigio e il terreno è ancora bagnato dopo la pioggia; il crepuscolo comincia a farsi più fitto.

Luomo emette dei suoni incomprensibili, allungando le mani insanguinate verso di me. Mi sento a disagio.
È ubriaco! Lascialo! interviene una donna che passeggia sul marciapiede. Con lombrello chiuso la punta verso luomo, quasi a minacciare. Dopo due passi si gira e mi fissa.
Che aspetti? Non hai altri guai? Alch che si accontenta di una bottiglia per qualsiasi cosa, accidenti sbotteggia, poi prosegue verso le case illuminate dove brillano molte luci dei lampioni.

Accanto al vecchio, cè un campo incolto e un alto muro di cemento ricoperto di filo spinato. So che dietro quel muro si trova il perimetro di un vecchio stabilimento, dove i rami dei topi di pioppo ondeggiano al vento. Con il passare dei minuti loscurità si fa più profonda.

Mmm mmm continua a brontolare luomo.
Sta bene? Posso chiamare lambulanza? chiedo timidamente, temendo di avvicinarmi troppo. Lui scuote la testa e continua a brontolare, facendo gesti verso una busta di plastica sporca che giace accanto a lui. È un nonno minuto, quasi fragile, con gli occhi di chi ha vissuto mille inverni.

Provo una profonda compassione. Ricordo le parole della nonna, ormai scomparsa, che mi aveva insegnato a non voltare le spalle al dolore altrui. Prima della sua morte, però, mi aveva avvertito: Oggi i tempi sono cambiati. Se non sei medico, potresti finire in tribunale per aver fatto più danni che aiuti. Meglio chiamare lambulanza e stare sul lato sicuro, perché spesso dei truffatori cercano vittime da ingannare. Io penso diversamente.

Mi avvicino con decisione e mi chino sopra di lui. Il nonno emette un nuovo suono, più forte, e allunga le mani insanguinate verso di me, quasi piangendo. Nella sua destra tiene dei grossi frammenti di bottiglia.

Le lacrime mi rigano il volto per la sua sorte. Estraggo dal borsellino un fazzoletto umido, butto i frammenti nella pattumiera e inizio a pulire delicatamente le sue mani. Poi lo aiuto a sollevarsi. È difficile, ma riesco. Ricordo ancora quando ho curato la mia nonna per un anno, dopo che era diventata costretta a letto.

Grazie al cielo, le mie mani sono ancora forti sussurro. Dove abiti? Dove vivete?
Il nonno grugnisce ancora. È instabile sulle gambe e mi chiedo se non sia semplicemente ubriaco. La nonna diceva che certi tacchi non si leggono. Decido comunque di aiutarlo; non è giusto che resti a marcire nel fango, al freddo, rischiando di ammalarsi.

Dove state? ripeto.
Il vecchio indica con la mano verso le case illuminate più vicine, dove lo squarcia una luce accogliente, diverso dal crepuscolo della strada. Cammina a fatica, trascinando i piedi, curvo come un vecchio tronco.

Notando la busta che tiene stretta, sento il tintinnio di vetri rotti al ritmo dei suoi passi.
Probabilmente voleva restituire quelle bottiglie e si è rotto cadendo, penso, forse le bottiglie erano già rotte. Allora perché le porta con sé?. Rifletto così mentre continuiamo a camminare.

Arriviamo davanti a una porta dingresso. Il nonno emette un altro suono, più energico, e agita le braccia. Capisco che è la sua casa.
Interfono balbetto, incerto. Non conosco il codice È questo il portone giusto?
Il vecchio alza le dita, mostrando un numero: tre, uno, tre, uno.
Trentuno? O tredici? sbaglio, ma provo comunque a premere i tasti. Al primo squillo risponde una voce femminile agitata.

Qui il nonno inizio, ma non so cosa dire.

Scendo subito! grida la voce, mentre i minuti di attesa sembrano eterni. Il nonno brontola di nuovo, scuotendo la sua borsa: i frammenti di vetro tintinnano.

