Il giorno in cui andai a divorziare vestita da sposa: quando mio marito mi chiese la separazione tirai fuori l’abito del matrimonio e decisi che in tribunale ci saremmo presentati come il primo giorno—io con il velo e il vestito bianco, lui in completo da sposo, per guardarci negli occhi ancora una volta prima di dire addio sotto lo sguardo sbalordito del giudice e dei presenti

Il giorno in cui sono andata a divorziare, vestita da sposa.

Quando mio marito mi disse che voleva separarsi, aprii larmadio e tirai fuori il mio abito nuziale bianco.

«Che fai?» mormorò lui, con unombra di paura tra le sopracciglia.

«Mi metto questo per andare in tribunale,» risposi, scuotendo la stoffa affinché la polvere danzasse come neve nei raggi obliqui della finestra.

«Sei impazzita? Non puoi presentarti in tribunale da sposa!»

«Certo che posso,» ribattei con una leggerezza onirica. «E tu indosserai labito da sposo. Se con quello mi hai promesso amore eterno, con quello mi prometterai anche il nostro addio.»

Vidi i suoi occhi che roteavano, alla ricerca di una risposta logica che nei sogni non esiste. Dopo venti minuti stava ancora rovistando nel fondo dellarmadio, borbottando parole sconnesse, alla ricerca del suo vestito elegante.

Arrivati al tribunale di Firenze, la sicurezza si immobilizzò come statue di gesso. Una signora urlò «Auguri!» e subito unaltra la colpì con il gomito: «Scema, questi stanno divorziando!»

Il giudice sembrava sprofondare nella poltrona quando ci vide entrare: io in abito avorio lungo, velo e ricami che parevano spighe nel vento; lui con smoking, papillon e scarpe che riflettevano le luci al neon.

«Signora,» chiese il giudice cercando di non scoppiare a ridere, «posso domandare perché è vestita da sposa?»

«Perché, Vostro Onore,» spiegai con fierezza, «questuomo, vestito così, mi ha giurato amore fino alla fine dei giorni. Dal momento che non siamo ancora morti, ma lui vuole annullare il patto, che almeno lo faccia guardandomi proprio come il giorno in cui ha mentito.»

Mio marito mi fissava, con gli occhi lucidi come la pioggia di aprile.

«Non ti ho mai mentito,» sussurrò piano. «Ti amavo davvero, quel giorno.»

«E adesso?» domandai, e la voce mi tremava come il campanello di una bicicletta dimenticata.

Il giudice tossicchiò, quasi per scacciare la nebbia che si era posata in aula.

«Sapete cosa? Vi concedo una pausa di mezzora. Uscite, camminate, parlate. Se tornate ancora così e ancora convinti di separarvi, andremo avanti. Ma qualcosa mi dice che due persone capaci di presentarsi così hanno ancora molto da raccontarsi.»

Nel corridoio, sotto un cielo di lampade fredde, lui sistemò il mio velo che si era storto.

«Sei bellissima,» mi disse, «come quel giorno di giugno.»

«Anche tu stai bene,» ammisi, «anche se resti un testone.»

Ci trovammo lì, vestiti da cerimonia tra pareti grigie, immobili come marionette senza fili, incapaci di scegliere una nuova direzione.

«E se invece» propose lui, con la voce impastata come nei sogni, «invece di divorziare, andassimo a mangiare una fetta di torta nuziale e provassimo a ricordare perché ci siamo sposati?»

Forse il vero amore è proprio questo: presentarsi per il divorzio vestiti da sposi O forse siamo solo due teatranti che, tra un euro e un cappuccino, non hanno mai imparato a fare le cose a metà.

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Il giorno in cui andai a divorziare vestita da sposa: quando mio marito mi chiese la separazione tirai fuori l’abito del matrimonio e decisi che in tribunale ci saremmo presentati come il primo giorno—io con il velo e il vestito bianco, lui in completo da sposo, per guardarci negli occhi ancora una volta prima di dire addio sotto lo sguardo sbalordito del giudice e dei presenti