La porta del portico si spalanca e ne escono una donna di circa trentanni e un uomo della sua età.

Nonno! esclama la donna, stringendolo forte. Grazie di cuore!
Lei ringrazia me, e luomo prende delicatamente il nonno per il braccio e lo conduce dentro.

Un attimo! dice la donna, trattenendo la porta perché non si chiuda. Restate qui un attimo, per favore

Io rimango lì, perplesso, osservando ledificio che non avevo mai visitato, le case e i piccoli negozi di alimentari al piano terra, che avevo sempre visto di sfuggita mentre correvo al mio corso serale in palestra lungo quella stessa via dove era avvenuta la caduta.

Ecco! dice la donna, uscendo dal portico e porgendo a me un involucro. Qui dentro ci sono mele, ottima varietà, molto dolci e profumate. Il nonno le piantò quando era giovane, tantissimi anni fa.

Non è necessario, davvero ribatto, imbarazzato. Il suo nonno dovrebbe pulire le ferite, forse andare al pronto soccorso, potrebbe aver bisogno di punti di sutura. Le mele le prenderò volentieri, ma non è per me solo per averlo aiutato.

Non è così semplice sospira la donna. Mi chiamo Paola, mio marito è Giorgio. Il nostro nonno è MatteoPetrovic, un veterano della guerra. Ha un minuto? Vi racconto perché siamo così grati.

Annuisco, pronto ad ascoltare.

Matteo ha appena compiuto il centesimo compleanno, è vero inizia Paola con orgoglio. Era un partigiano, e quando fu catturato, si ferì la lingua per non tradire. Dopo la liberazione, linfezione lo rovinò; gli operarono e dovettero rimuovere gran parte della lingua, così ora parla a malapena, quasi come se fosse muto.

Resto senza parole, digerendo quelle parole.

Non beve più alcolici prosegue Paola. Forse sembrava ubriaco, ma la sua voce è stata così compromessa da tutti. Un inverno, il nonno cadde e rimase per ore sulla strada perché nessuno gli si avvicinò; perse molto calore e fu ricoverato a lungo.

Perché lo lasciate andare da solo? scoppio io.

Non lo lasciamo sorride Paola. È lui a decidere di uscire. Lo convinciamo, ma lui non ascolta È il mio nonno, il papà di mia madre. Viviamo con lui in questo appartamento, ci ha accolti quando ci siamo appena sposati. È una brava persona, molto gentile. Abbiamo una bambina, Daria, che una volta è scivolata su una bottiglia rotta e si è ferita gravemente al ginocchio. Da allora il nonno raccoglie vetri e bottiglie per evitare che altri si taglino. Cammina tutti i giorni, senza riposo, per tenere pulita la strada.

Mentre Paola racconta, penso a come è stato giusto aiutare il nonno. Se tutti avessero ignorato la sua sofferenza, magari sarebbe rimasto solo.

Oggi abbiamo già cercato di trovarlo, a caso, pensando che potesse star male. Il suo telefono era dimenticato a casa. Quando avete suonato il citofono, è stata una gioia immensa ritrovarlo! dice Paola. Ha gli stampelle e un bastone, ma li rifiuta, vuole fare tutto da solo. È un vero combattente!

Mi ricordo del mio stesso nonno, anch’egli un veterano, che ha visto la caduta del muro di Berlino. In età avanzata ha avuto un ictus, ha perso il linguaggio e un braccio, ma con la sinistra riusciva ancora a sistemare il giardino, riparare il tetto del capanno, persino a piantare. La nonna, arrabbiata, lo rimproverava per i suoi imprecazioni, ma lui non smetteva mai di lottare.

Tornando a casa, porto la busta di mele (le ho prese per non far offendere Paola) e il cuore è caldo di ricordi. Che bene quando i familiari si prendono cura luno dellaltro! Per qualcuno quel senzatetto è solo un vecchio ubriaco, ma per noi è il nonno amato, atteso a casa, preoccupato da tutti. Dovremmo tutti essere più gentili e attenti, perché un piccolo gesto può cambiare una vita.

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